Un ragazzo chiamato Geremia
Buffo che un ragazzo di nome Geremia, come il biblico profeta che lanciava anatemi contro chiunque professasse l'idolatria, sia oggetto della più classica venerazione pagana da parte dei media e dei tifosi, che al Madison Square Garden di New York (e non solo) si abbracciano e si baciano ad ogni suo canestro.
Scene da delirio collettivo tipiche di una società, quella americana, che non ha eguali nel suo essere, come direbbe Springsteen, un luogo di speranza e di sogni, ma che sa anche essere impulsiva nelle sue manifestazioni, dal fast food alle soap opera, dalla concessione del porto d’armi a sedici anni alla pena di morte, come travolti dalla necessità di consumare tanto, tutto, senza freni.
Fanno allora sorridere le svariate considerazioni razziste che sono emerse nei confronti di Jeremy Lin in questi giorni, che da un lato denotano la pochezza di chi le ha fatte (tra l'altro Jeremy è nato in America, è cittadino americano ed è, in tutto e per tutto, il tipico all American boy!), ma che dall’altro fanno sospettare che - se non fosse stato per i suoi tratti somatici -, la sua esplosione non avrebbe avuto questa eco. L’NBA ha bisogno di recuperare credibilità e immagine e, a prescindere da Lin, a giudicare dall’inizio di stagione sembra proprio che ci stia riuscendo. Ma soprattutto, ha bisogno di colmare l’enorme vuoto lasciato da Yao Ming, giocatore e persona di grande spessore, come veicolo di accesso ai mercati asiatici. Ecco allora che si spiegano i reiterati paragoni con l‘ex pivot cinese dei Rockets (mi sapete spiegare cosa hanno in comune i due?) e gli articoli goffamente diplomatici comparsi sul sito dell’associazione (“la guardia newyorkese di origini cinesi o taiwanesi...”).
Il ragazzo è fortissimo e, come hanno avuto modo di dichiarare i suoi stessi compagni, non sarà una meteora. Ma non è la prima volta che un giocatore dimenticato da tutti sale alla ribalta e si afferma.
Per fortuna, nel caso di Lin, si tratta di delirio collettivo ma, perdonateci l’ossimoro, di un delirio sano, indirizzato verso un ragazzo laureato in Economia ad Harvard e profondamente religioso, al punto che stava per diventare pastore. Non che questi aspetti ne facciano automaticamente un santo, ma si può ragionevolmente sperare che Jeremy abbia le carte in regola per diventare un role model di quelli positivi, alla Tim Duncan: una persona in grado di gestire notorietà, successo e ricchezza con i piedi per terra, adesso e in futuro.




