Golden State Warriors: ritorno a casa, cinquant'anni dopo

Il presidente della franchigia campione in carica ha annunciato il ritorno della squadra a San Francisco a quasi mezzo secolo dall'ultima volta: un progetto da 1 miliardo di dollari per un impianto avveniristico, chiamato a sostituire l'Oracle Arena. Ammesso che questo sia possibile

La rivoluzione ha una data. O, per meglio dire, un appuntamento con la storia. Sono gli ultimi mesi del 1971: i San Francisco Warriors, reduci da annate non proprio fortunatissime e con un paio di titoli sfuggiti sul filo di lana (clamoroso quello del 1967 contro i Philadelphia 76ers dell'ex degli ex Wilt Chamberlain), optano per un cambiamento epocale. Si va ad Oakland Bay: nuovo impianto, nuovo nome. E' così che viene sancita una delle più fortunate fusion della storia degli sport di squadra in California: Golden State Warriors e Oracle Arena. Un must per chiunque voglia godersi come si deve una partita di basket, in compagnia di altri 19.500 invasati al grido di "Loud, Proud, Warriors!".

Con la costruzione durata dal 1964 al 1966, e con la ristrutturazione da 121 milioni di dollari (un record per l'epoca) nei primi anni '70, l'Oracle si è da subito imposta come il must da non perdere per l'appassionato Nba medio nato dalle parti della Baia.

Uno spettacolo unico, anche nelle stagioni sotto quota 0.500 (e sono state parecchie) il fattore campo più fattore campo che c'è. E se non ci credete provate a chiedere informazioni a Dirk Nowitzki; qui, nel 2007, i suoi Mavs ci lasciarono lo scalpo, da primi ad Ovest (con i Warriors ottavi), in uno dei più clamorosi upset della storia recente Nba.

Quarantacinque anni e un Larry O'Brien Trophy dopo, però, si torna alle origini, si torna a casa, si torna a San Francisco. E ad annunciarlo sono stati proprio gli attuali campioni in carica, attraverso le parole del presidente e COO Rick Welts: "I Warriors stanno approntando un investimento da 1 miliardo di dollari a San Francisco". Precisamente per una nuova arena da circa 18.000 posti con vista sul Golden Gate, il tutto con "fondi privati su un terreno privato, senza usufruire di aiuti pubblici. Saremo la prima franchigia dello sport professionistico americano a fare una cosa del genere".

E se non vi bastasse la vista suggestiva, aggiungeteci pure i 12 acri che verranno destinati ad aree di ristoro, bar, centri commerciali, aree destinate al merchandising della franchigia e tanto altro ancora. Tutto in pieno american style a due passi da uno dei più suggestivi tratti della costa del Pacifico. E, a giudicare dai primi rendering, val la pena aspettare fino alla stagione 2018/2019 quando Steph Curry e soci potranno accomodarsi nella loro nuova casa.

Ma per quanto avveniristica potrà essere la prossima dimora della torcida in giallo e blu, il fascino della Oracle Arena resta e resterà inarrivabile. Nel bene e nel male. 

Che si tratti, infatti, di stabilire il record di presenze (poi ritoccato in altre due occasioni) per una partita di basket nello stato della California (gara 4 delle semifinali della Western Conference nel 2007 contro gli Utah Jazz vista da 20.679 persone; per intenderci la serie dove il 'Barone' posterizzò Kirilenko) o di mettere in scena la clamorosa standing booation durante la cerimonia del ritiro della maglia di Chris Mullin per protestare contro la gestione dell'allora proprietario Joe Lacob, l'atmosfera che si respira lì non la si può trovare in nessun'altro luogo dell'universo cestistico conosciuto. Soprattutto con il vecchio Boston Garden e il Chicago Stadium che vivono, ormai, solo nei ricordi dei più nostalgici. Farebbe eccezione il Madison Square Garden, ma lì si può contare su una discreta dose di storia a dare un'altrettanto discreta mano.

Ne siamo certi, tutto questo mancherà terribilmente a chi è riuscito a vivere compiutamente e, soprattutto dal vivo, la vera essenza del basket NBA. Alla maniera dei Golden State Warriors, ovviamente.