NBA, Durant e i Warriors: un matrimonio che s'ha da fare?

Il rumor lanciato da Wojnarowski ha scatenato la fantasia degli appassionati su un trasferimento che avrebbe del clamoroso. Ma Durant è davvero ciò che serve ai Warriors del futuro? Proviamo a mettere sul piatto i pro e i contro

Premessa: il rumor è da prendere con le dovute precauzioni. Anche se viene da Adrian Wojnarowski, uno che difficilmente riporta qualcosa per il puro gusto di farlo: "I Golden State Warriors sono una pretendente credibile nella corsa a Kevin Durant nella prossima free agency".

Si, avete letto bene. Kevin Durant potrebbe approdare ai Warriors in estate. Fantabasket? Non proprio. Perché, come detto, la fonte è meritevole di ampio credito. La situazione è la seguente: stando al giornalista di Yahoo Sports, gli attuali campioni in carica avrebbero tutte le carte in regola per presentare una proposta credibile a KD35, giunto all'ultimo atto di un quinquennale da 89 milioni di dollari complessivi. L'appeal e il fascino di una squadra destinata a segnare il prossimo lustro della pallacanestro a stelle e strisce, ovviamente, ma anche il necessario spazio salariale per firmare una stella di prima grandezza.

Già, perché nonostante la possibilità che il prossimo contratto dell'ex Sonic chiami per oltre 100 milioni (a partire dalla stagione 2017/2018), nella Baia problemi in tal senso non sembrano esserci. Soprattutto perché non sarebbe necessario il sacrificio di un 'big' in senso stretto: Curry, fino al 2017, non andrà oltre i 13 milioni a stagione (ben al di sotto degli attuali 17 di Thompson e dei 16 di Green, i cui contratti scadranno, rispettivamente, nel 2019 e 2020) e i prossimi che si libereranno a parametro zero (Speights, Barbosa, Ezeli, Rush, Clark e McAdoo) fanno tutti parte della second unit. Ad eccezione di Harrison Barnes, il cui tira e molla con il front-office si trascina dall'inizio della stagione. 


La situazione contrattuale dei Golden State Warriors

La possibilità di costruire nuovamente un roster competitivo con tanto di aggiunta di KD è perciò un'impresa possibile. Senza contare che, come riporta sempre Wojnarowski, "Durant non ha ancora preso una decisione sul suo futuro e non è così vicino alla permanenza ad Oklahoma City come si crede". In più, a 27 anni e nel pieno della sua maturità cestistica, tanto dal punto di vista fisico quanto da quello psicologico, l'idea di dover attendere ancora per andare nuovamente a giocarsi il titolo (dopo il 4-1 subito dagli Heat nel 2012) non è così allettante. E, quindi, la possibilità di giocare immediatamente per una contender, magari rinunciando a qualche dollaro, varrebbe bene qualche sacrificio. Anche perché le offerte di Wizards e Lakers, seppur più vantaggiose dal punto di vista economico, sono improntate su di un progetto a medio-lungo termine: soprattutto quello dei gialloviola che stanno cerando di portare a Hollywood tanto Durant quanto Westbrook, che sarà free agent nel 2017.

Al netto di tutto questo e in attesa di conoscere i futuri sviluppi della vicenda, la domanda sorge spontanea: Kevin Durant serve davvero ai Warriors? E viceversa? Proviamo a rispondere elencando pro e contro di un matrimonio che, in ogni caso, avrebbe pochi eguali nella storia recente della Nba.

PERCHE' SI - Chiudete gli occhi e provate ad immaginare, anche solo per un attimo, questo:

in squadra con quest'altro:

Ecco, ora riapriteli. E smettetela di ascolatre quella vocina che vi sta dicendo che due così, in una squadra che non sia Team Usa, non possono coesistere. Perché se Durant riesce a viaggiare a 27.4 di media quando c'è Russel Westbrook a gestire i possessi suoi e quelli degli altri , figuriamoci se al posto del figlio prediletto di Long Beach ci fosse il numero 30. Che è molto più portato dell'omologo di Okc (al netto dell'ennesima tripla doppia stagionale di quest'ultimo) a giocare di e per la squadra, sebbene nessuno dei due possa essere inquadrato nella categoria del play classico. Al netto dei numeri, infatti, la sensazione che si ha guardando le partite dell'uno e dell'altro è che Curry sappia come e quando coinvolgere i compagni e come e quando mettersi in proprio, con scelte di gioco che raramente si rivelano sbagliate nonostante l'alto coefficiente di difficoltà.

Non ci sarebbe idiosincrasia nemmeno per quanto riguarda la zona di tiro. In questa stagione, infatti, KD35 predilige molto di più attaccare il ferro e il pitturato in generale, come dimostrano il 64/123 (52%) in the paint e il 123/175 (70.3%) nella cosiddetta Restricted Area. Il tiro da tre continua ad essere una delle soluzioni migliori del repertorio, con la differenza che, rispetto al figlio di Dell, Durant va molto più a destra che a sinistra (in certe partite addirittura nel 75% dei casi). Cosa potrebbe fare una squadra chiamata a difendere sul lato destro sul 35 e su quello sinistro sul 30? Magari in situazioni di drag (il pick and roll in transizione) o sulle doppie uscite dai blocchi? Ve lo anticipiamo noi: nulla. Anche perché si tratta di due con caratteristiche di tiro molto diverse: immediato, con vocazione all'estemporanietà Curry, più aduso al jump shot dopo 4-5 palleggi e/o al fade away Durant. 

E all'interno dello small ball made in Bay? Anche qui, ragionando in linea puramente teorica, l'incastro è più che fattibile. In particolare se si ragiona di un contesto che preveda Green da 'falso 5', Durant da 4 sui generis, più Iguodala e il consueto backcourt Curry-Thompson. Offensivamente un cubo di Rubik impraticabile, difensivamente qualcosa su cui lavorare nel corso della stagione per raggiungere il giusto equilibrio ai playoff. Senza contare che molto dipendera dalla panchna che Golden State riuscirà a mettere su in caso del colpaccio.    

PERCHE' NO - Perché tutto ciò di cui abbiamo discusso fino ad ora è frutto di ragionamenti empirici, attualmente non riscontrabili nella realtà. In teoria si può fare, ma in pratica? Parafrasando Battisti "lo scopriremmo solo vivendo". Nel caso, però, l'adattamento di Durant al sistema Kerr non è così scontato. Il rischio, concreto, è quello di assistere a una riedizione dei Miami Heat del 2011, quelli del primo Lebron James post decision: tre grandi giocatori incapaci di armonizzarsi tra loro nei vari momenti della partita. Con la perenne sensazione che ciascuno aspettasse che l'altro esauisse il momento di vena per iniziare ad operare in proprio. Un contesto che è quanto di più tetragono possa esistere con i Golden State Warriors attuali.

Durant è certamente un grande realizzatore e da questo punto di vista non ha più nulla da dimostrare. Ma sarebbe in grado di mettere da parte (anche solo saltuariamente) questa dimensione del proprio gioco per mettersi in pari e a disposizione con un collettivo tra i più efficaci dell'era moderna? Come e chi gestirà i possessi offensivi nei momenti chiave della partita? E siamo sicuri che, difensivamente, un quintetto Curry-Thompson-Green-Durant-Iguodala sia ciò che serva, soprattutto ai playoff? 

La storia insegna che, in questi casi, tutto sta nel trovare il modo di equilibrare e gestire gli ego e le personalità di questi immensi fuoriclasse, con l'implosione (per informazioni citofonare Lakers degli Hall of Famer versione 2004) sempre dietro l'angolo. In particolar modo quando in contesti ben rodati vengono inseriti nuovi e più ingombranti ingranaggi. E non è detto che Kerr, titolo del 2015 a parte, abbia già la necessaria esperienza per gestire una situazione comparabile a quella in cui si trovò, senza capirci poi molto, anche un guru come Phil Jackson.

Last but not least una considerazione, vecchia ma sempre attuale. Risale all'epoca di Bird e Magic. Due che, messi di fronte alla prospettiva di giocare insieme, hanno sempre replicato: "Chi, io con quello li? No, è troppo forte e va bene come avversario".

Per questo Durant ai Warriors sarebbe ancor più difficile da mandare giù.   

p.s. indovinate a breve dove saranno ospiti KD e i Thunder? Ma alla Oracle Arena, ovvamente.