Nba: da 0 a 10

Continua il nostro viaggio alla ricerca di chi si è distinto, nel bene e nel male, all’interno della compressa e complessa Stagione Nba che sta volgendo al termine.

Voto 0. Bocciatura definitiva, ribrezzo e sconcerto per quello squallido pugno di giocatori che ha paventato l’ipotesi lockout, ovvero quattro prime dame ingorde che hanno messo a repentaglio la stagione, con tutte le conseguenze che ciò avrebbe comportato, pur di spartirsi una fetta di torta ancora più grande. Inutile dire che, in un periodo in cui i sacrifici sono parte integrante della vita di ogni cittadino medio, le strilla di pochi multimilionari viziati per un ulteriore ritocco al loro sconvolgente mensile hanno avuto l’effetto di un acquazzone dopo un alluvione per un coltivatore di girasoli.

Voto 1. A David Stern e all’Associazione Proprietari – Nba. Un voto in più per non aver creato la situazione e per i tentativi di tamponamento messi in atto, non ultimo il coinvolgimento di negoziatori esterni e santoni indiani. Per il resto: davvero la soluzione migliore era riprendere a tutti i costi? Di fronte all’intransigenza di uno sparuto gruppo di superstar viziate non era meglio azzerare il tutto e ripartire? La soluzione trovata è un palliativo di breve durata, e se si permette ai giocatori di ottenere tutto quel potere e quegli introiti a scapito dei reali proprietari della Lega, il rischio di fronteggiare scenari simili negli anni a venire è alto.

Voto 2. A Michael Jordan e i Bobcats. Può il più grande giocatore di sempre essere anche uno dei più mediocri dirigenti della storia dello sport in questione? Purtroppo sì, a giudicare dalla serie di annate disastrose che la disgraziata franchigia di stanza a Charlotte sta inanellando. Poco coraggio nelle scelte, braccino corto negli investimenti, giocatori importanti ( Wallace, Diaw) ceduti con miopia e soprattutto con inesistenti tornaconti. Il momento più basso della  stagione si è poi verificato quando i Bobcats hanno platealmente incrociato le braccia per riporre ogni residua speranza di resurrezione sportiva nell’imminente Draft. Quando una Leggenda è costretta a scendere nel fango dove noi comuni mortali sguazziamo quotidianamente, ed affidarsi alla Dea Bendata come un giocatore di lotto qualsiasi, è giusto che la Sorte lo schernisca andando a baciare con Prima Scelta/Mr. Davis i molto più coraggiosi ed onesti Hornets.

Voto 3. Lamar Odom e i Dallas Mavericks. Certo non fa piacere terminare l’annata con un prestigioso riconoscimento personale e il benservito nella stessa tornata di posta. Qui però finiscono le attenuanti generiche per “LaMarvellous”  e la sua sconclusionata stagione. Divorziare dai Lakers per onore ferito è opinabile. Scegliere di accasarsi a Dallas quantomeno rischioso, soprattutto considerando il prevedibile appagamento dei Campioni in carica e il loro smantellamento iniziato con la rinuncia a Chandler e Barea. Il resto della storia  è talmente folle e sopra le righe che se parlassimo di un giocatore diverso non molti sarebbero disposti a crederci. Intendiamoci, non c’è nulla di male a sposarsi una starlette e apparire con lei in un reality show. Non è però la mossa più consigliabile per chi inizia una nuova avventura, o desidera negoziare un nuovo contratto inserire nel proprio C.V. una fine di rapporto come quella rimediata con la franchigia di Mark Cuban.  

Voto 4. New Jersey Nets. Troppo facile. Chi scrive si augura che già dall’anno prossimo, con il fatidico trasferimento a Brooklyn della franchigia, le sorti della stessa cambino drasticamente, ma la statistica suggerisce scenari differenti. Di certo perdere Deron Williams sarebbe il modo peggiore per iniziare una nuova era, ma finora mosse eclatanti per provare a tenerlo non se ne sono viste, e la prospettiva di affittare a Dwight Howard un attico con vista sul ponte sembra tramontata ancora prima di sorgere.

Voto 5 Ai cugini. Ovvero i New York Knick. Stoudamire ed Anthony. Più Tyson Chandler. Più la Linsanity. Più l’avvicendamento D’Antoni/Woodson. In un’ ordinaria stagione dei Knicks ci sono più intrighi e momenti salienti che nell’Edizione Platinum di “Sex and the City”, quella con le scene tagliate e le interviste alle protagoniste, eppure al Madison Square Garden è difficile assistere a qualcosa di meglio della consueta eliminazione al primo turno di Playoff, e questo da un lasso di tempo quantificabile in ere geologiche.

(Continua)