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La Juventus riscatta Caceres

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Conte rinnova fino al 2015

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CamaleConte

Dopo il settimo pareggio contro una piccola si scoprono le lacune della Juventus. Non più una casualità, ma un vero e proprio metodo scientifico che lascia poco spazio all’immaginazione. La sfortuna ogni tanto, come gli arbitri, la fanno da padrone, ma gli episodi vanno inseguiti e spesso non sono conseguenza del bel gioco. Conte ha fatto, e sta facendo tanto, manca ancora un pizzico di pragmatismo.

CamaleConte
(Getty Images)

Il due è un numero che ricorre nel campionato della Juventus. Doppio due come il numero delle partite finora giocate, di cui ben dieci pareggiate. Due come gli 0-0 consecutivi. Due come i rigori reclamati al Tardini, peraltro a ragione, da Conte. Due come i punti di vantaggio che potrebbe avere la Juve sul Milan se tutto andrà per il verso giusto. E per finire la serie, due come le prove di maturità fallite dalla squadra (Siena e Parma). Questo è il dato più preoccupante dal quale partire.

Sui dieci pareggi stagionali, giusto Roma, Udinese e Napoli possono essere annoverati tra i risultati nella norma. Il resto, a metà febbraio, inizia a non essere più accettabile. Soprattutto se il canovaccio è il medesimo. Ormai la Juve di Conte, sempre bella da vedere, è un libro aperto per i propri tifosi e, purtroppo, per le squadre di medio-basso rango che l’affrontano. Il giochino è semplice, sia che ti chiami Parma, Cagliari o Siena, basta chiudersi in area per novanta minuti che Madama tanto non fa male. Intendiamoci, queste squadre fanno il loro dovere, un pareggio contro la Juve di quest'anno è sempre risultato di prestigio. Appurato che con le big è diverso, ma che il grosso della classifica lo compone la provincia italiana, così non si può continuare.

L’errore più grosso di Conte è stato ignorare questa pericolosa china che ha portato la sua squadra a fallire due ghiotte occasioni di sorpasso sul Milan. La gara di Parma ha ricalcato in gran parte quella casalinga contro il Siena. Bianconeri che impongono il gioco dall’inizio fino a non far respirare l’avversario che a sua volta, capito l’andazzo, si trincera in area con otto giocatori chiudendo ogni spazio. Se a questo si aggiunge la non eccelsa qualità nei piedi di Estigarribia, Lichtsteiner, Matri e la corrente alternata di Vucinic, il gioco è fatto. Ormai non è neanche più necessario braccare Pirlo, basta schierarsi in maniera decente per evitare di prendere gol. La Juve, sia chiaro, le sue occasioni durante la partita riesce a crearle e a sbagliarle. Il tutto, però, con estrema difficoltà.

Non è un problema di modulo, è un problema di stile di gioco. Uscire ossessivamente, anche al novantesimo, palla al piede dalla propria area e proseguire fino alla porta avversaria può sempre essere efficace? Se lo fai da anni con Xavi, Iniesta e Messi tutto è possibile. In caso contrario, le cifre parlano chiaro: difesa meno battuta (13 reti), ma attacco da ottavo posto in giù (33 reti). Volendo fare un breve parallelismo con la diretta concorrente, a questo punto favorita, cioè il Milan, siamo agli antipodi. Allegri preferisce un calcio speculare, termine più fine rispetto a “brutto”. La partita di Udine spiega tanto: rossoneri in emergenza, irrisi sotto il profilo del gioco, ma vincenti con due contropiedi. La Juve e il suo tecnico non hanno le ripartenze nel dna e nessuno le pretende. Non hanno neanche un Ibra al quale dare la palla per creare gioco e spazi. Insomma, sarebbe da stupidi togliere i tanti meriti di Conte che, in pochi mesi e con il materiale umano a disposizione, è riuscito a regalare l’imbattibilità alla sua squadra e a darle un gioco che da anni a Torino non si vedeva più. Questa, però, non deve essere la scusante per continuare a incappare negli stessi errori. Rari i tiri da fuori area, uno di questi ha regalato la vittoria a Lecce. Rari i ribaltamenti di fronte appena l’avversario abbozza un timido attacco. Contro le piccole spesso si vince così. A Milano davano la colpa a Pirlo, troppo semplice. Ogni tanto un pizzico di camaleontismo non farebbe male perché il calcio premia solo chi vince e l’Italia insegna bene che i tre punti non vanno di pari passo col gioco, anzi.

Forse Conte aveva ragione quando diceva che la sua squadra stava compiendo un miracolo. Nessuno ne aveva inteso i veri motivi. Ora le pecche emergono chiare: il tecnico leccese sta mostrando una caparbietà da effetto boomerang e, con due occasioni fallite su tre (si aspetta il recupero col Bologna), non si compie un reato di lesa maestà nel dire che la strada è lunga sia per la Juve, che per il suo allenatore. C’è tanto da lavorare e da imparare. Per tutti.

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