Il Pallone Racconta: la disfatta con la Corea, le premesse

Il Pallone Racconta: la disfatta con la Corea, le premesse

Giovedì 7 luglio 1966 la Nazionale Italiana atterra a Newcastle, proveniente da Copenaghen dove ha battuto per 4-0 una rappresentativa cittadina giocando male. L’allenatore Edmondo Fabbri, detto Mondino avverte i giornalisti: «Da oggi entriamo in clima di guerra. Guerra sportiva», aggiunge fiutando l’esagerazione, ma non basta. La frittata è fatta, l’antipasto del terribile Mondiale inglese del 1966 è servito.

La Nazionale ha alle spalle una serie di amichevoli vinte a mani basse: partite facili, d’accordo, ma in passato anche i collaudi più accomodanti avevano procurato delusioni e fischi, dunque, le ragioni del pessimo rapporto tra Fabbri e la stampa sono altre. Fabbri è un tecnico stimato, ma non particolarmente prestigioso. La sua massima referenza è di aver portato il Mantova dalla serie D alla A (avendo in segreteria un giovanotto di belle speranze, Italo Allodi); e, nel maggio del 1962, l’Inter lo prenota in caso di mancato ritorno di Herrera dalla trasferta al Mondiale cileno con la Nazionale spagnola. Il Mago torna e per Fabbri sfuma il sogno nerazzurro. Ha già un contratto con il Verona, quando il presidente federale Pasquale gli fa una proposta alla quale è impossibile rinunciare: «Se la sentirebbe di guidare la Nazionale?»

È fresca la figuraccia di Santiago e Pasquale vara la riforma della gestione azzurra. Niente oriundi, basta con le improvvisazioni, mai più tecnici a mezzo servizio con le società. Il Commissario unico deve essere un dipendente federale a tempo pieno, con sicurezza di contratto lungo e stipendio al livello di un club. La candidatura Fabbri è approvata, con entusiasmo, anche da Aldo Bardelli, grande firma livornese trapiantata a Bologna, ex tecnico dello staff azzurro ai Mondiali del 1950 in Brasile, amico e consigliere personale del presidente della Federcalcio.

Fabbri è nato a Castelbolognese e vive a Bologna come Pasquale e Bardelli. Gianni Brera punzecchia il trio chiamandolo il “Club del Tortellino”. Il tecnico azzurro, a prescindere da colpe e meriti, si trova sotto il fuoco incrociato della battaglia tattico editoriale che infuria in quegli anni. Da una parte c’è il fronte difensivista di Brera de “La Gazzetta dello Sport” e del molto influente “Il Guerin Sportivo”. Dall’altra gli offensivisti del gruppo Palumbo Ghirelli, cioè “Corriere della Sera” e “Corriere dello Sport”; Pasquale non si compromette mai, non prendendo alcuna posizione. Fabbri naturalmente sta dalla parte opposta a quella di Herrera, convertitosi ad un difensivismo che sta portando l’Inter sul tetto del mondo.

I “breriani” vorrebbero che l’allenatore trasferisse questa tattica in Nazionale. Fabbri, invece, afferma che sarebbe assurdo tentare il gioco dell’Inter senza poter avere né la regia dello spagnolo Suarez, né la velocità in contropiede del brasiliano Jair. La critica offensivista lo appoggia e sogna i trionfi di una Nazionale ottenuta dalla fusione di Milan e Bologna, basata su stilisti come Rivera, Bulgarelli e Fogli. Fabbri cerca di calmare le acque con piccole concessioni, qualche polemica e finti esperimenti per tre anni.

Fino all’aprile del 1965, quando l’allarmante 0-0 di Varsavia contro la Polonia impone la decisione definitiva, fino ad allora rinviata: od il gioco offensivista, con il blocco misto milanisti bolognesi, oppure il gioco “all’italiana”, con il blocco interista quasi al completo. Rivera intuisce che Mondino non ha il coraggio di scegliere, ed esce con una clamorosa intervista, in cui dice che, con Picchi schierato nel ruolo di libero, la Nazionale gioca in dieci.

Si scatena l’inferno, Picchi non ci sta e risponde per le rime, Fabbri decide, allora, di non convocare più il capitano dell’Inter, preferendo Janich, libero del Bologna. Anche Janich è bravo, intendiamoci, e lo è pure Sandro Salvadore che si alternerà con lui, ma non si tratta di valutare il singolo, ma la sua efficacia nel complesso: non a caso, infatti, Facchetti sarà una delle più grandi delusioni del Mondiale.

Stesso discorso per Mariolino Corso: il mancino attraversa un periodo di forma a dir poco straordinario, è il vero cervello dell’Inter, fa girare la squadra come un orologio, ma Fabbri dice che Corso nell’Inter non conta niente, ritiene che giochi bene solo per merito di Suarez e non lo convoca; al suo posto andrà al mondiale Ezio Pascutti, del Bologna. Gli interisti titolari azzurri, si stringono attorno a Mazzola e Facchetti e si improvvisano fini diplomatici per non lasciarsi trascinare in polemiche contro il clan dei milanisti e dei bolognesi. Rivera viene ribattezzato “abatino”, nel senso di eminenza precoce, fragile ed intrigante. Averlo titolare in Nazionale è quasi una sciagura per i difensivisti, i quali rinfacciano a Fabbri di aver ottenuto dei risultati non eclatanti: mancata qualificazione all’Europeo 1964, faticosa quella strappata al Mondiale inglese e brutte partite contro squadre impegnative.

A Durham, sede del ritiro azzurro, le telecamere della Rai non possono entrare, niente interviste ai giocatori: il divieto lo ha voluto Pasquale per punire la Rai, rea di aver trasmesso un reportage moralistico sulle follie del calciomercato. Si ironizza sul policeman inglese chiamato a fare da sentinella al ritiro degli italiani, mentre non c’è nessuna guardia al ritiro dei sovietici, posto accanto a quello italiano. Nessuno osserva che, al contrario di quella dei nostri, la privacy dei calciatori sovietici non è assolutamente minacciata, perché i giornalisti arrivati dall’Urss sono appena sei (tra cui la moglie del portiere Lev Jashin) ed i tifosi zero. Scoppia il finimondo quando Rivera incrocia i giornalisti in visita al ritiro e, con una battuta infelice, suggerisce: «Portateli a vedere la sala da pranzo».Sandro Mazzola, si dimostra più politico, sentenziando: «Come livello tecnico, il calcio italiano è il primo od il secondo del mondo, forse soltanto il Brasile ci è superiore. Fabbri? È l’uomo che ci voleva».