La disfatta con la Corea: la vigilia

La disfatta con la Corea: la vigilia
La disfatta con la Corea: la vigilia

Nel ritiro azzurro la disciplina è rigida, parla solo l’allenatore; quando è l’ora delle interviste, i giocatori vengono caricati su un pullman e portati lontano. Sconsigliato vedere la televisione (anche perché nessuno capisce l’inglese) e, soprattutto, il calcio. Per le serate sono stati portati dall’Italia una ventina di film, tutti western: «Niente partite», spiega Fabbri, «di calcio ne vediamo fin troppo».

Il volenteroso impegno dello staff nelle pubbliche relazioni è vanificato dall’incapacità di gestire eventi ed emozioni, che si manifesta fin dalla sera del giorno 13 luglio, quando l’Italia debutta contro il Cile al Roker Park Ground di Sunderland. Temendo un bis della rissa avvenuta quattro anni prima nel Mondiale cileno, il capo delegazione Artemio Franchi diffida gli azzurri dal rispondere ad eventuali provocazioni: per fortuna, tutto andrà per il verso giusto, il “pugile” Leonel Sanchez è in campo con responsabilità di capitano.

Vinciamo 2-0, ma alle interviste che si fanno per le televisioni a circuito chiuso con domande presentate per iscritto, Fabbri risponde in questo modo:«Sono soddisfatto del risultato, non del gioco; non ci siamo volontariamente chiusi dopo il primo goal, siamo soltanto calati di tono, credo per la tensione della rivincita col Cile. Certo, se giochiamo così andiamo subito fuori». Giocatori arrabbiati per l’inatteso rimprovero, giornalisti sbalorditi, dirigenti esterrefatti. Pasquale entra negli spogliatoi e trova un mortorio: il più cupo é Fabbri. «Su, ragazzi», esorta il presidente federale. «Non dobbiamo mica piangere una batosta. Abbiamo vinto, andiamo a festeggiare».

Pasquale ha saputo di certi mugugni, alfiere il “sindacalista” Salvadore, ed annuncia il raddoppio della diaria giornaliera: da 10 a 20 Dollari, I giocatori si sentono presi in giro e la notizia non modifica l’umore sempre più depresso dell’ambiente. Quest’aria da funerale dopo la prima vittoria è il segno di una squadra spenta, ancora prima di cominciare a giocare. Sul banco degli imputati viene messo Gianni Rivera, rivelatosi atleticamente non all’altezza contro il Cile e Fabbri lo esclude dalla seconda partita contro l’Urss, in programma tre giorni dopo sullo stesso campo.

Ma le cose vanno ancora peggio: al brutto gioco si aggiunge la sconfitta. Facchetti si addormenta e Cislenko infila Albertosi: potremmo invocare un rigore negatoci dall’arbitro, il tedesco Alfred Kreitlein, ma non serve a niente. Fabbri, stravolto, mormora rassegnato: «Quando un avversario è forte, non c’è che da complimentarsi. Rivera in tribuna? Non era partita per lui. Quale errore riconosco? Forse avrei dovuto mettere Guarneri secondo stopper, invece di Leoncini, per marcare un certo avversario».

Dopo anni, Fabbri non è più dello stesso parere: «Macché, chiunque avessi schierato, non sarebbe cambiato nulla. Tutta la squadra non era in condizione di stare in piedi. Se anche Bertini e Riva (portati in Inghilterra come turisti, per fare esperienza) fossero scesi in campo sarebbero stati in difficoltà anche loro. Eppoi si aggiunge il rigore su Mazzola non concessoci». Facchetti conferma: «Contro i sovietici mi tremavano le gambe, non riuscivo a stare in piedi».

Il presidente Pasquale improvvisamente parte, atteso a Roma da un’importantissima riunione del Coni. Il capo delegazione Franchi sta rinchiuso in albergo a Sunderland. Burgnich lamenta che «nessun dirigente è venuto a sostenere la squadra, a dirci che cosa possiamo economicamente aspettarci da questo Mondiale». Intanto il Commissario Tecnico sovietico Morozov avverte: «Attenti ai coreani, con quel continuo movimento ci hanno creato seri problemi. Se non piazzate subito qualche goals, rischiate di avere brutte sorprese». Il selezionatore coreano, Myung Re Hyung, con incrollabile fermezza ripete ciò che va dicendo fin dal primo giorno: «Siamo sicuri di battere l’Italia e di qualificarci».

Mondino è in crisi perché contro l’Unione Sovietica si è fatto male ad un ginocchio il suo pupillo Giacomino Bulgarelli, mezzala e cervello del Bologna. Per due giorni l’allenatore si aggira nel ritiro come Amleto, nascondendo la formazione. Nessun allenatore, con un briciolo di esperienza di un torneo intenso come un Mondiale, avrebbe dei dubbi. Considerata la scarsa statura tecnica dell’avversario ed i possibili impegni futuri, chiunque rinuncerebbe subito a Bulgarelli, schierando un altro giocatore. In questo modo ne trarrebbero vantaggio tutti: gli stessi due interessati ed anche i compagni di squadra che non verrebbero coinvolti in un problema che non ha ragione di esistere.

Questa della formazione a sorpresa è un’ossessione del tecnico azzurro, sempre più sorpreso dalla brutta piega della spedizione. Nell’ultima conferenza stampa prima della partita fatale, dice che non annuncerà la formazione. I giornalisti decidono, per protesta, di inventarsene una e di pubblicarla uguale su tutti i giornali. Pensano, però, di farla conoscere al Commissario Tecnico ma, quando l’incaricato si avvicina alla sua cattedra col foglietto, Fabbri lo aggredisce, lo insulta, strepitando che non accetta suggerimenti. Il giornalista sale sulla cattedra prendendolo per il collo, fino a quando i due vengono divisi a fatica.

Nessuno lo sa, ma i coreani hanno già fatto un brutto scherzo alle coronarie di Mondino: quello del pareggio in extremis col Cile. Anche questo è un episodio sconosciuto, che ricorda Fabbri dopo tanti anni. «Avevo già visto i coreani nella prima partita persa con i sovietici, ma per scrupolo andai a rivederli nella seconda contro il Cile. Mi portò in macchina un amico bolognese e, per non fargli fare tardi, a pochi minuti dalla fine gli dissi che potevamo andarcene. Il Cile era in vantaggio e controllava con sicurezza la situazione.

Eravamo virtualmente qualificati per i quarti, anche nell’impensabile ipotesi di non conquistare neanche un punto nelle imminenti partite con Urss e Corea. Con quella vittoria, infatti, i cileni ci raggiungevano a quota due punti, ma con una peggiore differenza goal e la prospettiva di sconfitta certa contro i fortissimi sovietici, nell’ultima partita. Feci il viaggio di ritorno tutto contento ed, arrivato a Durham, dissi ai ragazzi: “Meno male, ce l’abbiamo fatta, potremo incontrare russi e coreani senza troppe angosce, perché il Cile ha vinto”.

“Vinto?”, mi fanno sbalorditi, “guardi, Mister, che si sbaglia: i coreani hanno pareggiato all’ultimo minuto, forse lei è uscito prima”. Valcareggi non osservò mai i coreani e non parlò mai, almeno con me, di “Ridolini”. È una leggenda metropolitana. Valcareggi osservò soltanto il Portogallo, nostro eventuale avversario nei quarti, e fu una missione inutile, visto che fummo eliminati». L’atmosfera nel ritiro di Durham s’incupisce sempre più, con l’avvicinarsi della partita. Fabbri mette le mani avanti: «Nel nostro girone siamo stati gli ultimi a cominciare, il 13 luglio, e siamo i primi a finire, il 19 luglio. Tre partite in sei giorni sono pesanti».