Tre metri sopra il ferro

Tre metri sopra il ferro

Continua (e finisce) il nostro viaggio alla ricerca di chi si è distinto, nel bene e nel male, all’interno della Stagione Nba.

Voto 6. Sufficienza piena. La meritano parecchie squadre, parecchi allenatori, dirigenti e giocatori, che, in una stagione avara di successi, sono comunque riusciti a ritagliarsi un posto al sole. Qualche nome a caso, rigorosamente in ordine sparso: Kobe Bryant. Ha conteso il titolo di miglior realizzatore ad un giovanotto di dieci anni più giovane e ha portato una squadra smembrata e riattaccata col mastice un passo più avanti degli arrembanti cugini Clippers. Non male. A proposito di Clips, come non citare Chris Paul. Il play in uscita da New Orleans ha mostrato al mondo perché praticamente ogni città, con un campetto e una squadra poco più che amatoriale, avrebbe fatto carte false per assicurarsi i suoi servigi. Assist, leadership, tiri decisivi e il secondo turno ai playoff dopo furiose ed epiche rimonte orchestrate sui coriacei Grizzlies. Impossibile pretendere di più. A 39 anni suonati Steve Nash sarà uno dei nomi più caldi in quella che si annuncia come una torrida estate di costless agent. Ci sarà un motivo. E poi ancora Boston e l’ultima corsa di Garnett, i miracoli di Philadelphia, il cuore degli Hornets. Ci siamo goduti una grande stagione, alla faccia di chi voleva il Lockout!

Voto 7, di stima, ai Chicago Bulls. Ripetersi non era semplice, con Derrick Rose a mezzo servizio per tutta la stagione quasi impossibile. Eppure il genio di coach Thibodeau è riuscito nell’impresa di riportare la franchigia della Windy City davanti a tutte le altre ad Est, capitolando solo innanzi alla mala sorte, che ha levato di mezzo Rose nei playoff e probabilmente per tutta la prossima stagione. Menzione d’onore anche per i San Antonio Spurs. Popovich coach of the year, Parker nella rosa degli Mvp, Duncan versione Fontana della Giovinezza, miglior record ad Ovest. Il duello degli speroni con i Thunder ha infiammato tutta la stagione, e l’ultima parola scritta da Durant & Soci non deve in alcun modo sminuire la fantastica ultima corsa di una delle migliori squadre degli ultimi vent’anni.

Voto 8. Stagione da ricordare. Su tutti gli Indiana Pacers, veri underdogs di questa annata. Creati dal nulla dall’inimitabile genio cestistico di Larry Bird, partiti in sordina, con un tecnico Carneade e giocatori inaspettatamente a livello All Star (Hibbert), i Pacers sono arrivati a terrorizzare i futuri campioni di Miami, uscendo corti di un’incollatura da una semifinale che nessuno ipotizzava potesse essere così equilibrata. L’architetto, ovvero  Larry Legend, ha appena dichiarato che prenderà un anno sabbatico, riconsegnando le chiavi della fuoriserie nelle mani del figliol prodigo Donnie Walsh. Ovvero l’uomo che portò sì Stoudamire ed Anthony ai Knicks, perdendo però LeBron James e il nostro Gallinari. Ai posteri l’ardua sentenza.

Voto 9. Almost perfect. Ovviamente i ragazzi irresistibili di Oklahoma City. Stagione entusiasmante e piena di soddisfazioni per i Thunder, a cui è mancato solo l’ultimo sprint per portare a casa qualcosa di incredibile sotto forma di pregiata bigiotteria. Difficile scindere i meriti individuali (Durant miglior realizzatore; Harden miglior sesto uomo; i miglioramenti evidenti nel gioco di Westbrook ed Ibaka; la mano ispirata alla guida di Scott Brooks) da quelli del collettivo, l’impressione comune nei più sordidi bar dell’ Nba è che se il supporting cast accettasse il plan di sacrifici ed austerity che la dirigenza ha delineato, e che con i maxi contratti già nelle tasche di KD, Westbrook e Perkins è qualcosa di più di una scottante necessità ad OKCity, la rivalità fra Heat e Thunder potrebbe dividere l’America nei prossimi e per parecchi anni a venire.

Voto 10 e lode, con Plauso Universale e Bacio Accademico a LeBron James. Sul Prescelto si è già scritto tutto e il contrario di tutto, e anche noi, nel nostro piccolo, i conti in tasca all’ex Cavs li abbiamo fatti. Qui ci limitiamo a dire che la stagione e il gioco degli Heat non avrebbero certo meritato di finire nella colonna dei promossi, tantomeno sul gradino più alto del podio. Arrivare sotto Chicago in regular season, nonostante i Big Three e la presenza ad intermittenza di Rose è scandaloso quasi quanto la motion offense presentata da coach Spoelstra. La differenza fra le stalle di questa mediocrità e le stelle del titolo Nba 2012 si riassume nello strillo della celebre pubblicità che una delle marche più famose di calzature coniò per celebrare la nascita di una nuova stella nel firmamento del Basket Americano: “We are all witnesses!” Sì Lebron, ci hai messo un bel po’ di tempo, ma quest’anno siamo stati davvero tutti testimoni.