Who’s who ad Orlando - Eastern Conference
Uno sguardo alla parata di stelle che si disputeranno la 61° edizione dell’All Star Game nel prossimo weekend, tra curiosità, polemiche e qualche rimpianto per le assenze dei nostri alfieri.
Eastern Conference Starting Five
Guardie: Derrick Rose (Chicago Bulls) e Dwyane Wade(Miami Heat)
Ali: LeBron James (Miami Heat) e Carmelo Anthony (New York Knicks)
Centro: Dwight Howard (Orlando Magic)

Si gioca a Disneyworld, e il padrone di casa è Dwight Howard. O meglio fino alla palla a due sicuramente, dopo non si sa. Il centro dei Magic è al centro dell’interesse di ogni tifoso/franchigia sparsa fra i 50 Stati, come dimostra inequivocabilmente il milione e seicentomila voti raggranellati, ma le numerosi voci di mercato non ne hanno minimamente intaccato la clamorosa capacità di dominare il pitturato. Sulle sue possenti spalle peserà l’onere di recuperare rimbalzi e chiudere la strada agli attacchi dell’ Ovest, se è vero che a difendere il canestro per l’Est ci sarà un’ala forte perlomeno sospetta come Carmelo Anthony. La stella dei Knicks non sta vivendo un periodo particolarmente felice, fra fastidiosi infortuni e clamorosi exploit di carneadi taiwanesi, e al suo rientro in campo potrebbe trovare una situazione non proprio idilliaca. Niente meglio di un weekend fra pari lignaggio per ridare smalto ad una carriera in fase stagnante. I dioscuri degli Heat, LeBron James e Dwyane Wade non devono fare molta strada per andare a giocare ad Orlando, ed ogni stilla di sudore e sbattimento risparmiato può essere preziosa nella altresì lunga marcia verso le Finals. Le giocate di Wade&James stanno trascinando Miami alla rivincita estiva, ma anche a fine febbraio non dovrebbero mancare i vicendevoli appuntamenti sopra il ferro. Un’ altro giocatore irresistibilmente attratto dal canestro porta la canottiera con il numero 1 di Chicago. I problemi fisici stanno pesantemente limitando la stagione di Derrick Rose, e delle dieci stelle coi bagagli per la Florida quello maggiormente indiziato per un forfait last minute sembra proprio l’Mvp della passata stagione. Facendo i debiti scongiuri Rose sarà regolarmente in campo, ma non stupitevi troppo se coach Thibodeau, suo mentore nella Windy City, dovesse decidere di concedergli un minutaggio a dir poco scarso.
Per quanto concerne le riserve, la panchina dell’Est da qualche anno a questa parte è caratterizzata dal congruo numero di ali piccole, a fronte delle ali grandi che si alzano da quella dell’Ovest. Già in quintetto partono James e Anthony, che nei rispettivi club giocano da numero 3. In più faranno la gita ad Orlando Paul Pierce, il capitano dei Boston Celtics, e i novizi Luol Deng (Chicago Bulls) e Andre Iguodala (Philadelphia 76ers). Per il reparto lunghi sono stati scelti Chris Bosh dei Miami Heat e Roy Hibbert degli Indiana Pacers, mentre nel backcourt agiranno Joe Johnson dagli Atlanta Hawks e Deron Williams dai New Jersey Nets. Scelte bollate come molto conservative, quelle di Thibodeau e del suo staff, ma che pure son facilmente condivisibili. Ciò che infatti caratterizza tutti i giocatori chiamati è l’affidabilità, spesso anche a scapito della spettacolarità, ma conoscendo l’indole del mago della difesa che allena i Bulls, questo non è necessariamente un difetto, anzi. In quest’ottica si spiega la convocazione per Deron Williams, che tanto ha fatto storcere il naso alcuni addetti ai lavori. La cattiva annata dei Nets non può però offuscare il giudizio sul giocatore, ritenuto da molti il miglior playmaker puro della Lega, e come tale preferibile a molte altre guardie titolari con i loro club di record migliori. Affidabilità, sostanza, duttilità, queste dunque le prerogative richieste alle riserve dell'Eastern Conference. Doti che hanno contraddistinto l'intera carriera di Kevin Garnett, ma l'anagrafe impietosa, salvo rinunce e ripescaggi dell'ultimo minuto, ci priverà del Big Ticket, così come del coetaneo Tim Duncan dall'altra parte.

Altre assenze pesanti sono quelle di Rondo e Ray Allen, solo per rimanere in casa Boston. Se per He Got Game vale lo stesso discorso anagrafico di Garnett, la rinunzia al playmaker dei Celtics sembra dettata più da ragioni fisiche - è uscito da poco da un infortunio che lo ha costretto in borghese buona parte di Gennaio - che non da chissà quale sgarbo ai danni della stella di una franchigia rivale. Così come non si può dar contro all'allenatore dei Bulls per non essere ciecamente saltato sul carro dei vincitori, e non aver quindi dato un'opportunità al nuovo idolo delle folle Jeremy Lin. Il prodotto di Harward sta vivendo un momento di clamorosa notorietà, peraltro meritata viste le sorprendenti performances sciorinate nell'ultimo mese, ma il premio dell''All Star game sarebbe stato probabilmente eccessivo per un giocatore la cui carriera si compone effettivamente di solo una decina di partite. Aggiungerei inoltre che, a maglie invertite, Ricky Rubio sarebbe l'indiscusso re del Madison Square Garden, e Spike Lee vestirebbe ogni sera la sua canotta, mentre Lin avrebbe sì qualche buon titolo sui notiziari sportivi, ma di certo non tutta l'attenzione e l hipe che regala il palcoscenico della Grande Mela.
Solo una piccola considerazione sugli italiani, che per quest'anno devono accontentarsi delle buone parole spese su di loro da Barack Obama. Il grande rimpianto si chiama Andrea Bargnani, che a sei anni di distanza da quel complesso Draft e da quella pesante prima scelta assoluta, nel primo scorcio di stagione stava finalmente esprimendo tutto l'immenso potenziale di cui è accreditato. Non ci è dato sapere se Thibodeau si sarebbe effettivamente avvalso dei servizi del Mago, siamo un po' scettici a riguardo, ma non c'è dubbio che il brutto infortunio di Andrea lo abbia appiedato in un momento particolarmente importante della sua carriera. Stessa sorte per Danilo Gallinari, anche se il panorama ad Ovest è un po' più variegato e probabilmente una convocazione ad Orlando sarebbe stata assai dura da conquistare. Ma sperare era lecito, assai lecito visto l'inizio del Gallo e dei suoi Nuggets.




