March Madness 2018, i protagonisti: Collin Sexton
March Madness 2018, i protagonisti: Collin Sexton | Andrea Mauri

March Madness 2018, i protagonisti: Collin Sexton

Sexton, dopo aver trascinato i suoi al torneo NCAA, dovrà darsi ancora da fare per portare Alabama più in alto possibile e per scalare qualche altra posizione al draft.

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Andrea Valiani

Il playmaker di Alabama è uno degli "oggetti" più intriganti del draft 2018, in quanto combina una serie di abilità che lo rendono molto speciale. La sua carriera nel basket che conta inizia nel 2017 quando sceglie di unirsi ai Crimson Tide per il suo primo anno al college. Gli scout avevano già gli occhi su di lui e in questa stagione le attese sono state confermate. Per caso vi ricordate della famosa partita di qualche mese giocata in 3 contro 5 da Alabama, che per poco non rimonta in modo pazzesco? Ecco, Collin Sexton è stato il protagonista di quel match:

Lasciando stare per un attimo questa prestazione storica da 40 punti, concentriamoci più sulle abilità del giovane. A 19 anni compiuti a gennaio, Sexton fa dell'esplosività e dell'aggressività il suo cavallo di battaglia. La sua agilità gli permette di sguisciare fra gli avversari chiunque si trovi davanti, e non a caso è il punto di riferimento di Alabama in fase offensiva. E' magnifico a concludere all'interno dell'area dei tre punti in qualsiasi modo, sia tramite tiri dalla media (pullup o step-back che siano) sia penetrando fino al ferro. Non ha problemi ad usare la mano mancina anche se è destrorso di natura, e riesce ad assoribre i contatti difensivi senza perdere l'equilibrio né la palla. Anzi, non è un caso che si trovi spesso a tirare dalla lunetta, poiché è quasi sempre alla ricerca del fallo. Per quanto riguarda il suo tiro da tre, è certamente affidabile, anche se non è un vero e proprio shooter. Molto più bravo a concludere dal palleggio che su scarichi, anche perché nasce come portatore di palla e difficilmente se ne libera.

Passiamo adesso alle noti dolenti. Le due più evidenti sono la difesa e gli assist. Per quanto riguarda la prima, facendo della fase offensiva la sua arma principale dove consuma più energia, tende alcune volte a riilassarsi sull'altro lato del campo, concedendo così dei vantaggi agli avversari. L'altezza non sarebbe un problema per un playmaker da NBA, ma deve migliorare molto sotto l'aspetto mentale per essere un giocatore più completo. In secondo luogo, i 3.6 assist di media ottenuti questa stagione non possono bastare quando salirà di livello. E' chiaro che non è la sua principale dote, ma certamente non può pensare di fare affidamento solo su se stesso. Ad essere sinceri, le qualità di assistman non gli mancano visto che tratta la palla in modo pressoché perfetto, e lo si vede in alcuni contropiedi in cui serve i compagni alla perfezione. Per cui potrebbe bastare una semplice "spinta" da parte degli allenatori futuri per renderlo una minaccia ancora più efficace.

Data la sua natura un po' egoistica del gioco della pallacanestro, c'è un'altra critica da cui non possiamo esimerci. Quando la palla non è nelle sue mani (ovvero poche volte), diventa un giocatore un po' statico che aspetta che il compagno faccia la sua mossa oppure gli restituisca il pallone. Una maggiore applicazioni nei blocchi senza palla, che in NBA sono un requisito fondamentale, e nelle spaziature, gioverebbe sicuramente a tutta la squadra. La sua stagione comunque è stata eccezionale e lo confermano i numeri: 19 punti di media da freshman lo hanno fatto notare a tutte le squadre, e non a caso quasi tutti i mock draft lo collocano intorno all'ottava scelta, paragonandolo al playmaker dei Bucks Eric Bledsoe.

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