NBA - Minnesota Timberwolves, i motivi di così tanta mediocrità

Partiti con il chiaro intento di ritornare ad acciuffare i playoff, i Timberwolves si sono spenti con il trascorrere dei mesi. Tanto talento, ma anche tanta inesperienza, che non ha permesso a Minnie di issarsi nell'olimpo dell'NBA.

NBA - Minnesota Timberwolves, i motivi di così tanta mediocrità
NBA - Minnesota Timberwolves, i motivi di così tanta mediocrità

A detta di tutti, una delle più grandi delusioni della regular season che ormai volge al termine. E per molti versi, è anche vero. Partiti con il vento dell'hype in poppa, e guidati in panchina dal totem Tom Thibodeau, i giovani Timberwolves si sono presentati ai nastri di partenza della stagione regolare con l'obiettivo minimo di ritornare ad assaporare il gusto dolce, speziato dei playoffs. Un entusiasmo, una frenesia che con il trascorrere delle settimane, ed il sopraggiungere di sconfitte, in serie, alcune davvero evitabilissime, hanno lasciato il posto ad un senso di scoramento, di profondo sconforto, che ha fatto emergere nel novello progetto dubbi e perplessità, soprattutto sul reale valore del roster messo in piedi la scorsa estate: tanta gioventù, talento a dismisura, ma poca esperienza, e dunque poca capacità di essere 'clutch' nei momenti chiave delle gare.

Minnesota chiuderà la regular season questa notte a Houston e qualsiasi esito nella gara del Toyota Center non varierà la posizione in classifica dei Lupi del Minneapolis. Tredicesimo posto, staccatissimi dali Portland Trail Blazers attualmente ottavi (10 gare di ritardo) ed un record migliore solo dei Lakers e dei Suns, le due Cenerentole della Western Conference. Un carico di aspettative nei confronti della truppa di Thibodeau, attese che però nella realtà dei fatti non sono state mantenute, dunque ai Timberwolves andrà di diritto un posto scomodo tra le delusioni della stagione. Se in casa,  al Target Center, Minnesota ha chiuso con un bilancio quasi al 50% (20 W e 21 L), ciò che ha reso il cammino della franchigia parecchio singhiozzante è stato il cammino 'on the road' in cui Minnie si è limitata a trionfare solo in 11 occasioni, nelle 40 gare finora disputate lontano dal palazzo amico. 

Un roster imbottito, farcito di giovani talenti dalla classe ed il talento cristallino. Su tutti spiccano Andrew Wiggins e Karl-Anthony Towns, ma spesso le eccellenti prestazioni delle due punte di diamante del roster del plenipotenziaro head coach Tom Thibodeau sono state involontariamente oscurate dalla mancanza di una second unit all'altezza dello starting five: Dieng, che però spesso è stato lanciato dall'inizio, Aldrich, Bjelica, Muhammad, Rush, Dunn, Payne, Hill ed a stagione in corso Casspi, non si sono dimostrati all'altezza, e queste rotazioni, dunque, hanno spesso rallentato ed ostacolo il buon lavoro delle stelline di Minnie, fungendo quindi da fastidiosa zavorra. I problemi si sono verificati soprattutto nella fase difensiva, e chi l'avrebbe mai detto potendo contare su un allenatore che cura con particolare attenzione, dedizione, questo aspetto del gioco? Se in attacco, ad una gara dal termine della stagione regolare, Minnesota è 13^ (appaiata ai San Antonio Spurs) per media punti realizzati a partita (105.4), sull'altra parte del campo ci si aspettava molto di più dai T'Wolves: 106.5 punti di media concessi agli avversari, gentili concessioni spesso 'erogate' nei finali accesi di partita, dettati da puro equilibrio e da volate punto a punto.

Seppur sia migliorata a rimbalzo, potendo contare su un rim protector di prim'ordine quale Towns, miglior giocatore dei T'Wolves con 25.1 punti, 12.2 rimbalzi e 2.7 assit di media, colosso di 213 centimetri dai movimenti eleganti, sinuosi, assomigliabili a quelli di un'eclettica point guard, Minnesota ha ulteriormente sporcato rispetto allo scorso anno la statistica del tiro da tre punti, con un differenziale, in negativo, di -5.6. Ciò anche considerando gli alti e bassi del suo secondo violino offensivo, quell'Andrew Wiggins che tanto bene ha fatto in determinate occasioni, distribuendo trentelli a gogò e saltuari quarantelli, ma che ha alternato paurosamente grandi prove a prestazioni piuttosto dannose per la sua squadra. Ha sempre avuto la tendenza a crearsi tiri difficili dal palleggi, con risultati non troppo ottimali, ed in più in talune circostanze, in fase di possesso palla, è sembrato totalmente estraneo ai giochi di movimento dei suoi, disegnati in laboratorio dal santone Tom.

Poi, Ricky Rubio, quel playmaker in cui i tifosi di Minnie ogni anno ripongono grosse aspettative, ma che puntualmente sono state spazzate via dalle folate di vento gelido che sferzano abitualmente il Minneapolis nei mesi invernali. Sia chiaro, lo spagnolo ha dato cenni di vitalità, soprattuto nella seconda fase di regular season, forse dopo le voci di una possibile trade che lo avrebbe potuto interessare direttamente, in prima persona; voci, rumors, che hanno avuto la capacità di accendere il fuoco della point guard iberica, ma ciò non è bastato per prendere per mano il team e condurlo in paradiso. L'NBA non è il posto incantato per i non tiratori dalla lunga distanza, soprattutto dopo il cambiamento del gioco che tende sempre più verso lo 'small ball' ed il 'run and gun'. Lui il nativo di El Masnou, il 'Cid' dei Timberwolves, oltre alla nota caratteristica dei  passaggi "no-look" che compie grazie alla sua grande visione di gioco ed alla sua sopraffina tecnica, ha affinato il tiro dalla lunga distanza finendo per non essere più battezzato dalle difese avversarie, ma questo, proprio la ricerca del tiro dal palleggio, ha finito per limitare la pericolosità dell'attacco di Minnie, che spesso si è trovato con palla ferma nelle mani del play per molti e molti secondi.

Ciò che ha reso ancor più difficile la stagione dei Minnesota Timberwolves è stato l'infortunio patito ad inizio febbraio da Zach Lavine. Il problema al ginocchio sinistro, subìto nella sfida giocata contro i Pistons, ha messo fuori uso il giocatore fino al termine della stagione, lasciando un vuoto incolmabile ad una squadra che però già denotava parecchie sofferenze. La sfortuna, 'amica' nell'occasione di Lavine, lo ha costretto a chiudere in anticipo la stagione, che per il prodotto di UCLA fino a quel momento era più che positiva: 18.9 punti, 3.4 rimablzi e 3.0 assist, impreziositi da tanti altri fattori che non rientrano, purtroppo per lui, nelle statistiche ufficiale della lega.

Aveva tutti gli occhi puntati addosso, il giusto mix tra un gruppo giovane e talentuoso, ed un allenatore navigato, lasciava presagire che sarebbe stata la volta buona per raggiungere dopo anni d'assenza, l'agognato traguardo della post season. Ma invece questo non si è verificato e Minnesota ha fallito, nuovamente. Le aspettative ed i pronostici intorno alla franchigia del patron Glen Taylor erano di tutt'altra portata e la pazienza dei tifosi dei Lupi è ormai al limite: quanto ancora dovranno aspettare per ritornare ad essere fieri ed orgogliosi della propria squadra?