Pierpaolo Marino, l'uomo in più dell'Atalanta

Il direttore sportivo dei nerazzurri esprime parole di miele per il presente che sta vivendo all'Atalanta e per il futuro, che non vede lontano da Bergamo: è felice di essere in una società seria e ambiziosa, in cui vorrebbe rimanere ancora a lungo.

Pierpaolo Marino, l'uomo in più dell'Atalanta
Pierpaolo Marino (Getty Images)

Otto mesi di permanenza a Bergamo; appena due sessioni di mercato. Eppure Pierpaolo Marino è penetrato senza indugio nel cuore degli atalantini: e l’idillio, ha affermato martedì sera, è assolutamente reciproco. Il buon Pierpaolo (sempre elegante, schietto nelle argomentazioni, profondamente genuino) ha spiegato come sia forse un segno del destino il suo approdo all’Atalanta: il cui stemma – la dea di profilo, con i capelli sciolti al vento – tanto gli ricorda una foto della madre recentemente scomparsa, quando era giovane e forte.

Sarò a Bergamo fin quando lo vorranno i tifosi, e il presidente Percassi: sarei un folle ad andarmene, non sarebbe un gesto alla Pierpaolo Marino”. In tre parole: resto all’Atalanta. Impossibile andar via da una piazza così calda ed empatica, da una “realtà virtuosa, dove c’è un entusiasmo incredibile”. Se la tifoseria bergamasca, da egli stesso definita “attenta e competente”, gli regala uno striscione, tutto per lui, dopo un così breve soggiorno in nerazzurro, continuare il rapporto con l’Atalanta diviene un dolce dovere. E le voci, neanche troppo insistenti, che vedrebbero Moratti interessato a Marino, cadono facilmente nel pozzo del dimenticatoio.

Impossibile andar via da Bergamo. Antonio Percassi da Clusone, 59 anni di fervore atalantino, non è un presidente come gli altri. Con 110 presenze raccolte con la stessa maglia dell’Atalanta (solido difensore, dal fisico slanciato) è un uomo che respira calcio da una vita. Dopo sette stagioni a Bergamo, in cui diventerà persino il capitano della squadra, termina anzitempo la sua carriera nel mondo del pallone: si laurea in ingegneria e alla fine degli anni ’70 diventa imprenditore, uno dei personaggi più in vista del panorama immobiliare italiano e internazionale. Acquista l’Atalanta già nella stagione '90-'91, ma lascia tre anni dopo, per una sfortunata retrocessione. Le sue idee, forse, sono troppo all’avanguardia per quel calcio che procede a rilento. Nel giugno del 2010, tuttavia, torna ad essere il presidente di quella squadra, l’Atalanta, che tanto gli ha dato e che lui, idealmente, vuole ricambiare. Stavolta più forte, più maturo, più deciso. Impossibile, per Marino, andar via da Bergamo. Percassi “trasmette una voglia sana di calcio, trasmette amore”.

Il buon Pierpaolo pone la firma che lo lega all’Atalanta nel luglio del 2011, quando impazza lo scandalo del calcio scommesse in cui la società nerazzurra, senza colpe, vi è comunque invischiata: Cristiano Doni, suo simbolo e sua anima, è dentro la bufera fino al collo. Marino non si spaventa: ha spalle larghe, ha fiducia in Percassi. L’Atalanta parte con una sonora penalizzazione di sei punti (entro il 31 marzo si saprà se il TNAS le sconterà qualcosa), il competente Pierpaolo deve pertanto creare una squadra che possa lottare per l’Europa League, e dunque render nullo l’handicap: rimboccarsi le maniche e lavorare sodo per mantenere viva la speranza di una salvezza che avrebbe tanto il sapore, per Bergamo, in questo preciso anno, di una Coppa “dalle grandi orecchie”.

Tassello dopo tassello, Marino affida a Colantuono (confermato in estate) una rosa di ottimo livello, benché gli esperti di mercato storcano il naso sugli azzardi a cui Pierpaolo ci ha però abituati. Acquista German Denis, Maxi Moralez, Cigarini, Brighi, Masiello, poi Stendardo, Carrozza e tanti altri, confermando l'intelaiatura della squadra neopromossa in A: i dubbi, alcuni legittimi, sono nutriti per via del rendimento in passato altalenante di alcuni di questi nomi; o, semplicemente, perché sono sconosciuti. I 43 punti attuali dell’Atalanta, l’evasione precoce dalle zone cocenti della classifica nonostante il fardello della penalizzazione, dimostrano che Marino ha avuto ragione. Le schiere dei perplessi sono, per ora, ammutolite. 

C’è la pianificazione del nuovo stadio. C’è l’obiettivo di riportare ai fasti del passato il vivaio atalantino, seguendo le orme dell’immortale Mino Favini, stimato e ammirato anche da Prandelli. C’è il sogno di ricondurre l’Atalanta in Europa, da quelle atmosfere particolari e troppo antiche. Insomma, c’è un progetto importante. E quando a Marino vengono poste le solite, pungenti domande sulle cessioni dei gioielli nerazzurri, egli è laconico e acuto nella risposta: “Non vendiamo tappeti…”. Percassi vuole confermare Denis (“baluardo insostituibile”), vuole riscattare Cigarini, trattenere Peluso, vedere ancora tanto in maglia atalantina il più succoso prodotto del vivaio, quel Manolo Gabbiadini finalmente in gol, domenica scorsa; così tanto promettente da ricordare, a tratti, il Vieri dei tempi migliori. E quando gli citano Schelotto, il levriero dai lunghi capelli sciolti al vento che ammalia con le sue infinite cavalcate sulla fascia, e per i chilometri che percorre in quelle distese praterie di verde, Marino diventa quasi poetico: “Schelotto mi ricorda la dea Atalanta che corre”. Se nessuno chiederà espressamente di essere ceduto, l’Atalanta terrà tutti.

Il meccanismo, oggi, rasenta la perfezione. L’orologio nerazzurro ha cominciato a ticchettare, a scandire il tempo verso chissà quale radioso futuro: impossibile fermarlo staccandone un pezzo, una rotella, una delle sue più grandi parti: Pierpaolo Marino resta a Bergamo. Lui, l’uomo in più dell’Atalanta.