Quando la Regina chiese i biglietti al tennista

Wimbledon da sempre richiama la tradizione, l’etichetta, il comportamento compassato. Ma se un americano incontra la regina Elisabetta nel Centre court, le conseguenze possono essere imprevedibili, anche nel 1957.

Quando la Regina chiese i biglietti al tennista
Picture by Heathcliff O'Malley

Quanti modi ci sono per prepararsi a Wimbledon? Ogni anno c’è chi vola a Londra facendo carte false, chi si assenta dall’ufficio a ore improbabili con scuse impossibili per poi confidarti “beh, è l’esordio di Roger” con fare cospirativo. Chi poi non fissa riunioni per rimanere attaccato alle nostre dirette scritte. Chi ricorda i Wimbledon della gioventù “Ah, se Lendl avesse potuto giocare con questi campi...”; chi si rilegge le biografie di McEnroe, chi quella di Connors. Per questa edizione numero 126, noi vogliamo invece entrare a Church Road dai cancelli della memoria, respirare un po’ di quell’aura tennisiticamente mitica che più che in ogni altro luogo permea i mitici campi verdi con righe in bianco gesso.

Lo facciamo ricorrendo a un episodio occorso al più anziano vincitore di Slam ancora in vita, l’americano Gardnar Mulloy. Nato a Washington nel novembre del 1913 è conosciuto soprattutto per i risultati nel doppio: quattro volte vincitore con Bill Talbert ai campionati americani (gli odierni US Open) e una volta a Wimbledon, nel 1957, in coppia con Budge Patty sconfiggendo nientemeno che gli australiani Fraser e Hoad. Mulloy aveva allora ben 43 anni. Discreta anche la sua carriera di singolarista, visto che raggiunse una finale agli US Championships e una semifinale ai Chanpionships londinesi. Fu membro della squadra Davis americana vittoriosa nel 1946, nel 1948 e nel 1949. Dal 1972 è nella Hall of Fame e da sempre la sua vita è legata al tennis. Basti pensare che nel 1996 donò una coppa, che ora si chiama Gardnar Mulloy Cup, da assegnarsi ai vincitori di un torneo a squadre nazionali della categoria degli ottuagenari. I paesi del Nord America e dell’Europa ogni anno se la disputano, nello spirito e nella tradizione dell’antica Davis Cup. Da quando aveva dieci anni e i suoi ricordi sono legati alla fatica di dover accudire il campo dietro casa costruito dal padre a oggi, il tennis è stato l’epicentro della sua vita, e lui stesso ha dato molto al nostro sport. Ad esempio quando da allenatore della squadra di tennis dell’Università di Miami scelse di puntare su Pancho Segura in barba alla burocrazia americana.

 

Ci siamo imbattuti in questo bell’articolo http://www.nytimes.com/2010/06/20/sports/tennis/20mulloy.html?ref=neilamdur a firma di Neil Amdur per il New York Times di circa due anni fa. Ricordando l’uscita del secondo libro di memorie di Gardnar Mulloy, As it was (pubblicato nel 2009 e tuttora rintracciabile in Amazon per circa 20 dollari), veniamo a conoscenza di un curiosissimo aneddoto risalente al 1957, l’anno della vittoria in doppio per Mulloy e Patty, che ci riporta a un’atmosfera d’antan che in molti rimpiangono forse mitizzandola, ma che ancora ricercano all’interno dei Doherty gates.

Più che un aneddoto è quasi un incidente diplomatico. L’ambientazione è nientemeno che il Central court, il momento è la consegna del trofeo da parte della Regina Elisabetta. Ma dobbiamo fare una premessa. Qualche anno prima Gardnar aveva conosciuto l’allora principessa reale a uno dei party che fanno da cornice a Wimbledon. Con l’impudenza tipica degli americani (un british di certo non si sarebbe mai e poi mai rivolto così a un membro della famiglia reale) chiese: “Ma come mai non era presente nel Royal box?”. A cercare di smorzare il tono intervenne Lady Crossfield, la padrona di casa, che ricordò gentilmente al tennista come ci siano anche altre incombenze per i reali d’Inghilterra. Di rimando, come se parlasse alla principessa, azzardò Mulloy: “Pensavo non fosse riuscita a trovare i biglietti: nel qual caso glieli avrei potuto procurare io”.

Ritornando al 1957, al Central court, incontriamo il nostro Gardnar che inchinatosi, come rituale prevede, alla regina le chiede se per caso si ricordasse di lui. “Yes, Mr. Mulloy,” disse la Regina “la ricordo piuttosto bene. In effetti oggi ho avuto qualche difficoltà a entrare in quanto non vi siete ricordato di lasciarmi nessun biglietto”.

Abbiamo trovato molto British questo colloquio e molto Wimbledoniano il divertente siparietto. Chissà che cosa rimane al giorno d’oggi di quest’atmosfera un po’ compassata, ma che proprio per questa sua caratteristica ha spesso saputo regalare di questi buffi momenti.

Nel corso di quell’intervista abbiamo incontrato anche un notevole giudizio da parte del quasi centenario campione. Sostiene infatti che, più delle racchette, la vera rivoluzione per il tennis moderno furono le palline. Prima della Seconda Guerra Mondiale (di cui Mulloy è un reduce) le palline erano fatte di un cuore di pura gomma grigia; data la scarsezza di materie prime, le palline cambiarono diventando come le conosciamo oggi: formate di una più sottile sostanza gommosa sintetica che le rendono più leggere e difficili da controllare. Ecco quanto conta la memoria tennistica!

In un altro articolo del 2011 che abbiamo scovato e che potete leggere qui http://thebiofile.com/2011/03/biofile-with-gardnar-mulloy/ Gardnar Mulloy ci svela le sue preferenze tennistiche. Alla domanda su quali siano i giocatori che preferisce guardare risponde: “Roger Federer. Tra le donne Little Mo come modo di giocare, perchè era una grande giocatice di serve & volley e giocava a tutto campo. Con lei ho giocato in doppio misto, e questo un po’ mi influenza. Anche Alice Marble mi piaceva. Era una gran ragazza. Invece non mi piacciono molto le ragazze di oggi; come dice Pancho Segura: non giocano più a tennis, ma a ping pong. Il che vuol dire, sempre uguale tutto il tempo.”