Il doppio gioco: Deion Sanders

La domenica giocava a football, e finita la partita prendeva un aereo per andare ad allenarsi con gli Atlanta Braves e il mercoledí era in campo sul diamante. La sua vita sono 3 o 4 vite insieme. Le sue gesta rimarranno per sempre nella storia dello sport professionistico americano.

Il doppio gioco: Deion Sanders
Il doppio gioco: Deion Sanders

“Il diavolo non perde tempo offrendoti roba che non ti interessa”. Per chi crede nella dicotomia  e nell’eterna lotta tra il bene e il male questa frase può risultare interessante. Tutto ciò che ci fa gola è peccato? Dipende dall’uso che ne facciamo. Ma non siamo qui per parlare di spiritualità, anche se la religione ha un ruolo in questa storia. Siamo qui per parlare di un uomo, le cui capacitá atletiche la maggior parte di noi può solamente sognare di avere. Deion Sanders è stato un professionista in due degli sport piú popolari d’America, il baseball e il football americano. A differenza di altri che hanno tentato l’avventura in una disciplina dopo aver smesso  in un’altra, Sanders è riuscito per diversi anni a conciliare entrambe. E a vincere. Se ognuno di noi ha un talento da coltivare nella vita, Sanders ne aveva almeno due. La domenica giocava a football, e finita la partita prendeva un aereo per andare ad allenarsi con gli Atlanta Braves e il mercoledí era in campo sul diamante. La sua vita sono 3 o 4 vite insieme. Le sue gesta rimarranno per sempre nella storia dello sport professionistico americano.

Oggi Sanders ha 44 anni e tempo fa ha raccontato la sua vita in un libro intitolato “Power, Money & Sex: how success almost ruined my life”. In tutte le biografie interessanti ci sono momenti difficili, periodi bui, la caduta e la resurrezione. Di questo e di altro parla Deion, ma una volta tanto la parte piú interessante nella vita di un uomo come lui (famoso, idolatrato, inseguito dalle donne e dai contratti multimilionari) non sta nei casini combinati fuori dal campo, ma negli spettacoli che ha messo in scena negli stadi di mezza America.

Forza, abilitá, carattere

Originario della Florida, giá al liceo Sanders brillava per doti atletiche, mostrando una velocitá di gambe fuori dal comune. Come tutti gli adolescenti era alla ricerca della sua strada e giocava a basket, a baseball e a football. Difficile dire in che cosa fosse migliore. Non è raro trovare nella storia dello sport americano giovani che prima di entrare all’universitá giocavano sui prati e nei palazzetti con buoni risultati, in fondo si tratta pur sempre di usare le mani, di correre, e pur con forme e modi differenti c’è sempre di mezzo una palla. Sanders peró ha portato questo concetto all’estremo. L’idea secondo cui se vuoi eccellere in qualcosa è necessario che tu metta da parte tutto il resto non ha mai fatto parte della sua esperienza. A 18 anni arrivò il momento di scegliere in quale università iscriversi: per tradizione e comoditá Deion si accasò alla Florida State University.

Strenght, Skill, Character. Questo è il motto della Florida State. Forza, abilità, carattere. A Deion non mancava nessuna delle tre cose. Deion inizialmente aveva messo da parte il basket, e passava sempre piú tempo sul campo da football, ma poi cambiò idea. Voleva giocare. E giocó. In tutti e tre gli sport era la stella del campus. Portó la squadra di baseball alla finale di conference, diventando famoso per la sua abilità nel rubare le basi.

Ma, come detto, il football era per lui un’attrazione irresistibile ed entró nella storia dei Seminoles: per due volte venne selezionato nella All-American, la squadra che raggruppa i migliori giocatori degli Stati Uniti a livello universitario. Nei quattro anni di college mise insieme 14 intercetti, vinse il Jim Thorpe Award (che si assegna ogni anno al miglior difensore) e il Sugar Bowl nel 1988. Giocava corner back, per lo piú, un ruolo che potremmo paragonare al terzino nel gioco del calcio. Al di lá  dei record fatti segnare in termini di punt e kickoff return, quello che conta è che nessuno alla Florida State indosserá piú il numero 2, che è stato ritirato in suo onore.

Finitá l’universitá era ora di cominciare a fare sul serio. Sanders ha sempre avuto una personalità elettrica, un eterno sorriso sulle labbra, l’atteggiamento di chi sa di essere speciale e non si nasconde. È di quelli che non stanno zitti un attimo, a metà tra il Willi Smith della serie Bell Air e Mohammed Alì. Sbruffone e rompipalle. Finita l’universitá era arrivato il momento di diventare ricchi.

Primetime

I giovani che vogliono diventare professionisti in uno degli sport di maggior rilievo (baseball, basket, football e hockey) devono dichiararsi “elegible” ovvero “disponibili”, di solito dopo aver   finito l’universitá, e a quel punto potranno essere ingaggiati da squadre del campionato professionistico. La selezione avviene ogni anno e si chiama “Draft”, la cerimonia durante la quale, in diretta tv, i dirigenti delle varie squadre annunciano quali sono i giocatori che hanno intenzione di ingaggiare. Ogni squadra durante il suo turno  puó scegliere un giocatore, poi tocca alla squadra successiva e via scorrendo finchè non ricomincia il giro. I giocatori con maggior proiezione e probabilità di diventare dei grandi professionisti vengono scelti per primi. I contatti con i ragazzi iniziano ben prima del giorno fatidico. C’è un Draft per il basket; un draft per il baseball e uno per il football. Deion venne selezionato in entrambi. 

Casa Sanders, ore 11 del mattino. Aquilla il telefono. Deion vive con la madre, ma è lui a rispondere:

“Pronto?”

“Buongiorno figliolo, sono il general manager dei New York Yankees. Ti andrebbe di venire a giocare per noi?” 

“Dipende, che cosa ci guadagno?”

Nello stesso momento suona il campanello. Deion chiede allo stupefatto GM degli Yankees di attendere. Va ad aprire. Fuori dalla porta di casa c’è una Cadillac nuova di zecca e un paio di signori in gessato scuro. Sono stati inviati dagli Atlanta Falcons e portano in dono, oltre alla macchina, una busta piena di dollari.

“Ciao Deion, siamo i Falcons. Vogliamo fare due chiacchere con te”.

Una persona normale a quel punto  si sarebbe presa qualche giorno per pensarci su, ne avrebbe parlato con amici e parenti per farsi consigliare e forse avrebbe passato un paio di notti insonni chiedendosi: “Cosa devo fare? “. Dopo una settimana o due avrebbe dato una risposta, avrebbe scelto. Deion scelse di non scegliere. Disse di sì ad entrambi. Firmó per gli Yankees e firmó per i Falcons. Avrebbe continuato a fare quello che aveva sempre fatto: giocare e competere in entrambi gli sport.

Ovviamente le cose non sono andate esattamente cosí. Ma le telefonate a casa e le visite dei manager di varie squadre furono parecchie.

Aveva 22 anni all’epoca, ed era un vero tamarro. Al Draft si presentó con chili di oro al collo e una giacca di pelle nera con ricamato il suo soprannome, “Prime Time”, affibbiatogli da un compagno del liceo dopo che Deion aveva segnato un trentello in una partita. Da allora Deion è un professionista che gioca per vincere e Prime Time è il suo alter ego, un vero casinista che dice quello che pensa e fa quello che dice.

“I wanna make a lot of money”, ripeteva. Veniva da una famiglia povera, il padre tossicodipendente se ne era andato quando Deion aveva 7 anni, a rimpiazzarlo arrivò un padrino alcolizzato. Era arrivato il momento di rifarsi: fuori dal ghetto, dentro una limousine. Con i Falcons firmó per 4.4 milioni di dollari, diventando il defensive back piú pagato nella storia della Nfl.

“You got everything you want and you are still unhappy”

Sanders era un cornerback, un ruolo che di solito non permette di diventare ultramiliardari, come capita ai quarterback o ai runningback. Ma Deion era anche, forse soprattutto, uno showman. Gli piaceva esagerare. Sul campo e fuori. Era perfetto come testimonial pubblicitario: Nike, Pepsi, Burger King, American Express.

La linea che divideva Deion Sanders da Prime Time era molto sottile. Durante una partita con gli Yankees, era sul piatto di battuta in attesa del lancio, disegnó per terra con la mazza una $, il simbolo del dollaro. Al pitcher avversario la cosa non piacque: iniziò una discussione, si montò un caso forse eccessivo, fatto sta che fu l’utima partita che giocó con New York. Di lì a poche settimane firmó per gli Atlanta Braves. L’episodio è emblematico per capire che il personaggio stava prendendo il sopravvento sull’atleta; la voglia di stupire, di fare e di avere di piú, lo stava consumando. È lo stesso Sanders a raccontare di come ad un certo punto si rese conto che pur avendo tutto ció che aveva sempre desiderato, non si sentiva felice. Eppure la sua vita sembrava meravigliosa e il suo rendimento sui campi migliorava costantemente.

Nel 1992 portó ai playoffs sia i Braves che i Falcons e fu il giocatore con piú intercetti della Nfl; le squadre avversarie avevano paura a lanciare sul lato coperto da Sanders. Alcuni di quegli intercetti diventarono dei touchdown, e in quei pochi secondi che separano l’uno dall’altro Deion dava il meglio di sé. Come un ballerino, danzando sulla punte, Sanders correva verso la meta lungo la linea laterale; è questa l’immagine che piú di ogni altra lo rappresenta. Danzando sulla linea laterale col pallone in una mano e la folla in delirio. Passava la maggior parte della partita ballando.

Dopo aver comprato una casa alla madre nella parte ricca della cittá, Sanders andó a cercare il padre biologico, che ancora lottava con la propria tossicodipendenza, lo aiutó a ripulirsi e lo coinvolse in uno dei suoi progetti extra-sportivi: la musica rap. Incise un album col suo amico MC Hammer e andó pure in tour: certo l’ambiente non lo aiutava a rimanere con i piedi per terra. Quel tour gli costó il matrimonio. Sanders si rese conto che qualcosa non andava. Aveva tutto ma il vuoto era sempre lì.

“La sera in cui vinsi il primo Superbowl con i 49ers, tornai a casa e mi resi conto che non ero nemmeno felice”.

Non è importante ora rivisitare interamente il percorso che lo ha portato a una visione piú spirituale della vita, sono questioni personali. La scoperta della religiosità che ognuno di noi porta dentro, l’incontro con persone che predicano una vita virtuosa  nelle chiese del profondo sud, lo hanno cambiato: oggi Deion parla con entusiasmo della sua esperienza religiosa. Ma torniamo allo sport.

La sua carriera nel mondo del baseball fu discreta e attraversò fasi alterne: giocó in quattro squadre differenti dal 1989 al 2001. Yankees (89-90), Atlanta Braves (’91-’94) Cincinnati Reds (’94-’95 e ’97-2001) e S.Francisco Giants (1995). La sua migliore stagione fu probabilmente quella del 1997, in cui giocó 115 partite collezionando 127 valide e rubando 56 basi. Nel 1992 raggiunse con gli Atlanta Braves la finale del campionato MLB, le World Series: quell’anno giocó 92 partite con un notevole.304 di percentuale alla battuta. Pur perdendo la finale in 6 partite contro i Toronto Blue Jays, Sanders disputó una serie magnifica.

In totale ha giocato 641 partite nella Major League Baseball, guadagnandosi la fama di scippatore di basi, una specialità tipica dei giocatori furbi, veloci e bastardi. Batteva bene e ci teneva alla sua carriera di giocatore di baseball, voleva essere presente a tutte le partite, agli allenamenti, e naturalmente voleva vincere. Bisogna tenere conto che il ragazzo aveva un contratto anche con i Falcons e che quello del football è un mondo in cui nulla è lasciato al caso e si giocano solo una quindicina di partite all’anno, esclusi i playoffs. I contratti firmati da Sanders avevano delle clausole speciali che gli permettevano o vietavano a seconda dei casi di volare da uno stato all’altro durante la stessa settimana o addirittura lo stesso giorno per essere presente sul diamante e sul campo di football. Nel 1989 Sanders divenne il primo e unico a segnare un homerun e un touchdown nel giro di sette giorni. Rimane l’unico giocatore ad aver giocato sia un Superbowl che una World Series. L’11 ottobre del ’92 scese in campo a Miami con i Falcons e appena finita la gara voló a Pittsburgh, sperando di poter giocare contro i Pirates e convertirsi cosí nel primo uomo a giocare due partite di due diverse leghe professionistiche nello stesso giorno. Sanders arrivò a Pittsburgh, ma non in tempo per giocare.

Ma non ci sono dubbi, è nel football che Sanders ha segnato un’epoca e ha dato il meglio di sé, diventando uno dei migliori cornerback di tutti i tempi, forse il migliore.

Con i Falcons giocó per 5 stagioni, mettendo a segno 24 intercetti e10 touchdown: era un ottimo kickoff e punt returner e un giocatore del genere non poteva non attirare l’attenzione delle migliori squadre dell'epoca, i 49ers e i Cowboys. Sanders riuscì a giocare in entrambi. Nel 1994 firmó per S.Francisco, dove giocó una sola stagione, secondo alcuni la migliore della sua carriera. Il suo ritorno al Georgia Dome con la maglia dei 49ers il 16 ottobre di quell’anno  fu piuttosto agitato. Sanders prima si azzuffò con l’ex compagno Andre Rison, poi intercettò un passaggio del QB George e corse per 93 yards fino alla linea di meta. Fu un’annata magnifica per lui e per i 49ers, guidati da Steve Young e con Jerry Rice ancora in gran spolvero. Vinse il premio di Defensive Player of the year e S.Francisco si aggiudicò il quinto Superbowl della sua storia battendo i S.Diego Chargers 49-26. Young vinse il titolo di MVP e Sanders mise la sua firma sulla vittoria con un intercetto.

Tuttavia Sanders e Jerry Rice non andavano d’accordo e Deion decise di andarsene;  firmó per i grandi rivali dell’epoca, i Dallas Cowboys, un contratto settennale da 35 milioni, piú 13 al momento della firma.  Nei Cowboys giocava il suo grande amico Michael Irvin e insieme a lui, Troy Aikmann ed Emmit Smith, Dallas vinse il Superbowl XXX superando i Pittsburgh Steelers. Negli anni successivi la squadra faticò a ripetersi, una generazione di giocatori ormai aveva dato il meglio di sé, ma Sanders continuó a giocare ad un livello altissimo e venne sempre selezionato per il Pro Bowl. Le ultime due squadre in cui giocó prima di ritirarsi e diventare un commentatore tv per Nfl Network furono i Washington Redskins (2000) e i Baltimore Ravens (2004-05).

Pochi mesi fa è entrato a far parte dell’olimpo dello sport americano, la Hall of Fame, quel luogo simbolico che apre le sue porte solamente ai migliori: Sanders ha ricevuto questo onore a soli 6 anni dal suo ritiro dai campi. Nella classifica dei migliori giocatori di football di tutti i tempi stilata dalla Nfl occupa il posto numero 34. Quando gliel’hanno detto è andato fuori di testa: “Trentaquattro? C’mon, io sono tra i primi 10”.