E’ CurryMania: a San Francisco sognano

Nell’inizio stagione esaltante dei Golden State Warriors c’è, inevitabilmente, l’effetto Stephen Curry che continua a stregare Usa e non con le sue prestazioni stratosferiche. Ma cosa c’è dietro tutto questo? Scopriamolo assieme.

E’ CurryMania: a San Francisco sognano
E’ CurryMania: a San Francisco sognano

12 vittorie, soltanto 2 sconfitte. I Golden State Warriors confermano le attese della vigilia del campionato e viaggiano a gonfie vele in una western conference sempre più di alto livello ed equilibrata. I nuovi Warriors ad inizio stagione erano sì dati tra i favoriti ad ovest, ma i dubbi erano piuttosto fitti sul tipo di impatto che Steve Kerr avrebbe dato ad una squadra già di per sé molto forte, al primo anno da capo allenatore di una squadra NBA. Stando alle prime 14 partite, dopo un mese di regular season, sebbene sia presto per dare giudizi e tirare le somme, possiamo affermare che Golden State non solo sta migliorando il proprio record rispetto allo scorso anno, ma anche che il gioco della squadra dell’ex giocatore dei Bulls abbia un attacco più fluido e con percentuali più alte, oltre ad una difesa più organizzata e compatta. Cosa c’è dietro tutto questo? Rispondere soltanto con un nome e cognome sarebbe forse troppo facile ed anche offensivo nei confronti del lavoro del resto della squadra, ma le prestazioni di Stephen Curry stanno sorprendendo, ancora una volta, e non poco.

Partendo dalle statistiche di squadra, paragonando questo inizio di campionato a quello della scorsa stagione quando al timone c’era Marc Jackson, i numeri parlano di un lieve ma sensibile miglioramento (ovviamente le statistiche della scorsa stagione sono basate su 82 partite a fronte delle sole 14 di quest’anno). Ad oggi i Warriors sono la terza squadra della Nba per record di vittorie dietro Toronto e Memphis con il terzo attacco del campionato (107.4 punti a partita), quarta per rimbalzi (44.7) e seconda per assist (25.7). Anche le statistiche di tiro sono di tutto rispetto: primi per percentuale dal campo (49.2), terzi nel tiro da tre punti (39.3) dietro Heat e Knicks che però tirano molto meno degli uomini di Kerr, primi negli assist (25.7) assieme ai Celtics. Lo scorso anno la squadra di Jackson tirava con il 46% dal campo, 38% da tre ed aveva circa 3 assist in meno di media a partita. Queste statistiche migliorate, unite a quelle personali di Stephen (come vedremo successivamente) e degli altri componenti della squadra, fanno sicuramente dei Warriors una seria contender per il titolo.

Ad inizio stagione si parlava molto del rapporto e della fiducia che l’ex reverendo Jackson aveva con la sua squadra e su come Steve Kerr avrebbe sostituito l’ex playmaker degli Indiana Pacers e New York Knicks. Kerr sembra essersi inserito alla perfezione nel meccanismo, lavorando molto sulla transizione dalla difesa all’attacco e soprattutto, di fondamentale importanza, sulla quantità di palloni che Stephen Curry deve giocare ed in quali situazioni di gara. Il problema dei vecchi Golden State era che spesso il 30 si trovava ad attaccare il pick and roll o un uno contro uno personale in situazioni statiche, che quest’anno sono state del tutto eliminate (tranne in caso di necessità di cronometro).

I giochi disegnati dall’ex guardia dei Chicago Bulls sono cuciti appositamente addosso a Stephen, ed i risultati sembrano dargli ragione. Entrando più nel dettaglio dello stratosferico inizio di stagione del ragazzo classe ’88 uscito da Davidson si nota come Steph abbia migliorato le sue percentuali di tiro (nonostante un inizio a rilento). Le ultime due prestazioni di Step, a Miami ed Orlando dove ha chiuso rispettivamente con 40 e 28 punti con percentuali irreali (14/19 da tre), hanno letteralmente fatto riesplodere la Curry - mania. 24.2 punti, 7.7 assist, 5.5 rimbalzi e 2.1 rubate per gara, ma quello che sorprende di più, considerando che parliamo di un giocatore prettamente perimetrale è la percentuale di tiro dal campo: 49.8%, 45% da tre. Andremo a vedere dove e come Kerr e Curry hanno lavorato per arrivare a questo miglioramento.

Rispetto al playbook di Jackson, Kerr ha introdotto negli schemi d’attacco dei Warriors alcuni concetti dell'attacco triangolo tanto caro al suo maestro Phil Jackson in quel di Chicago, oltre a costruire per gli splash brothers situazioni molto più dinamiche sia di pick & roll (che aprono il campo anche per il tiro dal palleggio di Steph) che di blocchi (questi ultimi soprattutto per Thompson). Infine, ha fatto in modo da finalizzare questi schemi alle posizioni di campo migliori dalle quali prendere i tiri, dove i due tiratori avessero percentuali più alte.

Si parte da un concetto fondamentale: i blocchi orizzontali sul "top of the key" (la parte superiore alla linea di tiro libero) sono in serie e sfruttati benissimo dal play/guardia. Come dimostrato dalla mappa di tiro Stephen sta viaggiando su medie realizzative stratosferiche dovute sia alle sue capacità balistiche che alla posizione dalla quale scaglia il tiro. Guardando alle tre posizioni al di sopra della linea del tiro libero si nota come il ragazzo di Davidson tira con circa dieci punti di percentuale più alta rispetto alla “league average”: 45 contro il 31 dal centro sinistra, 38 contro il 33 dal centro destra ed addirittura 50 contro 34 dal centro. Risultati che non sono così rilevanti dagli angoli, non perché tiri male (7/14), ma perché dall’inizio del campionato ha tirato soltanto 14 dei 108 tiri totali dall’arco (13% dei tiri totali).

Sebbene stia tirando in media un tiro in meno a partita rispetto allo scorso anno da due punti (quelli da tre sono identici 7.9 con risultati migliori 44.8 invece di 41.7) le percentuali totali dal campo sono aumentate di 3 punti percentuali (50 contro 47), dimostrando e confermando la crescita nel gioco e nelle situazioni di lettura delle scelte da fare.

I numeri, uniti alle vittorie di squadra dei Warriors, stanno permettendo a Stephen Curry di inserirsi stabilmente nella lista dei papabili per il titolo di MVP a fine stagione. Attualmente le sue prestazioni potrebbero essere considerate seconde soltanto a quelle di Anthony Davis, senza considerare che Curry rispetto all’ala dei Pelicans lotta per le posizioni di vertice. La certezza, ora come ora, è affermare che qualora la guardia dei Warriors dovesse mantenere queste medie e contribuire ad un eventuale prima o seconda posizione ad ovest della sua squadra, potrebbe giocarsi tutte le carte per vincere il titolo di MVP a fine anno. Staremo a vedere, l’inizio è di quelli esaltanti e se il buongiorno si vede dal mattino…