NBA, i Blazers alla (ri)scoperta di McCollum

L'assenza momentanea di Lillard ha contribuito alla definitiva esplosione di C.J. che a suon di prestazioni da record sta lanciando la propria candidatura al premio di 'Giocatore più migliorato'. E a Portland si gongola pensando al futuro...

Chissà se dopo quella dedicata ai rookies deciderà di lasciare ai posteri un'altra guida. Magari su come diventare la nuova pietra angolare della ricostruzione di una franchigia partendo praticamente da zero. Perché è questo che C.J. McCollum sta facendo nelle ultime settimane, complice un Damian Lillard che, per la prima volta in carriera, ha conosciuto il significato della parola infortunio. Oggi dici Blazers e dici il numero 3 da Lehigh University, decima scelta assoluta al Draft del 2013 protagonista della stagione della consacrazione (dopo le prime due vissute all'ombra dello stesso Lillard e di Aldridge) e ovvio candidato al premio di 'Most Improved Player'.

Qualche numero? Dalle 3 partite da titolare (su 100) nei primi due anni di Nba si è passati alle 35 (su 35) attuali, facendo registrare 21.1 punti (45% dal campo e 40.6 da tre), 3.7 rimbalzi e 4.4 assist di media a partita, con una crescita esponenziale che è coincisa con l'assenza del numero 0: nelle ultime 4 partite precedenti alla sconfitta interna con i Memphis Grizzlies (record di 3-1) McCollum ha fatto registrare sempre almeno 25 punti, almeno 4 assist e almeno 3 rimbalzi. Con il picco della tripla doppia sfiorata contro i Sacramento Kings (35+9+11).

Al termine della gara contro i Nuggets, inoltre, è diventato il quarto giocatore (dopo Curry, Wall e, guarda un pò, Lillard) a realizzare almeno 25 punti in quattro partite consecutive. Roba che a Portland, non si vedeva dai tempi di Clyde Drexler.

Ma come si spiega questa crescita improvvisa e sorprendente si ma fino ad un certo punto? Innazitutto il minutaggio: dai 15 minuti scarsi di impiego della scorsa stagione si è passati agli abbondanti 35 del 2015/2016, con l'ovvio aumento anche del numero delle conclusioni prese e realizzate (8/18) nonché del PIE (Player Impact Estimate) salito ad uno sbalorditivo 12.3. Realizzativamente parlando, poi, il confronto è impietoso: dai 6.8 punti del 2014/2015 si è arrivati agli attuali 21 (20.7 in casa, 21.4 in trasferta), tirando mediamente circa 13 volte in più a partita. Segno che i compagni e coach Terry Stotts si fidano molto di lui. Il 34.4% dei suoi punti è frutto di un assist degli altri quattro sul parquet, con la prediletta soluzione dell'attacco al ferro in penetrazione (69/169, circa il 40.8%) che ha progressivamente lasciato spazio alla ricerca della conclusione dal mid-range (96/212, 45.3), con un jumper che è diventato sempre più affidabile, come dimostrato proprio nell'ultima esibizione contro il Gallo nazionale:

25 punti (dopo i 29 sempre ai Nuggets di pochi giorni fa), 10/17 dal campo e 7 rimbalzi. Tutto al posto giusto nel momento giusto, forzando il necessario e cercando di coinvolgere al massimo quello che, a buon diritto, può attualmente essere considerato il 'suo' supporting cast. Con una shooting chart da stropiciarsi gli occhi:

Certo sarà curioso vedere come andranno le cose quando Lillard tornerà a pieno regime, soprattutto se si considerano i 19.4 punti a serata, ben lontani dagli standard attuali, fatti registrare in Novembre, quando Damian era al suo picco di forma. Ma l'impressione è che se Terry Stotts riuscirà a trovare il modo di gestire al meglio i possessi delle sue due prime opzioni offensive (ma occhio alla crescita di Allen Crabbe), in Oregon il preventivato anno zero potrà essere molto meno zero di quel che si crede.