Quando il coach ti paga per far male

Quando il coach ti paga per far male

L’allenatore della difesa dei New Orleans Saints è accusato di aver portato avanti negli ultimi anni un programma di incentivi economici per i giocatori che riuscivano a mettere fuori uso gli avversari con un placcaggio. La NFL non ha gradito per niente.

Il football americano è uno sport violento, su questo non ci sono dubbi. Ma c’è modo e modo di interpretarlo. È sempre sottile la linea tra una giocata sporca e una pulita, soprattutto per i non addetti ai lavori; ci sono placcaggi vietati (quelli portati casco contro casco per esempio) e ci sono atteggiamenti che la NFL non gradisce. Sono quelli che offrono al pubblico la sensazione che i campi di football altro non siano se non arene in cui i protagonisti giocano a chi infligge piú dolore. È una lotta continua per offrire un’immagine leale e sportiva della Lega e  dei giocatori, per far evolvere il gioco e allo stesso tempo diminuire gli infortuni, soprattutto le commozioni cerebrali.

Da qualche giorno sappiamo che il defensive coordinator dei New Orleans Saints, una delle migliori squadre della NFL e campione del Super Bowl del 2009, pagava i suoi giocatori per far male agli attaccanti. Dei veri e propro incentivi economici legati all’importanza del giocatore avversario e all’entitá del danno prodotta. Si parla di cifre piuttosto basse se comparate con gli stipendi della NFL; nell’anno del Super Bowl pare che Williams abbia distribuito in totale circa 50.000 dollari. I premi per un placcaggio ben fatto variavano dai 1.000 ai 1.500 dollari a botta, moltiplicati durante i playoff. Gregg Williams è stato l’allenatore della difesa dei Saints dal 2007 fino alla stagione appena conclusa. Ora è passato ai St.Loius Rams. È stato convocato dal commissioner Roger Goodell per discutere la questione e dare la propria versione dei fatti. Pare che Williams abbia usato questo sistema anche durante gli anni in cui lavorava con i Redskins (2004-2007) e prima ancora a Buffalo (2001-2003). L’allenatore ha ammesso l’accaduto: “Ho commesso un terribile errore – ha detto non appena informato dell’inchiesta – e mi voglio scusare con la NFL. So di aver sbagliato, avrei dovuto mettere fine a quella politica ma non l’ho fatto e mi prendo le mie responsabilità”.

Nell’ambiente pare che i metodi di Williams fossero noti. Il quarterback dei Bucaneers Josh Freeman, per esempio, sapeva benissimo che quando giocava contro New Orleans una taglia pendeva sulla sua testa. “Sapevamo che contro i Saints avremmo affrontato quel tipo di situazione” ha detto il giovane QB di Tampa Bay. “Le difese guidate da Williams sono sempre state molto fisiche”. Tampa Bay e New Orleans giocano nella stessa division, dunque si incontrano regolarmente due volte all’anno; nel 2010 Freeman ricevette un placcaggio illegale nella partita casalinga contro i Saints che gli diede problemi al ginocchio. I coach dei Bucaneers avvertivano sempre della pericolosità di certi placcaggi durante quella partita, soprattutto quelli vicino alla linea laterale, quando è piú difficile per gli arbitri stabilire se si tratti di un placcaggio illegale oppure no.

Ora la NFL sta studiando il da farsi: Williams e Goodell si sono incontrati ieri e si attendono gli esiti della chiacchierata. L’ammissione di colpevolezza potrebbe aiutare Williams a cavarsela con poco ma in casi lampanti di violazione delle regole come questa (nel regolamento della NFL è presente una norma che vieta agli allenatori queste pratiche, chiamate “non contract bonuses”, perchè di fatto aggirano il salary cap) è inevitabile che scatti una punizione. Si tratta di dare il buon esempio.  Una delle questioni in ballo riguarda la conoscenza o meno di questa tecnica da parte della dirigenza dei Saints e, prima ancora, dei Redskins. Williams ha lavorato negli ultimi anni anche per gli ex Oilers (ora Houston Texans) e per i Tennessee Titans. Da entrambe queste franchigie sono arrivate conferme  sui suoi metodi, anche se le dichiarazioni sono ambigue. Non si parla di soldi, ma solamente dell'assioma secondo cui "se riesci a mettere Ko il miglior giocatore avversario le tue probabilitá di vittoria cresceranno notevolmente". 

Interessante la testimonianza di Lance Schulters, ex giocatore dei Titans nel 2002; all’epoca Williams era il suo defensive coordinator. “Era una maniera di rendere più interessante la partita: non era niente di folle o di stupido. Per esempio quando giocavamo contro gli Steelers, c’era Hines Ward che cercava sempre di mettere fuori uso qualcuno. Quindi se riuscivi a stenderlo magari ti prendevi 100 dollari o quello che era”. Si chiamavano “money games”. Schulters nega di aver mai visto passaggi di denaro negli spogliatoi. “Dai, voglio dire, quei 100 o 200 dollari non facevano la differenza per un giocatore, con tutti i soldi che guadagnano. Si spendono in un giorno, magari allo strip-club”. Altri giocatori sono intervenuti per togliere importanza alla cosa. In queste ore non si parla d’altro nell’ambiente e col passare dei giorni si moltiplicano le dichiarazioni. È intervenuto sulla questione anche Tony Dungy, un coach tra i piú rispettati in questo sport, ora in pensione. In un messaggio a ProFootballTalk ha detto di essere stato cosciente anni fa che ci fosse una “taglia” sul suo quarterback nei Colts, il grande Peyton Manning.

Diversi giocatori e coach si sono schierati in difesa di Williams; alcuni sostenendo che il football è fatto anche di queste cose, altri dichiarando che “Williams non ci ha mai detto di andare in campo e rompere il collo ad un avversario, e nemmeno una gamba” (Philip Daniels, ex Washington Redskins). La questione non riguarda semplicemente la possibile squalifica di Williams. Si tratta, come detto, soprattutto  di una questione di immagine. Questo sport è amato anche e forse soprattutto per la fisicità: le folle ululano esd esultano per un sack (atterramento del quarterback) o per un placcaggio ben “consegnato”. Vogliono vedere il sangue. Negli ultimi anni sono aumentati i casi in cui giocatori hanno perso il casco durante un’azione a causa di un colpo, una situazione molto pericolosa. Gl infortuni sono continui, e la NFL sta studiando vari modi per far sì che la situazione non degeneri. Le squadre peró non collaborano, e nemmeno i giocatori. L’unica cosa che conta è vincere e il termine “infortunio” non è molto popolare. I giocatori nascondono gli infortuni ai coach per poter giocare. Le squadre nascondono gli infortuni agli avversari (e alla Lega) per fare pre-tattica. No importa quanto puoi star male, tutti fanno di tutto per essere in campo ad ogni partta: per non perdere terreno, soldi, popolarità. Siamo in n territorio estremo, in cui il corpo di questi atleti straordinari è sottoposto a sforzi disumani

Roger Goodell ha sempre mostrato un ‘eccezionale abilitá nel mantenere una buona immagine della NFL; le violazioni sono sempre punite, regolamento alla mano. Niente scuse, niente amnistie, niente TAR. I giocatori lo sanno bene: una serata con qualche bicchiere di troppo può rovinare una carriera in un amen. Ci sono troppi soldi in ballo. Le regole sono chiare e ogni problema (dai casini di Vick e Plaxico Burress al braccio di ferro sul lockout) è sempre stato gestito con trasparenza e fermezza. Succederá anche stavolta, non ci sono dubbi.