Una nuova luce si è accesa sullo Staples Center, di una tonalità del tutto differente da quella che illuminava le serate del catino di Los Angeles nelle serate di culto quando sul parquet c'era Kobe Bryant. Se in principio fu la stella ad attirare le attenzioni degli appassionati gialloviola, da quest'anno il vento sembra essere definitivamente cambiato, con un uomo solo al comando - Luke Walton - che ha messo al centro dell'attenzione, del palazzo, della città e della NBA tutta, il gruppo.

All'interno di questo discorso di coesione e di condivisione (trattato già ampiamente in questo precedente approfondimento) si inserisce, sempre di maggiore attualità come discorso nella NBA dei giorni d'oggi, l'importanza sempre crescente che ha la second unit - o panchina per noi altri - nelle fortune di una determinata squadra. A Los Angeles sembrano aver riscoperto, sulla falsariga di quel che rappresentava anche per i Golden State Warriors nelle precedenti versioni (meno quest'anno), quanto possa essere determinante in alcune gare avere un secondo quintetto all'altezza di quello titolare.

Tale assunto trova dimostrazione ultima nella sfida che domenica notte i Lakers hanno disputato contro gli Atlanta Hawks, quando complice anche l'assenza di Julius Randle e D'Angelo Russell, Walton ha preferito non intaccare gli equilibri del secondo quintetto inserendo Calderon e Robinson in quintetto base. Follia? Tutt'altro. Alla base della scelta del nuovo tecnico dei Lakers la necessità di mantenere invariate determinate gerarchie oramai accettate dalla squadra ed instauratesi visceralmente all'interno della testa dei protagonisti stessi.   

Il risultato è stato a dir poco soddisfacente. Se il quintetto è andato sotto nello sciagurato inizio di gara, la panchina ha ribaltato la sfida come un calzino, come oramai accade spesso da queste parti. Il quintetto di "seconde linee" di Walton è ad oggi il migliore della NBA intera, un dato a dir poco clamoroso se si pensa che Clarkson, Williams, Black e Nance erano parte della stessa panchina di quella squadra che lo scorso anno ha scritto la storia in negativo della franchigia e lontanissimi parenti di quelli che ammiriamo al giorno d'oggi. Le statistiche parlano chiaro: 51 punti di media a partita sommando le singole prestazioni dei giocatori, la seconda produzione offensiva per minuto di qualche frazione inferiore rispetto a quella del quintetto formato da Russell, Young, Deng, Randle e Mozgov.  

Nella gara di domenica notte dello Staples Center la differenza tra l'apporto delle due panchine si è palesata ancor di più: sessantacinque i punti dei centonove finali a fronte dei ventiquattro messi a referto dalle riserve degli Hawks di Mike Budenholzer, squadra che ambisce alle posizioni di vertice della Eastern Conference. L'assenza di Russell e Randle ha sicuramente accentuato questo dato, che però è oramai una costante di ogni singola gara dei gialloviola.

"Il gruppo è riuscito a creare un'alchimia fantastica - ha detto Walton dopo il match -, sentiamo di avere un vantaggio non indifferente quando scendiamo in campo come un gruppo, una squadra, e non come singoli individui ed è per questo che lavoriamo e che continuiamo a mantenere determinate rotazioni nel gruppo".   

Un discorso reso ancor meglio dalle parole di Tarik Black, che ha così chiosato: "Ci sacrifichiamo l'uno per gli altri. Certo, è facile trovare motivazioni e farlo quando vieni da due stagioni da 17 e 21 vittorie. Tuttavia questa spinta e quella delusione ci sta portando a queste vittorie. Sappiamo da dove veniamo e sappiamo anche che non vogliamo più tornarci. Diamo tutto per gli altri, si vede in campo. Cerchiamo sempre il giocatore meglio posizionato in campo, sul perimetro o sotto canestro. Ci stiamo concentrando sul bene della squadra e su cosa è meglio per il gruppo".