NBA, Kobe Bryant e l'unicità del suo passo d'addio

L'ovazione ricevuta a Boston è solo l'ultimo di una lunga serie di onori tributati al 24 dei Lakers, da parte di tanti tra gli avversari storici, nella sua ultima stagione. Una lezione di sport e civiltà che dovrebbe essere appresa anche alle nostre latitudini

"Caro Kobe Bryant, ti odio. Puoi biasimarmi? Da fan dei Celtics, ho tifato contro di te per due decenni. Ho gioito della tua agonia quando i miei Celtics ti hanno battuto nelle Finali del 2008. Paul Pierce se lo meritava molto più di te. Avevi già tre anelli al tempo.

Ma tre non erano abbastanza per te. Hai avuto la tua vendetta ed ottenuto alla fine il tuo quinto anello nel 2010 strappandomi il cuore. Spero tu sia consapevole di quanto sei stato fortunato per l'assenza di Kendrick Perkins in Gara 7.

Oggi ho letto la tua lettera su "Players Tribune" ed ero scioccato. Non perché tu abbia annunciato il tuo ritiro - lo sapevamo già tutti. Ero scioccato per come mi ha fatto sentire la tua lettera.
Nel mio immaginario, ti avevo sempre accomunato a Derek Jeter. Voi siete i giocatori che noi fans di Boston odiamo di più, ma allo stesso tempo non riusciamo a fare a meno di rispettarvi. Avete sempre giocato nella maniera giusta - con passione, orgoglio e professionalità.

Siete stati veri studenti del gioco che hanno ottenuto la propria grandezza lavorando più duramente di chiunque altro. Siete diventati icone generazionali dei vostri rispettivi sport. Avete accettato ogni sfida. Ce l'avete messa tutta. Avete posto i vostri corpi in prima linea. Sapevate come vincere. Avete rispettato il vostro sport, il vostro mestiere, e la vostra rivalità con Boston.

Il 30 Dicembre sarà l'ultima volta che giocherai a Boston. E' anche l'ultima opportunità per noi fan dei Celtics per spronare la nostra squadra a vincere contro quello che probabilmente è stato il giocatore più dominante nella storica rivalità tra Celtics e Lakers. 

Con te se ne va tutto ciò che è rimasto della rivalità che una volta dominava la NBA. Forse un giorno verrà riaccesa da nuove facce. Forse no.

Perciò quando verrai al Garden il mese prossimo, spero che la folla ti faccia passare le pene dell'inferno. Spero che ti infastidiremo e sommergeremo di 'boo' più di quanto non abbiamo fatto nelle volte in cui si giocava per il titolo. Spero che sbaglierai ogni singolo tiro libero. Spero che non dimenticherai mai cosa voglia dire essere circondato da 17.000 tifosi che sanguinano verde e farebbero di tutto per vederti fallire un'ultima volta.

Spero che batteremo i Lakers un'altra volta. E quando verrai chiamato in panca nel quarto quarto quando i miei Celtics saranno a +20, penso accadrà qualcosa di bellissimo. Ogni singola persona al Garden smetterà di fischiarti. Ci alzeremo in piedi e ti mostreremo rispetto con la più grande delle standing ovation che tu abbia mai visto. Canteremo il tuo nome. Ci asciugheremo gli occhi. Ti daremo il nostro agrodolce addio.

Dicono che non ci si accorge davvero di cosa si abbia a propria disposizione fino a che non lo si ha più. Perciò prima che tu te ne vada, voglio solo ringraziarti per esser stato molto di più che un gran giocatore di pallacanestro. Per un'intera generazione di fans NBA, tu sei la pallacanestro.
Non posso credere che lo sto dicendo... ma mi mancherai davvero tanto.

Love (and hate) you always,
Un fan dei Celtics che non ti ha apprezzato abbastanza.

Jonathan Jacobson"

Beh, c'è da dire che sono stati di parola. All'inzio:

E alla fine:

Quello che sta accadendo a Kobe Bryant in questa sua, stranissima, ultima stagione Nba non ha probabilmente eguali nella storia dello sport. Non sarà la prima volta che un atleta di alto profilo manifesta i propositi di ritiro con una stagione d'anticipo, ma è la prima volta che il tutto si traduce in uno struggente passo d'addio prolungato cui tutti, ma poroprio tutti, vogliono partecipare. Amici e nemici. Anzi, soprattutto i secondi. Perché al di là dell'Atlantico la grandezza di una squadra si misura anche dalla forza dell'avversario che ha avuto di fronte. E il ventennio bryantiano ha reso tutte le ventinove deuteragoniste dei Lakers un pò più forti e un pò più grandi ogni volta che il 24 fu 8 metteva piede sul parquet.

Dalla Denver capitale di quel Colorado che, in una vita precedente, lo vide protagonista di ben note vicende extra campo, alla nativa Philadelphia che lo aveva sempre fischiato a causa del suo perenne rifiuto a giocare d'estate per Sonny Hill, guru del basket locale, passando per la Detroit avvesaria nelle Finals 2004, ciascuno ha voluto "pagare il rispetto" (anglicismo orrendo ma che rende bene l'idea) dovuto ad un giocatore straordinario che ha contribuito a scirvere memorabili pagine della storia della lega. La cui unicità sta proprio nel riuscire a rendere tutti partecipi delle grandezza dei singoli protagonisti. Kobe Bryant non è dei Lakers e nemmeno della Nba. Kobe Bryant è di tutti gli amanti del Gioco, di tutti gli appassionati sparsi in giro per il mondo, senza vioncoli di appartenzna o di bandiera, pur essendo il suo nome indissolubilmente legato a doppio filo ai colori della L.A. più glamour.

E se persino a Charlotte, sdegnosamente rifiutata (o forse no: la verità su quella notte non la sapremo mai) dopo il Draft del 1996, hanno reagito così alla sua ultima volta in Carolina del Nord, è il segno di quella trasversalità appartenuta solo ai più grandi. Con il più grande di tutti che non ha mancato di far sentire la sua voce anche in questa circostanza:

Nel caso ve lo steste chiedendo: no, nemmeno con Michael Jordan si è assistito a qualcosa di simile. Probabilmente perché il tutto era già stato diluito nei due ritiri provvisori precedenti a quello definitivo del 2003. Nelle grandi e nelle piccole cose, come lo zoo di Atlanta che ribatezza 'Kobe' il Black Mamba dello zoo locale.

Un unicum, quindi, un qualcosa di mai visto prima a qualunque latitudine. Una lezione di civiltà e cultura sportiva alle attuali e future generazioni, magari anche dalle nostre parti. Dove all'onore delle armi da tributare agli avversari si preferisce la polemica o l'insulto becero. Pure se si tratta di quei campioni portatori sani della trasversalità di cui sopra.

Un esempio su tutti, quello di Alessandro Del Piero. La sua passerella finale allo Juventus Stadium è quanto di più vicino ci sia agli onori che Bryant sta ricevendo in questa stagione. Con una fondamentale differenza: Del Piero quegli applausi e quei consensi li ha avuti nel suo stadio dalla sua gente. Non a Milano, a Napoli, a Roma, a Firenze dove, anzi, è stato insultato e denigrato come e più degli altri anni a causa del suo essere capitano di una squadra tornata vincente, con buona pace delle sue tante 'ultime volte' sui campi di tutt'Italia. Salvo poi vedersi riconosciuto, tardivamente e con atteggiamenti più di facciata che altro, lo status che gli spettava di diritto. Tacendo, per carità, di ciò che i tifosi del Milan riservarono a Paolo Maldini in occasione della sua ultima a San Siro. Qualcosa di indegno di un paese che, sportivamente e non solo, voglia definirsi civile.

Negli anni, dagli Stati Uniti, abbiamo importato di tutto. Usanze, festività, tradizioni, atteggiamenti. Sarebbe il caso di cominciare a farlo anche nello sport e nel modo di intenderlo. Soprattutto quando di mezzo ci sono i Kobe Bryant, gli Alessandro Del Piero e i Paolo Maldini.  

p.s. Giusto per ribadire il concetto. I Celtics, protagonisti con i Lakers della più grande rivalità nella storia della Nba, hanno regalato a Bryant un pezzo del parquet del Boston Garden. Significativa la didascalia in calce: "Come riconoscimento per le tue tante leggendarie performance su questo parquet.
Dai tuoi amici e rivali, i Boston Celtics
".