L'ultima recita dell'Uomo-Fulmine

Il più grande velocista di sempre si accomiata dalla sua gara con un terzo posto. Ma, da vero fuoriclasse, la scena è ancora una volta tutta per lui.

L'ultima recita dell'Uomo-Fulmine
Source: Alexander Hassenstein/Getty Images Europe

Justin Gatlin campione del Mondo dei 100 metri. Nel giorno dell'addio con medaglia di bronzo di Usain Bolt. In mezzo, un punto, una cesura fra quelle che sono in realtà due notizie scisse, due diversi punti di vista che fissano per sempre nella storia la serata londinese di ieri. C'è la vittoria del discusso americano, due squalifiche per doping alle spalle - conto saldato con un lungo stop - e tante sconfitte made in Bolt finalmente riscattate in quella che, per il rivale di mille battaglie, era l'occasione per lasciare da imbattuto la scena della velocità pura. 

E poi l'abdicazione apparentemente senza gloria del gigante giamaicano, l'uomo che negli ultimi dieci anni ha segnato, a colpi di vittorie e di record ma anche con un carisma e una presenza scenica da primattore, la scena dello Sport mondiale. Trascendendo il solo universo chiamato atletica leggera e diventando mito e icona, colui il quale - per lo spazio di dieci secondi arrotondando per eccesso - ferma il Mondo e porta gli occhi di tutti su di sé. Il fuoriclasse di cui tutti comunque parlano, a prescindere da quello che sia il risultato. Basta fare un salto indietro di 6 anni, a Daegu 2011: Usain incappa in una partenza falsa e saluta la compagnia, il suo giovane (discusso) delfino Yohann Blake si prende l'oro, ma a imperitura memoria di quella serata coreana passa la rumorosa e inattesa uscita di scena del Fulmine. 

Una storia che si è ripetuta ieri sera. Bolt, atteso da tutti all'ennesimo trionfo, parte male, sbuffa, annaspa, insegue vanamente l'avversario di mille battaglie, scattato a braccia aperte verso il ruolo di guastafeste. In mezzo, prove tecniche di successione, si piazza Christian Coleman, il futuro che avanza a passo di fulmine (e la scelta della parola è tutt'altro che casuale). Medaglia d'argento nel giorno dell'oro di Gatlin. O, per meglio dire, nel giorno dell'ultima recita individuale di Bolt. A cui il rivale vittorioso tributa il più significativo degli omaggi, inchinandosi al suo cospetto, riconoscendone ancora una volta l'immensa e unica grandezza. 

Perché questo ha insegnato, più di ogni altra cosa, Usain Bolt: la vera forza di un fuoriclasse è quella di prendersi sempre e comunque il centro della scena, che vinca o, maggiormente, che perda. Questione di carisma, di predestinazione a trasformare in oro anche un "banale" bronzo. Ferita che brucia sulla pelle del diretto interessato, ma che ne esalta il lato umano e, in una sorta di curioso paradosso, rende ancora più unico il lungo commiato del più grande velocista di ogni epoca o giù di lì. Roba per pochi eletti, gente che le divinità dello sport hanno eletto a loro apostoli nel mondo degli umani. Con buona pace di Justin Gatlin, l'uomo che divenne campione del Mondo nel giorno dell'addio dell'uomo Fulmine.