La disfatta con la Corea: la figuraccia e la fuga

La disfatta con la Corea: la figuraccia e la fuga

I coreani non immaginano nemmeno lontanamente di farci così tanta paura. La loro partecipazione al Mondiale è poco più che folkloristica; sono da mesi in giro per l’Europa, hanno fatto un lungo stage in Germania Est. Riposano malissimo, perché li hanno sistemati nell’albergo dell’aeroporto di Darlington, con aerei che atterrano e decollano a tutte le ore, non possono esporre bandiere e non hanno rappresentanza diplomatica, perché il Regno Unito non riconosce la Repubblica Popolare di Corea, brevemente detta Corea del Nord. In campo corrono tanto, molto, sempre, avventandosi in due o tre sull’avversario in possesso di palla. Fanno, insomma, quello che un giorno si chiamerà pressing, di cui i nostri allenatori, e men che meno Fabbri, non hanno la più pallida idea di cosa sia. Consumano molto ginseng, ma non è considerato doping.

Nella pungente e ventosa sera del 19 luglio 1966, non ci sono più di ventimila persone sulle tribune dell’Ayresome Park di Middlesbrough. Qualche migliaio i tifosi italiani, gli altri sono tutti inglesi e fanno, ovviamente, il tifo per gli outsider coreani. In tribuna d’onore, il capo delegazione Franchi è l’unica autorità del calcio italiano. Un solo presidente di club: Nello Baglini della Fiorentina. Giuseppe Pasquale ascolta la radiocronaca in macchina, sull’autostrada, mentre viaggia da Bologna a Roma.

In campo ritorna la formazione del bel gioco, con Rivera, Fogli ed il dolorante Bulgarelli, l’Italia indossa una maglia color carta da zucchero bigio ed i pantaloncini d’un malinconico nero. Giocando a uomo, gli azzurri non hanno punti di riferimento contro i piccoli coreani che fanno un pressing velocissimo. Ciò nonostante, Perani in avvio tre clamorose palle goals. Cede il ginocchio di Bulgarelli, temerariamente arrischiato, e l’Italia rimane in dieci, allora non erano ancora ammesse le sostituzioni. Rivera perde una palla a centrocampo e Pak-Doo-Ik, caporale di leva nell’armata di Pyongyang, infila con un preciso diagonale Albertosi: l’Italia va in tilt. Il secondo tempo, scandito dalla voce sempre più funebre di Nicolò Carosio, è una lenta, inesorabile marcia verso il patibolo, lo strenuo impegno non basta per raggiungere un pur mortificante pareggio: siamo fuori dal Mondiale.

Qualche tifoso italiano piange sulle gradinate, qualcuno scaglia la tromba in campo, qualche altro viene bloccato dai poliziotti, mentre scavalca le transenne per avventarsi sui giocatori italiani, i ragazzini inglesi vanno in tribuna stampa a sfottere i giornalisti italiani. In un bar di Milano Marittima, sulla riviera romagnola, la signora Fabbri deve scappare in lacrime: la conoscono tutti, ed i villeggianti, dopo la partita, cominciano ad inveire contro suo marito, insultandolo. Insulti volano anche nella sala stampa dell’Ayresome Park, che diventa una bolgia. Fabbri fa sapere che non parlerà, farà una relazione scritta alla Federcalcio.

Parla, invece, Franchi: «Quando sono arrivato a Durham, alla vigilia della partita col Cile, ho trovato un ambiente tutto diverso da quello che avevo lasciato a Coverciano. Ho trovato giocatori che avevano paura, una squadra emozionata e tesa. Ho cercato di capirne il motivo, ma nessuno ha saputo dare una spiegazione convincente». L’Inghilterra impazzisce per i coreani, proiettati verso un’avventura inattesa ed affascinante; addirittura tremila cittadini di Middlesbrough si mettono al seguito della nazionale della Corea per la disputa del quarto di finale previsto al Goodison Park di Liverpool, lo stadio dell’Everton.

Qui, contro un’altra grande del calcio d’epoca, il Portogallo di Eusebio, i coreani sembrano rivelare una forza, una perizia ed un’energia che loro stessi ignoravano di possedere: ad un certo punto della partita, la Corea conduce addirittura per 3-0, tutto il mondo è stupito. Ma a quel punto entra in scena Eusebio. Al momento è lui il miglior giocatore del pianeta, alla pari con O’ Rey Pelé: prende letteralmente la partita nelle sue mani e decide di restituire al mondo calcistico la sua logica naturale. Uno dopo l’altro ne infila quattro nella porta coreana, mentre gli asiatici, in confusione, invece che ritrarsi a ordinare le idee, continuano ad attaccare, in preda di un’incontrollabile frenesia. Alla fine i portoghesi segnano anche il quinto goal, gli equilibri si ristabiliscono; i coreani vengono applauditi, ma per loro sono pronti i biglietti per il volo di ritorno.

La rappresentativa della Corea del Nord venne accolta in patria come un manipolo di eroi. A tutti furono concessi onori e riconoscimenti materiali, case, pensioni, buoni impieghi nel campo dello sport, era il premio per aver portato a compimento una missione importante, ben oltre la dimensione agonistica: presentare al mondo il volto umano e civile di una dittatura permanentemente alla berlina. Ma torniamo agli azzurri. All’una di notte, nel ritiro di Durham, nessuno dorme, si preparano i bagagli. Circolano voci del brindisi di un gruppo di azzurri, lieti del rientro anticipato a casa. «Non è vero», smentisce Fabbri,«quella notte a Durham nessuno ha brindato».

Ma nella relazione al consiglio federale, il capo delegazione confermerà «il brindisi a base di whisky, fatto non per festeggiare, ma per distendere i nervi e prendere sonno, visto che nessuno riusciva a dormire». Franchi viene chiamato tre volte al telefono: è Pasquale in linea da Roma. Gli dice che Fabbri è distrutto e non vuole presentarsi in conferenza stampa, prevista per il giorno dopo, Pasquale risponde che deve imporglielo come ordine di servizio. All’alba Franchi ottiene il sì di Mondino, arresosi per sonno più che per convinzione.

La mattina di mercoledì 20 luglio c’è l’ammainabandiera a Durham, i giocatori hanno la consegna del silenzio. Franchi e Fabbri vanno al centro stampa di Sunderland per la conferenza, alla quale partecipano centinaia di giornalisti d’ogni Paese. Franchi ripete le solite frasi di circostanza, Fabbri è un pallido fantasma che a stento riesce a bisbigliare qualcosa: «Potete bene immaginare che non sono in grado di fare una conferenza stampa. Più che amareggiato, sono addolorato. Le responsabilità sono soltanto mie».

Fuori, gli azzurri infrangono la consegna del silenzio. Curiosamente, Gianni Rivera riprende il misterioso tema sfiorato da Facchetti dopo Italia-Urss:«Non corriamo, non rendiamo, perché?». Salvadore ne ha le scatole piene: «Ci multano se parliamo? Ma non diciamo sciocchezze, siamo da un mese e mezzo a disposizione della Federcalcio, abbiamo perso i premi dei nostri club per le amichevoli post campionato, in cambio della modesta diaria federale ed avrebbero pure il coraggio di multarci?»

Il problema più complicato è quello del rientro; si dice che non ci sarebbero aerei per l’Italia con quaranta posti liberi, ma è una bugia, in questi casi federazioni ed organizzazioni prenotano i rientri ad ogni scadenza eliminatoria. La verità è che agli azzurri è stato consigliato un rientro speciale, per questioni d’ordine pubblico. Fabbri tira un sospiro di sollievo e propone di rientrare divisi, ogni gruppetto verso la propria destinazione finale, ma Franchi si oppone: il gruppo ritorna tutto insieme. Alle 15:00 gli azzurri partono in treno per Londra, dormiranno all’albergo dell’aeroporto ed il giorno dopo prenderanno il volo per tornare in patria. La stampa inglese ci sfotte: «Ora i club italiani ingaggeranno calciatori coreani».

Giovedì 21 luglio, la squadra è a Londra. Al mattino partono con permesso speciale Bulgarelli, infortunato, per Milano, Juliano e Rizzo, per Roma. Gli altri, consegnati in albergo, devono andare nel pomeriggio al party di commiato che la Federazione Mondiale ha organizzato, a Lancaster House, per gli eliminati. Si vorrebbe declinare l’invito, ma Franchi obbliga tutti a partecipare. Il volo per l’Italia è fissato per le 21:00, ma verrà fatto partire molto più tardi, destinazione ignota: Milano, Roma o Genova, si vogliono evitare cattive accoglienze.  Gli azzurri assonnati e stanchi atterrano a Genova alle 3:40 della notte fra il 21 e il 22 luglio.

Dagli oblò si vedono i tifosi assiepati intorno alla pista. «Ci sono, ci sono», gridano i giocatori. Viene predisposto un piano di uscita: Marino Perani deve comparire per primo sulla scaletta anteriore e subire i fischi e le contestazioni, mentre gli altri scendono da quella posteriore, rifugiandosi subito nel bus parcheggiato accanto. Il bus non c’è, due pantere della polizia non bastano a trattenere l’orda di fotografi, operatori televisivi e tifosi. Giocatori, tecnici, dirigenti e giornalisti, corrono tutti verso l’aerostazione sotto un lancio di pomodori, cetrioli, uova. La gente urla: «Bidoni, bidoni, ci avete disonorati!»

Alle 4:35 Fabbri, pallidissimo, viene infilato nell’auto di un suo parente ed accompagnato sotto scorta fuori dall’aeroporto. Il grosso del gruppo, giornalisti compresi, sale su un pullman diretto a Milano e scortato dalla polizia. Lo seguono auto da cui sporgono mani che fanno le corna e facce di scalmanati che insultano: non sono auto di tifosi genovesi, hanno targhe di Milano, Torino, Piacenza. Un anonimo giornalista genovese rivela: «Quella notte c’ero, ma la spedizione fu assolutamente spontanea; eravamo stati informati dell’arrivo a tarda sera dalla fidanzata di un amico che lavorava all’aeroporto. Quanto ai pomodori, provenivano dalla cucina di un amico ristoratore. Le macchine con targa di altre province, poi, appartenevano a villeggianti».

 

Ma la rivelazione non dissipa tutti i dubbi su questo ennesimo mistero coreano. La prova è che alle destinazioni opzionali di Milano e Roma non è andato nessun tifoso: sono andati tutti a Genova a colpo sicuro. La mobilitazione in pochissime ore di fotografi, troupe televisive e molte centinaia di tifosi, con decine di auto da diverse città del nord e pesante munizionamento di ortaggi, per intercettare un aereo in partenza a mezzanotte da Londra con destinazione opzionale su tre aeroporti, non può essere frutto di iniziative spontanee.

C’è una spia che ha avvertito, c’è una regia che ha coordinato attori, scena e copione. Non sembri esagerato il sospetto, l’Italia è a soqquadro per la disfatta, al punto che il presidente della repubblica Saragat deve improvvisarsi pompiere ed inviare un telegramma a Salvadore, capitano della Nazionale, con il quale si deve ridimensionare una sconfitta al suo mero valore sportivo, che certamente non riguarda l’onore della Nazione.

I reduci di Middlesbrough spariscono nel nulla dei più inaccessibili ritiri e delle più sperdute spiagge, Fabbri si barrica in casa nella torrida Bologna: attende una convocazione dal presidente Pasquale, per un primo colloquio di cui non si saprà mai nulla. Poi, parte con la moglie per il ritiro di Camaldoli, prima di isolarsi nel segretissimo romitaggio aretino.

Anni dopo, Fabbri rivive quei momenti che hanno segnato la sua vita con un indelebile marchio di amarezza, delusione, solitudine, spavento: «Non auguro a nessuno di provare quello che ho provato io, dal 19 luglio al 22 dicembre del 1966. Nel giro di pochi giorni fui sbalzato dalla panchina del Milan, che Luigi Carraro mi stava offrendo e che per me voleva dire la resurrezione, ad una squalifica di sei mesi. Carraro mi aveva invitato presso un notaio di Milano per firmare il contratto: appuntamento segretissimo, neanche mia moglie sapeva niente, quando arrivò una telefonata del dottor Giuseppe Pasquale, il presidente della Federcalcio.

Mi disse che era meglio aspettare qualche giorno, per il 22 era convocato il Consiglio federale: avrebbe esaminato la relazione della commissione speciale istituita per giudicare il mio operato. Era una commissione composta da giudici e consulenti della Federcalcio, cioè dalla mia controparte. Luigi Carraro fu pregato di parlare con Pasquale dal telefono di un’altra stanza e, quando tornò, mi disse che non si poteva firmare, che bisognava aspettare. Quattro giorni dopo, il Consiglio federale mi squalificò e, praticamente, fu la fine della mia carriera di allenatore».

Mondiali del 2002: l’altra Corea, quella del Sud, non solo organizza i mondiali, ma ha addirittura l’ardire di pensare di vincerli, cercando in tutti modi di riuscirci. Gioca un calcio discreto ed i risultati ottenuti negli ultimi anni non ne fanno certo una sorpresa. La partita finisce come sappiamo, si perde di nuovo. Stavolta, però, non succede niente, ci si limita a lapidare l’arbitro Moreno, non si parla di vergogna, di pagina nera, non si parla neppure più di “Ridolini”, perché i coreani hanno bicipiti da far impallidire i nostri. Segno che le cose sono cambiate, i valori livellati, le sorprese mitigate e le vergogne nazionali più improbabili in questi tempi di pay-tv e mercenari.

 

Un’emozione, quella di allora, tutta in negativo che, vista da oggi, sembra ingenua ed eccessiva; eppure ci coinvolse tutti, come una nazione di peccatori, in quel mesto luglio inglese del 1966, nel giorno in cui la Nazionale indossò la sua più brutta divisa di sempre.