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Monaco ’72, il settembre nero dei Giochi

Alle prime luci dell’alba del 5 settembre otto terroristi dell’organizzazione Settembre Nero penetrarono all’interno del villaggio olimpico prendendo in ostaggio 11 atleti israeliani. Il sequestro si concluse meno di 24 ore dopo con una carneficina. È il massacro di Monaco, il primo atto terroristico della storia seguito passo dopo passo da tutte le telecamere del mondo. Quel giorno cambierà per sempre la faccia dei Giochi Olimpici.

Monaco ’72, il settembre nero dei Giochi
La celebre immagine del sequestratore sul balcone

Fu l’inizio. Da quel momento in poi, il mondo prese coscienza della parola “terrore”. Entrò nelle case di tutti per mezzo di radio o televisioni e per la prima volta le persone assistettero in diretta a ciò che avevano sempre sentito raccontare o leggere. Il massacro di Monaco fu lo sbocco fisiologico di tutta quella strategia della tensione internazionale messa in atto da qualche anno sul suolo europeo e che si concluse con la spettacolarizzazione di massa. Per una giornata intera, in ogni angolo del pianeta, chiunque vide con i propri occhi lo svolgersi di un attentato terroristico in piena regola, trattative comprese. Nulla di simile era mai successo prima e se quel 5 settembre 1972 ha una valenza storica, lo si deve a questo. Lo sport fu solo il pretesto, la ribalta no. Ancor di più, i terroristi raggiunsero lo scopo prefissato, mentre dall’altra parte il gigante occidentale mostrò i suoi piedi d’argilla, dalle istituzioni politiche a quelle olimpiche. Il volto incappucciato di quel sequestratore sul balcone rimane una delle immagini simbolo della storia contemporanea. Un’istantanea che rappresenta il peggior ceffone al mondo che sino a quel momento sperava di poter continuare a tenere gli occhi chiusi.

I FATTI - I Giochi del ’72 furono una grande occasione di riscatto per la Germania Ovest. Dopo quelli nazisti di Berlino ’36 e la guerra, era giunto il momento di poter mostrare un’aria più rasserenante a tutto il mondo. Niente divise, regole molto flessibili e solo volontari a controllare il villaggio olimpico. Gli Olys, appunto, in divisa bianca e blu equipaggiati solo con una radio ricetrasmittente e addestrati a intervenire in caso di risse e ubriachezza. Terreno più che fertile per i membri di Settembre Nero che, verso le quattro di mattina, uscirono dal proprio nascondiglio di Monaco per recarsi al villaggio olimpico. Provvisti di sacche coi cinque cerchi e armi nascoste, non trovarono praticamente resistenza prima di entrare negli alloggi degli atleti israeliani. Anzi, pare furono scambiati per sudamericani e aiutati da atleti americani di ritorno dalle birrerie. Si svolse tutto in pochi minuti: scavalcarono la recinzione penetrando all’interno degli appartamenti al numero 31 di Connollystrasse e sequestrarono undici tra atleti e staff della delegazione israeliana. Due morirono subito e un Oly, avvertito dalla donna delle pulizie, accorse e si vide gettare dal balcone il corpo dell’allenatore di lotta greco-romana Moshe Weinberg, compagno di sventura di Yossef Romano. In pochi istanti il mondo apprese la notizia: otto fedayn si erano asserragliati tenendo prigionieri nove israeliani. Li avrebbero liberati solo se a Gerusalemme Golda Meir avesse scarcerato 234 detenuti palestinesi oltre ad Andreas Baader e Ulrike Meinhof, capi dell’omonima banda e detenuti in Germania. In caso contrario, i terroristi minacciarono un morto ogni ora.

IL CIO - La grancassa mediatica si mise in moto, seguendo istante per istante in trepidazione le sorti della vicenda. Cruda, quasi irreale, per quanto fosse facile trovarvisi nel bel mezzo con un solo sguardo. L’occidente mostrò ogni tipo d’impaccio e pecca. Il presidente del Cio Avery Brundage, al corrente della situazione, non fermò le gare e alle mattina si riprese con l’equitazione. Nessuno, secondo lui, avrebbe avuto la soddisfazione di poter fermare i Giochi. Non certo otto palestinesi mascherati. Non andò così perché Settembre Nero, rinviando di ora in ora gli ultimatum, ottenne gli occhi del mondo puntati sulla loro causa. Impossibile andare avanti in quelle condizioni, le Olimpiadi si dovettero fermare a partire dal pomeriggio. Intanto, qualche ora prima, gli americani scortarono la loro punta di diamante di origine ebraica, Mark Spitz, fuori dal villaggio, onde evitare ulteriori attacchi di altri fanatici alla delegazione a stelle e strisce.

L’EPILOGO - Furono il panico, la disorganizzazione e l’incredulità. In tarda serata la tragedia giunse al suo peggior epilogo. I membri del commando ottennero l’utilizzo di due elicotteri da trasbordo verso l’aeroporto di Fürstenfeldbruck dove un Lufthansa avrebbe dovuto portare anche gli ostaggi a Il Cairo. L’intelligence tedesca e israeliana prepararono una trappola sulla pista di decollo con cinque cecchini pronti a fare fuoco; uno di loro morirà. I terroristi fiutarono la mossa e, presi in mezzo dal fuoco tedesco, riuscirono a scappare verso gli elicotteri dove gli israeliani erano ancora in attesa, gettando all’interno delle bombe a mano. Il risultato fu una carneficina e a distanza di poche ore, anche gli ultimi palestinesi in fuga, furono catturati. Non erano passate neanche 24 ore dall’inizio del sequestro e tutto era già finito. Purtroppo con una strage. Qualche ora prima, qualche agenzia batté la notizia della liberazione degli atleti, ma le parole di Jim McKay riportarono bruscamente il mondo alla realtà. Il conduttore dei programmi sportivi della rete televisiva americana Abc, diede così la notizia: “Abbiamo appena ricevuto le ultime notizie. Quando ero bambino, mio padre mi diceva che raramente le nostre speranze più belle e le nostre paure più grandi si avverano. Questa notte le nostre paure più grandi sono divenute realtà. Ci hanno comunicato in questo momento che gli ostaggi erano undici. Due di loro sono stati uccisi nelle loro stanze ieri mattina, gli altri nove sono stati uccisi questa notte all'aeroporto. Sono tutti morti".

LE VITTIME - Moshe Weinberg, 33 anni allenatore di lotta greco-romana; Yossef Romano, 31 anni, pesista; Yossef Gutfreund, 40 anni, arbitro di lotta greco-romana; David Berger, 28 anni, pesista; Mark Slavin, 18 anni, lottatore; Yakov Springer, 51 anni, giudice di sollevamento pesi; Ze’ev Friedman, 28 anni, pesista; Amitzur Shapira, 40 anni, allenatore di atletica leggera;  Eliezer Halfin, 24 anni, lottatore; Kehat Shorr, 53 anni, allenatore di tiro a segno; André Spitzer, 27 anni, allenatore di scherma; Anton Flieger Bauer, 32 anni, poliziotto tedesco;

40 ANNI SENZA MEMORIA - Se possibile, il giorno dopo, la politica e il Cio fecero ancor più brutta figura. Ovviamente i Giochi ripresero, se non prima di una cerimonia commemorativa, e fu proposta a tutte le nazioni la bandiera a mezz’asta come segno di lutto. La risposta fu inequivocabile: gli stati arabi e l’Unione Sovietica si rifiutarono, mostrando ancora una volta tutta la debolezza e l’inefficacia del Comitato Olimpico. Dopo quattro decadi sembra non essere cambiato nulla nella stanza dei bottoni. Mai è stato osservato un minuto di silenzio in memoria di quella strage e anche a Londra le cose andranno in questa maniera. L’anniversario per i 40 anni di Monaco ’72 non pare essere una giustificazione sufficiente per andare una volta contro la Realpolitik. Il terrore di boicottaggi e rappresaglie vale molto più della memoria ed è notizia di questi giorni la battaglia diplomatica delle vedove israeliane come Ilana Romano: “È da allora che stiamo combattendo contro questa macchina gigantesca per ottenere un minuto di raccoglimento durante la cerimonia di apertura – ha spiegato al Corriere della Sera -. Non pretendiamo che venga menzionata la loro nazionalità, chiediamo che siano ricordati come i figli delle Olimpiadi, gli sportivi che andarono a Monaco in pace e ritornarono nelle bare”. Il presidente del Cio Jaques Rogge ha partecipato alla cerimonia che abitualmente la delegazione israeliana organizza, quest’anno il 6 agosto, ma a livello di Giochi si è opposto a qualsiasi celebrazione.