Olympic stories, Pechino 2008: la redenzione

Il ritorno ai consueti livelli di eccellenza di Team Usa, dopo sei anni di delusioni, avviene ai Giochi cinesi. Con un solo, grande protagonista: Kobe Bryant

Non era bastato toccare il fondo ad Atene. Così come non era stato sufficiente chiedere a Mike Krzyzewski di trovare tempo e spazio, nel suo cuore di Blue Devil, per provare a risollevare una Nazionale che era solo la pallida ombra di se stessa. Un'ombra che, per giunta, non faceva più paura a nessuno, come dimostrarono i greci nel 101-95 che, il 1 settembre 2006 (semifinale dei Mondiali in Giappone), certificò la crisi di Team Usa, condannato all'ennesimo, infamante bronzo di quel bienni maledetto. 

Serviva una motivazione. Qualcosa che andasse ben oltre la voglia di tornare ai fasti dei bei tempi andati. Serviva la stessa rabbia agonistica di una normale stagione Nba. Serviva che l'indolenza e la supponenza che erano costate il tetto del mondo lasciassero spazio ad ad una voglia di vincere feroce, quasi sconosciuta in quel tipo di contesto. In altre parole, serviva Kobe Bryant. Che, reduce dalle Finals perse (male) contro i Boston Celtics da MVP in carica, era già settato in modalità 'no mercy' ben prima di quel 23 giugno in cui il 'Redeem Team' vede la luce: Jason Kidd, Chris Paul e Jason Williams in cabina di regia, Chris Bosh, Carlos Boozer e Dwight Howard sotto i tabelloni, Tayshaun Prince portatore sano della 'Pistons culture' dell'epoca e il già menzionato Kobe a indicare la retta via a Wade, LeBron e Melo, i reprobi che avevano più di qualche colpa da emendare. Più Michael Reed, buono per gli spezzoni in cui si tira tutto il tirabile.

Per capire come sarebbe andata a finire bastava guardare gli allenamenti. Nessuno che si tirava indietro, nessuno che si risparmiava, nessuno che osava prendere l'impegno sottogamba, pensa il dover incontrare lo sguardo di brace del 'Mamba' che aveva già annusato odore di sange e di medaglia d'oro.

Le partite del girone di qualificazione riportarono le lancette della storia indietro di 16 anni: cinque vittorie su cinque, 32.2 punti di scarto medio inflitto agli avversari, compreso un tonitruante 119-82 alla Spagna campione di tutto in carica, schiantata dai 16 di Kobe e da un LeBron a due rimbalzi dalla doppia doppia (18+8). Poi due piacevoli passeggiate di salute contro Germania (106-57 con un Howard dominante come mai prima e mai dopo) e Australia (116-85, 25 del 24 ora 10), prima che la strada verso la redenzione prendesse la direzione della catarsi assoluta nella semifinale contro l'Argentina, giustiziere quattro anni prima: 101-81, con un primo tempo in cui Bryant da un saggio di tutta la ferocia agonistica di cui è capace.

Resta un solo ostacolo. L'ultimo. Tutt'altro che insormontabile, visto quanto già accaduto nel girone. In teoria. In pratica, invece, la Spagna non ci sta a recitare la parte di vittima designata contenta già solo di essere lì e risponde colpo su colpo: 69-61 a metà partita, 91-82 all'alba dell'ultimo quarto, addirittura -5 (104-99) quando mancano 3:21 al compiersi della storia. In un senso o nell'altro. Serve LA giocata. Ed è inutile ricordare chi la piazzi:

Tripla (con fallo) in faccia a Rudy Fernandez, libero supplemenatre a bersaglio, game, set, match and medal. Con tutto che, finalmente, torna al proprio posto e con un incubo che ha finalmente fine, come dimostrano i festeggiamenti dell'ultima sirena. 

Una scena inusuale per i 'pro' Nba, tanto più quando portano a termine qualcosa di scontato. Ma la redenzione non è mai scontata. E' dura da perseguire, difficile da raggiungere, complicata da afferrare. Anche se sei la squadra più forte del mondo, guidata dal giocatore più forte del mondo.

Missione compita. Nel segno del 'Mamba'.