Ciclismo: dov'è finita l'Italia di Zolder?

Un'analisi dell'ennesimo flop azzurro ai campionati del mondo di ciclismo. Il dominio dei primi anni Duemila sembra essere un lontano ricordo.

Ciclismo: dov'è finita l'Italia di Zolder?
Ciclismo: dov'è finita l'Italia di Zolder?

Se pensiamo ai campionati del mondo di ciclismo su strada, c'è un'immagine del recente passato che è ben impressa nella memoria collettiva degli appassionati: il treno azzurro del mondiale di Zolder
Una locomotiva compatta, forte ed impermeabile, che accompagnò in maniera trionfale Mario Cipollini alla vittoria del titolo iridato. Era il 2002 e all'epoca la maglia di campione del mondo mancava in casa Italia da ben dieci anni. 
Non a caso il ricordo di quel successo rimane nitido nell'anima di chi ama questo sport, perché riporta all'orgoglio ritrovato e a quella voglia di gioire rimasta inespressa per troppo tempo. 

Sì, perchè il mondiale è anche questo, è una corsa diversa dalla classiche e dai grandi giri. È la sublimazione del concetto di squadra, porta quel fascino difficile da narrare, ma tremendamente bello da vivere ed assaporare. 
Ecco, tutte queste sensazioni sono esplose in maniera violenta quel 13 ottobre del 2002, nel momento in cui il Re Leone Mario Cipollini ha alzato le braccia al cielo, consapevole che nessuno gli avrebbe più potuto negare la vittoria più bella della sua carriera e una delle più sentite per gli appassionati azzurri. 
Il successo di Cipollini rappresentò un importante spartiacque per il movimento tricolore, che raccoglieva risultati nelle grandi classiche, senza però riuscire a trovare la compattezza e l'alchimia giusta per imporsi nell'appuntamento di fine settembre-inizio ottobre. 
Quegli ingredienti mancanti, comparsi magicamente in quel di Zolden, sono gli stessi che hanno permesso all'Italia di aggiudicarsi ben tre edizioni consecutive dei campionati del mondo, dal 2006 al 2008, quando Paolo Bettini (due volte) e Alessandro Ballan portarono in alto la nazionale dell'indimenticato ed indimenticabile Franco Ballerini
Da lì in poi, per l'Italia del ciclismo, si è spenta la luce, con due quarti posti di Pippo Pozzato e Vincenzo Nibali come risultati migliori; nelle ultime quattro edizioni del mondiale in ben tre circostanze la nostra nazionale ha addirittura fallito l'accesso alla top ten.
Si tratta di risultati clamorosi in senso negativo, per un paese, l'Italia, che può vantare il maggior numero di medaglie nella corsa in linea maschile ed è seconda, dietro solo al Belgio, per titoli portati a casa (ben 19). 

La gara degli azzurri in quel di Richmond è la perfetta espressione dello status del movimento ciclistico italiano, almeno per quanto riguarda le corse di un giorno. Nei grandi giri, i risultati di Vincenzo Nibali e Fabio Aru hanno lenito la crisi di un sistema che fatica a produrre atleti che riescano a reggere le lunghe distanze e ad imporsi in gare come la Liegi o il campionato del mondo. Negli ultimi anni i successi di Gasparotto all'Amstel e di Paolini alla Gand Wevelgem sono gli unici acuti espressi dal nostro movimento.
Il talento più grande è probabilmente Diego Ulissi, che ieri a chiuso mestamente al 102° posto, con oltre sei minuti di ritardo dalla nuova maglia iridata Peter Sagan. Il toscano, come altri altri nel team azzurro, si spegne quando la corsa supera i 200 km dimostrando grossi limiti in termini di resistenza. 
Manca in generale quel ciclista, esplosivo sugli strappi e veloce negli sprint, caratteristiche necessarie per primeggiare a questi livelli. Corridori come Paolo Bettini nascono una volta ogni trent'anni, ma a questa Italia mancano anche i Michele Bartoli ed i Davide Rebellin, ovvero atleti in grado almeno di competere con i più forti. 

Nella giornata di ieri il più brillante di tutti è stato con ogni probabilità Elia Viviani, il quale però ha deciso, insieme al tecnico Davide Cassani, di provare un'azione da lontano che ha di fatto vanificato le sue speranze di podio. Il corridore del team Sky possiede un ottimo spunto veloce, ma da pistard qual è gli manca la tenuta necessaria negli strappi lunghi ed impegnativi. 
Hanno deluso, invece, senza mezzi termini Matteo Trentin e Vincenzo Nibali. Il primo era considerato quasi all'unanimità il capitano di questa squadra, ma, fatta eccezione per un breve tentativo nel penultimo giro, raramente si è visto in testa al gruppo, con le gambe che lo hanno abbandonato proprio nel momento decisivo. 
Male anche Nibali. Il percorso, certamente, non era dalla sua parte, ma da lui ci saremmo aspettati almeno un'azione da lontano con la fantasia che solitamente lo contraddistingue. 
Ed invece è mancato anche questo e l'Italia deve accontentarsi del diciottesimo posto di Giacomo Nizzolo, in una gara per lui sufficiente al cospetto di altri compagni di squadra che faticano ad arrivare alla sufficienza. 
Difficile da comprendere anche la tattica di corsa, soprattutto il forcing tentato dagli azzurri prima di imbocare il terzultimo strappo nell'ultimo giro. Le gambe erano al limite, tentare di forzare ulteriormente l'andatura è sembrata una scelta inopportuna che, a conti fatti, ci è costata anche le residue speranze di ottenere un buon piazzamento. 
Mai come oggi, dunque, l'Italia di Zolder pare così lontana.