Gracias, Pep

Gracias, Pep

Se n’è andato dal Barça il suo uomo più simbolico, un genio, un filosofo, come diceva Ibrahimovic senza sapere che trattasi di un complimento per le persone intelligenti. Il Barcellona perde un pezzo importante e al momento non sappiamo quali saranno le conseguenze sul piano calcistico. La nomina di Vilanova come nuovo allenatore è l’ennesima lezione di stile del Futbol Club Barcelona. Mes que un club. Un’espressione che può sembrare esagerata o peggio ancora ingannevole. Come può una squadra di calcio, uno sport sfregiato dal business in tutte le latitudini, essere qualcosa di più che un gruppo di mercenari che corre dietro a un pallone guidati da dirigenti che badano al profitto e allenatori pronti a cambiare casacca appena ricevono un’offerta migliore? Come si fa ad essere “mes que un club”? Per capire il barcellonismo basta ripercorrere questi 4 anni in cui i successi, tanti, tantissimi, senza precedenti, sono stati solo una conseguenza della filosofia, sì, la filosofia, che ha guidato le scelte di Guardiola, Laporta, Beguiristain,  Rosell e Zubizarreta . 

Una conseguenza del coraggio, della fedeltá alle proprie idee e ai principi che rendono la vita più autentica e viva. La bellezza del Barcellona di Guardiola è la stessa che si trova in chi ha seguito il proprio istinto fino in fondo e ha avuto ragione. Come schierare un esordiente (Montoya) nella finale di Copa del Rey di ieri sera. L’ultima firma di Pep. La bellezza di chi non ha scelto la via più semplice ma quella tortuosa, perchè dá più soddisfazione. La bellezza del Barça di Guardiola ce la porteremo dentro, noi che amiamo questo gioco, perchè nulla di simile si era visto finora. Il Barcellona è un’istituzione presente in molti sport: dal calcio al basket, dalla pallamano al futsala. Tutti con la stessa maglia, tutti con lo stesso referente. Una societá che non ha un proprietario ma solo dirigenti pagati per fare il loro mestiere. Il Barça non è di nessuno, a differenza della maggior parte delle squadre di calcio del mondo.
 Il Barça appartiene alla sua gente, ai catalani, ai “culè”. L’idea di collettivo, l’idea de “l’unione fa la forza” è insita nella struttura del club. E durante gli anni di Guardiola, non solo per merito suo ma anche per una serie di fattori contingenti, questa idea è entrata nello spogliatoio e ha creato un gruppo di giocatori indimenticabili. 
I giocatori del Barça sono gente semplice. Niente scenate, niente gesti fuori posto. Non si sentono “belli e ricchi” e forse è per questo che non li fischiano mai. Forse è per questo che in ogni singolo stadio di Spagna il Barcellona di Guardiola è stato accolto in questi anni con rispetto ed ammirazione. La gente in piedi ad applaudire, da Siviglia a Bilbao, dal Mestalla al Bernabeu. Non solo Pep e i suoi ragazzi hanno vinto 14 delle 18 competizioni cui hanno partecipato in quattro anni. Quello che conta è il modo in cui lo hanno ottenuto. Nella vita, come nel calcio, non tutto è lecito. In Spagna poi il fùtbol è prima uno spettacolo e poi una competizione. La vittoria come consequenza di un’idea. Quell’idea che sembra roba da pazzi, che “nessuno c’era mai riuscito”, quell’idea che ti porta ad essere unico perchè gli altri scelgono la strada più comoda. Il Barça ha vinto giocando un calcio per il quale gli aggettivi ormai sono superflui. Diciamo che hanno inventato uno sport differente, e tutti gli altri a guardare. Guardare e cercare di imitare, senza successo. In secondo luogo ha vinto utilizzando per la maggior parte giocatori della Masia, l’accademia in cui sono entrati ancora adolescenti Messi, Xavi, Iniesta, Valdes, Piquè, Puyol, Busquets, Pedro, e gli ultimi arrivati in prima squadra come Tello, Cuenca, Fontas.  
 
L’anno del triplete è stato forse  il migliore. Il più fresco, il più spontaneo. La squadra era così ansiosa di giocare e mostrare la propria bellezza che Pep in un paio di occasioni disse che “questi ragazzi hanno bisogno di competere e una gara ogni tre giorni va benissimo per loro”. Quella stagione, 2008-2009, è stata come il primo album di una grande band. Come il romanzo d’esordio di un giovane scrittore di talento. Una Liga stravinta con il 6-2 al Bernabeu, la finale di Champions acciuffata per un pelo a Stanford Bridge e vinta nettamente a Roma sullo United, Messi che comincia a giocare in mezzo all’attacco, a segnare più gol di chiunque altro (quest’anno ne ha messi  72 tra Liga, Champions e Copa del Rey, record assoluto). In quei mesi sono nati calciatori che avrebbero poi vinto il Mondiale con la Spagna. Busquets, Pedro, Piqué. Tutti e tre sconosciuti nel 2008, tutti e tre titolari nella finale in Sudafrica.
Il tiki-taka inventato dal Barça è l’invidia di ogni tifoso avversario. Chi dice di annoiarsi guardando giocare il Barcellona dovrebbe immaginarsi la propria squadra giocare in quel modo e vincere tre campionati e due Coppe dei Campioni in tre anni. I tifosi del Barça non si sono mai annoiati con Pep. Chi ama il buon calcio non può annoiarsi vedendoli giocare in quel modo. Come il 29 novembre 2010, quando al Camp Nou Guardiola e i suoi umiliarono  Mourinho con un 5-0, in quella che da allora è considerata “la partita perfetta”. 
 
Il Barcellona contemporaneo è l’unica squadra che in tempi recenti abbia raggiunto un livello di eccellenza, dal punto di vista tecnico, calcistico e umano. Il loro comportamento fuori dal campo, nella vittoria e nella sconfitta, è sempre stato esemplare, a differenza di quello degli eterni rivali del Real Madrid, i cui valori sono oggi minacciati da Mourinho. L’unico uomo di sport che abbia avuto la perfidia di mettere in discussione questa squadra, con accuse che non fanno onore al grande club che rappresenta.  
 
Come in quasi tutte le band di successo, prima o poi succede qualcosa che incrina l’equilibrio. Non sappiamo esattamente da dove nasca la stanchezza e il malessere di Guardiola, ma come hanno ripetuto più volte Zubizarreta e Rosell “Guardiola rimarrà per sempre un punto di riferimento per il barcellonismo e il miglior allenatore che questa club abbia mai avuto”. D’ora in avanti sará Villanova a prendere le decisioni, a metterci la faccia, a fare da capro espiatorio quando le cose andranno male. Guardiola gli lascia in ereditá un gruppo e un ambiente difficile da migliorare. Anche Villanova è uomo della Masia, la migliore garanzia che, comunque vada, si rimarrá fedeli alla linea, allo stile, all'idea.