I nuovi New York Knicks: grinta, umiltà e spirito di squadra

Da Anthony a Porzingis, passando per i falegnami Lopez, Seraphin e Galloway: il segreto della ottima partenza della squadra della Grande Mela risiede nello spirito di un gruppo ritrovato nelle motivazioni e nella negazione di un'indole mai appartenuta ai newyorkesi.

I nuovi New York Knicks: grinta, umiltà e spirito di squadra
I nuovi New York knicks: grinta, umiltà e spirito di squadra

Un anno fa, di questi tempi, ero presente al Madison Square Garden di New York per assistere, per la prima volta, ad una partita NBA dal vivo. L'emozione superò di gran lunga la delusione per uno spettacolo, sul parquet, decisamente discreto, reso appena gradevole dal basket messo in mostra dagli Atlanta Hawks di Mike Budenholzer, dal classico contorno che l'evento statunitense fornisce alla gara e, infine, dall'ambiente della "World's most famous arena". Tornando in albergo, però, analizzando a freddo la gara, la prima cosa che mi balzava alla mente era l'inconsistenza, tecnica e mentale, di una squadra vuota, senza gioco, senza alcun senso cestistico, priva persino dell'orgoglio di vestire una delle canotte più blasonate del circuito della lega statunitense. Ad un anno di distanza, domenica contro i Pelicans, sono tornato a guardare i Knicks, i nuovi Knicks, e la sensazione è stata ben altra. Non per le qualità tecniche di squadra, altresì per la presenza mentale di questi ultimi all'interno del parquet. 

New York è, probabilmente, molto meno attrezzata sia dei New Orleans Pelicans che degli Charlotte Hornets, ma rispetto alle precedenti versioni dei gloriosi Knickerbockers, hanno cuore. Lo stesso che gli ha permesso di resistere alle folate di Davis e Walker, di tornare in partita e di portare a casa due sfide che, negli anni scorsi, avrebbero destabilizzato ambiente e tifoseria, che tornando a casa come feci io quel giorno del novembre scorso avrebbero avuto un muso bello lungo. Invece la nuova New York del basket se la ride, ed a buona ragione. 

Il ghigno beffardo di chi si mette definitivamente alle spalle polemiche e strascichi è l'emblema dei nuovi New York di Derek Fisher e del Deus ex Machina Phil Jackson, umili e combattivi come non lo erano dai tempi di Ewing. Il primo, importantissimo e decisivo passo verso la redenzione cestistica e non solo, avviene nella testa di una squadra nobile soltanto per il blasone della città nella quale giocano. Carmelo Anthony osserva la classe operaia (e non solo) e la voglia di un Kristaps Porzingis qualunque volare a rimbalzo sulle teste degli charlotte Hornets, mettere a segno il gioco da tre punti che, oltre a dare la vittoria alla squadra di casa, sancisce la pace idilliaca tra il Madison e la loro squadra dopo le cocenti delusioni degli ultimi anni con il del peggior record della storia della franchigia nella passata edizione. Tutto di pura voglia, nient'altro. 

Riparte proprio da qui New York, da una ferita ancora sanguinante parzialmente rimarginata dalla voglia di riscatto di una squadra e del suo simbolo, che tra mille voci di addio e di dissidi interni, ha trovato la forza per rialzarsi, trascinando a suon di assist e personalità una banda di umili operai. Già, perché i nuovi Knicks sono ripartiti da una versione di Anthony quasi mai visto prima d'ora, meno prima donna, più uomo squadra, nello spogliatoio come sul parquet. Questa versione del nuovo Melo, alla grande mela piace eccome: i quattro assist a gara, la marea di rimbalzi, lo spirito di sacrificio che il leader tecnico ed emotivo della squadra mette al servizio dei compagni per indicare la strada, che fa dimenticare in parte una delle peggiori partenze al tiro della star di casa (40%). Il Madison Square Garden si rifà il palato, passando da una nobiltà di giocatori decaduti e di nomi altisonanti alla classe operaia di giocatori falegnami (non ce ne vogliano) come LopezGalloway e Seraphin che in campo ci mettono il cuore, pur sapendo di non avere altre armi nella faretra, oltre ad un discreto contorno grazie al talento ed all'applicazione dei Calderon e Afflalo. 

Il valore della squadra resta, tuttavia, mediocre, esaltato però dalla ventata di novità che arriva dall'est Europa. Kristaps Porzingis è il volto nuovo dei Knicks, accolto da uno sfrenato scetticismo e dai "boo" del Barclays Center al momento della decisione di Phil Jackson, dettati da un patriottismo eccessivo e da una scarsa conoscenza dell'ala lettone. Dalle polemiche e dalle chiacchiere da bar si è passati all'eccesso opposto: i cori "por-zing-is, por-zing-is" hanno fatto il giro del mondo in pochi minuti, attestando il lettone come nuovo idolo dopo il season high contro gli Hornets (12 punti e 9 rimbalzi a sera). Porzingis ha stupito tutti, per le sue qualità tecniche, per la sua abnegazione in allenamento e per le sue capacità fisiche (è tra i migliori rimbalzi offensivi della lega, il migliore per numero di schiacciate da tap-in offensivo, oltre ad essere il primo dai tempi di Magic Johnson a raggiungere, in poco meno di nove gare giocate, 100 punti a referto, 80 rimbalzi e 5 triple).

Di certo i Knicks non diventeranno improvvisamente una squadra da playoff (nella migliore delle ipotesi potrebbero lottare fino all'ultima gara), ma questa nuova New York può riuscire senza alcun dubbio a cancellare dalla mente dei propri tifosi l'onta delle cocenti delusioni passate. E scusate se è poco, direbbe Totò.