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Miami-OKC, stanotte gara 4: Lebron alla ricerca di sensazioni sconosciute

Miami-OKC, stanotte gara 4: Lebron alla ricerca di sensazioni sconosciute

Dopo la sconfitta in gara 1 Lebron James ha dato quel passo in avanti che ci si aspetta da lui per poter finalmente vincere un anello dopo due finali perse. Comunque vada, la stagione di Oklahoma è da ricordare.

Dominante. Questo è l’aggettivo che identifica un giocatore di basket quando la sua impronta sulla partita è chiara e inequivocabile. Dominante è colui che segna i punti decisivi, che migliora col passare dei minuti, che si prende i tiri pesanti e li mette, che alza il gomito sotto canestro e difende con la stessa intensitá con cui attacca. Lebron James ha segnato 29 punti in gara 3, che sommati ai 14 rimbalzi parlano di una partita solida, di quelle che ci si aspetta da uno come Lebron. Ma fuori dai numeri la parte migliore della prestazione di James la scorsa notte è stata la difesa su Kevin Durant, il lavoro sporco che ogni stella del basket deve saper affrontare per completare il proprio bagaglio tecnico. L’ala di Oklahoma, ormai una star di cui si parlerà a lungo nei prossimi dieci anni, è stato limitato a 25 punti e 6 rimbalzi. Stasera in gara 4 (inizio h 3:00 italiane) Miami gioca per mantenere il fattore campo e spezzare la resistenza della giovane franchigia dell’ovest.

Dopo due finali perse (contro gli Spurs nel 2007 quando giocava a Cleveland e contro Dallas l’anno passato in maglia Heat) non c’è via d’uscita per Lebron; se non vince questo anello verrá massacrato dalla critica e additato una volta di più come un giocatore perdente. Lo sa lui, lo sanno i suoi compagni. Spoelstra, cosciente che il momento è decisivo, ha elogiato il suo numero 6 definendolo un giocatore “1 to 5”, ovvero uno che può giocare in qualunque posizione.

Per Wade è diverso: l’anello vinto nel 2006 con Shaq sotto il tabellone e Pat Riley in panchina lo mette al riparo da qualunque speculazione sull’argomento.  Wade ha giá compiuto la sua missione in quel giugno di 6 anni fa, quando mandò i Mavericks a casa mentre  Nowitzky crollava sotto la pressione (perfettamente gestita invece l’anno scorso) giocando malissimo le ultime due gare. Wade si aggira per il “paddock” e parla con la saggezza di chi sa cosa significa portare a compimento il proprio lavoro. Lui ha provato sensazioni che James per ora può solo immaginare. Parla con tranquillitá in questa vigilia: “Nessuna delle due squadre ha ancora giocato al massimo delle sue potenzialità. E più la serie va avanti, più diventerà dura per entrambe. Dobbiamo capire che nessuna possibilità deve essere sprecata, che i tiri liberi vanno segnati, che partite come questa si possono perdere per un niente nel rush finale”.

Una finale persa non si dimentica e tantomeno una come quella dell’anno scorso con Miami che partiva favorita e venne messa gambe al’aria proprio dalla scarsa vena di Lebron nei momenti decisivi. Eventi che lasciano un segno. “Oggi io e Lebron parliamo più del match che dobbiamo giocare che di quello appena giocato. Non stiamo lì a farci prendere dall’entusiasmo per una vittoria, ma guardiamo immediatamente alla gara successiva. In questo senso il nostro approccio è cambiato. Appena usciamo dal parquet stiamo giá parlando di ciò che dobbiamo fare nella gara seguente. Questo significa crescere”.

La pressione, l’intensitá. Nowitzky durante quelle Finals perse nel 2006 si trovò a vomitare per la tensione nei bagni dell’American Airlines Arena,  incapace di reggere il peso di un intero stato (lo spietato Texas) sulle sue spalle. A Lebron questo non succederà. Ma per ricevere l’anello dei campioni ci sono altre due gare da vincere, le più complicate dal punto di vista emotivo.

Anche nel 2011 Miami era avanti 2-1 dopo gara 3: “L’anno scorso in gara 4 arrivammo bene all’ultimo quarto, poi pagammo errori difensivi, rimbalzi sfuggiti, brutti tiri. Il gruppo era alla prima finale, oggi è diverso; crediamo in noi stessi e abbiamo più fiducia l’uno nell’altro”.  La flemma e la calma dei forti di Wade in sala stampa è la miglior garanzia per Miami.

Se per gli Heat tutto sembra giocarsi sull'asse Lebron-Wade (ma quanti eroi gregari hanno avuto le Finals negli anni...), ad Oklahoma,  questa banda di cestisti in evoluzione, c'è tutta l'espolsivitá necessaria per mettere in discussione il pronostico. Durant e Westbrook non si lasciano intimidire e uno come Derek Fischer può affondarti a furia di bombe se gli lasci troppo spazio: Fischer è abituato a questo tipo di partite. Durant, paragonato a Bob McAdoo, non sembra avere problemi di pressione; comunque vadano queste Finals la stagione sua e di tutta la squadra è stata da incorniciare, e rimarrà nella storia della franchigia come la prima finale raggiunta nella sua (breve) storia. I successori dei Seattle Supersonics hanno il vantaggio di non avere quasi niente da perdere. Al contrario di James; e di Spoelstra, il coach degli Heat. Due finali perse in due anni potrebbero essergli fatali. Massima allerta a Miami: stanotte un sacco di gente si gioca la carriera.