NBA - L'intervista-fiume di Phil Jackson

All'emittente ESPN parla l'hall of famer NBA nonché ex-allenatore di Jordan e Bryant: parole pesanti come al solito, che spaziano dalla vita privata ai Knicks (di cui è presidente esecutivo) fino a Kristaps Porzingis, Derrick Rose e LeBron James.

NBA - L'intervista-fiume di Phil Jackson
NBA - L'intervista-fiume di Phil Jackson

Traduzione ed adattamento con gentile collaborazione di Andrea Russo Spena

 

Come al solito, è un Phil Jackson estremamente sicuro di sè, fino quasi all'arroganza, quello che si racconta all'emittente statunitense ESPN. Il tredici volte campione NBA (due da giocatore, le altre da coach quasi equamente divise tra i Bulls di MJ ed i Lakers di Kobe) ha sfoderato però raramente le sue battute taglienti, optando più spesso per frasi che tendono al dialogo ed al calmare le acque anche su argomenti potenzialmente esplosivi.

La prima domanda ha riguardato quello che è da sempre il fulcro della concezione di pallacanestro di Jackson, lo schema offensivo del triangolo. Schema che Jeff Hornacek, head coach di New York nominato proprio dal presidente, non utilizza affatto con frequenza. "[vincere] Non è questione di triangolo. Si tratta di giocare nel giusto modo. Peraltro Derrick Rose ha saltato tre settimane di training camp ed è totalmente comprensibile che siamo ancora un cantiere aperto. Abbiamo a roster guardie abituate ad attaccare dal palleggio, voglio che capiscano che possono essere efficaci anche passandola. Le due cose devono combinarsi. Non si possono bypassare le basi, i fondamentali del gioco: come effettuare un passaggio in post, come portare il blocco, l'uso dei lunghi per sfuggire alla pressione della difesa avversaria".

La discussione è sembrata sfociare in una specie di dispensa implicita di consigli allo staff, ma in realtà PJ si è limitato a ribadire i fondamenti del suo concetto di basket: "Ciò che conta è avere un sistema di pallacanestro. Per avere le giuste spaziature è necessario occupare tutto il campo e creare linee di passaggio. La distanza corretta tra un giocatore e l'altro è tra i quattro e i cinque metri. Non è possibile giocare una buona pallacanestro se le spaziature non sono corrette, coi giocatori ammucchiati l'uno contro l'altro, se le linee di passaggio non sono libere, se non c'è possibilità di andare a rimbalzo offensivo e se non c'è equilibrio in difesa. Sono i fondamentali del basket. Eccetto questo, non esistono cose giuste o sbagliate in assoluto."

Negli ultimi anni, però, l'NBA ha visto protagoniste tante franchigie ai piani altissimi, con continue rivoluzioni del gioco e dei roster. "Chi mi ha impressionato? Ovviamente Golden State, gioca una bella pallacanestro, in cui tutti si muovono e muovono il pallone creando linee di passaggio, penetrano e trovano l'uomo libero. Sono un po' disordinati, ma Steve [Kerr, ndr] sta facendo un gran bel lavoro nel tenere tutti ai loro posti, è un ottimo allenatore con un grande approccio alla partita. Cleveland è molto migliorata nel giocare come squadra, stanno mostrando molta solidità difensiva. So per certo che LeBron ha bisogno di un trattamento particolare, gli piace essere considerato speciale. San Antonio continua a fare quello che sa fare, cioè affidarsi al loro sistema che prevede principi di pallacanestro nei quali io ho sempre creduto".

San Antonio, appunto, un nome che per quanto riguarda la palla a spicchi da un buon ventennio fa rima con Gregg Popovich. Dopo essersi affrontati dentro e fuori dal campo come cane e gatto, però, l'ex-allenatore dei Lakers riserva parole al miele al suo rivale: "Con Popovich non c'è nessuna animosità, abbiamo semplicemente giocato molte volte uno contro l'altro. Una volta il suo gioco era basato sul piazzare i giocatori negli angoli per sfruttare i due lunghi, e finiva tutto qui. Poi si sono evoluti, e mi piace come giocano: usano il triangolo ed il post e funziona".

Dopo aver dato uno sguardo al mondo della Lega, il tema è tornato il giardino di casa, quello dei Knicks, ed in particolare la situazione di Derrick Rose: la sua trade rappresenta probabilmente la più grande scommessa di Phil Jackson da quando è nella Grande Mela. "La migliore scelta come free agent era Mike Conley, ma ha accettato l'offerta di trenta milioni all'anno di Memphis, che è quasi folle. In estate eravamo in attesa di vedere cosa sarebbe accaduto, ed abbiamo avuto l'opportunità di scambiare Derrick Rose, per vedere se a 27 anni ha ancora qualcosa da dare prima di diventare free agent. Tutto questo ci ha dato la possibilità di costruire una squadra attorno a lui, Melo e Porzingis. Inoltre, avendo già conosciuto Joakim Noah abbiamo deciso di acquisire anche lui, che conosce Derrick e sa come giocarci assieme: entrambi stanno ancora cercando la miglior condizione. Derrick gioca molto in penetrazione, e questo offre la possibilità agli altri di andare a rimbalzo offensivo ed ottenere punti dal secondo possesso".

Oltre all'ex-Bulls, la scommessa (forse già vinta) della scorsa stagione è stata Kristaps Porzingis, scelto con la sesta assoluta al draft da semi-sconosciuto e fischiato dalla maggior parte dei fan di NY al momento della chiamata. Dopo poco più di un anno, il lettone è il fulcro del quintetto di Hornacek. Jackson, però, gli chiede ancora di più. "Porzingis? È davvero bravo, ha un futuro luminoso, ma ciò che voglio davvero da lui è che sviluppi il suo gioco. È un tiratore eccezionale se rapportato alla sua taglia. Può cambiare la partita in molti modi, ma deve imparare come usare il suo corpo in maniera corretta per non essere solo un buon tiratore. Deve migliorare il suo gioco spalle a canestro. Ha abbastanza forza per giocare in post, io ho giocato tanti anni con Pau Gasol e con tanti d'altronde in questa lega sono stati in tanti ad aver imparato questo tipo di giocate pur non avendo un fisico possente e massiccio. In Europa si gioca molto in pick 'n' roll, quindi Kristaps nella sua esperienza precedente non è mai stato molto in post: deve sfruttare i cambi, i mismatch, capire quando passare il pallone o quando tenerlo alto. Cose alla Dirk Nowitzki. In ogni caso ha l'approccio di chi ha voglia di imparare, siamo fortunati".

Oltre al gigante europeo, l'altro perno su cui si fonda la risalita della franchigia è il caro vecchio Anthony: "Carmelo? Gli piace comunicare, vuole avere un rapporto umano con tutte le persone all'interno della franchigia. Con Melo, a differenza di tantissimi altri, il rapporto non si limita al "come stai?". Spesso usciamo a cena per parlare; non è qualcosa che mi piace molto, ma con lui so che devo farlo".

Dopo il campo le domande si sono rivolte verso la panchina, con la scelta di Hornacek caldamente sostenuta proprio da Phil Jackson, che ne ha svelato qualche retroscena, finendo a parlare anche del suo futuro da presidente. "Ho seguito a lungo Jeff Hornacek, è una persona molto competitiva, mi piace come parla coi giovani. Non vuole intrusioni esterne nello staff, per lui è molto importante l'approccio alla gara: addirittura fa yoga con i giocatori, gliene dò merito. Io sono qui per riportare questa squadra ad un livello competitivo. Non abbiamo ancora vinto un campionato, quindi c'è tanto da fare. Ho una clausola per liberarmi il prossimo anno, ma è legata alla possibilità di un nuovo lockout [dopo quello 2012, ndr], che significherebbe rimanere senza nulla da fare per 3-4 mesi: in quel caso tornerei a Los Angeles".

Infine, qualche parola sulla famiglia, tra passato e futuro. In particolare, l'occhio dell'intervistatore è andato ad indagare su Jim Buss, cognato di Jackson (da anni compagno di Jeanie Buss), nonché vicepresidente esecutivo dei Lakers. Tra i due, ai tempi dell'addio a Los Angeles, ci fu qualche attrito: "Jim Buss sta facendo un buon lavoro ai Lakers, hanno Walton come allenatore e Brian Shaw da assistente, non è importante per me tornare ed essere parte di quello staff. Soprattutto non adesso: ho preso qui a New York l'impegno di far tornare in alto i Knicks. L'obiettivo non è raggiunto, ma abbiamo iniziato a fare progressi. La strada è ancora lunga".