NBA Finals, Golden State of mind

I Warriors tornano campioni NBA a due anni di distanza. La griffe di Kevin Durant, ma soprattutto di Steve Kerr e di un sistema di pallacanestro fatto di flusso e organizzazione.

NBA Finals, Golden State of mind
NBA Finals, Klay Thompson, Steph Curry e Kevin Durant campioni 2017. Fonte: Marcio Jose Sanchez/Associated Press

Solo dodici mesi fa, gara-5 delle NBA Finals diveniva in un attimo il crocevia di un calvario per i Warriors, con LeBron James e Kyrie Irving a spadroneggiare alla Oracle Arena. Oggi, invece, a pochi minuti da un titolo riconquistato dopo un anno di pausa, Golden State ha dimostrato di saper tornare sul luogo del delitto, affrontarne le insidie, scacciare i fantasmi, piegare la resistenza di una Cleveland mai doma, alzare ancora il Larry O'Brien Trophy. 

Kevin Durant MVP delle Finals. Fonte: Nathaniel S. Butler/Getty Images

C'è tanto di Kevin Durant nel trionfo dei Dubs edizione 2017. Non a caso MVP della serie, KD ha aggiunto ciò che mancava al gioco dei Warriors, concedendo loro non solo un trattatore di palla e un tiratore in più, ma soprattutto aggiungendo la possibilità di variare il sistema di gioco implementato da Steve Kerr, principale artefice del successo dei ragazzi della Baia. Un attacco di flusso, che parte dal post senza puntare il canestro, per poi tornare indietro e costruire tiri aperti grazie a blocchi lontano dalla palla e tagli, random e backdoor. Un sistema di cui le triple sono solo la punta dell'iceberg, e in cui Durant ha assunto le sembianze dell'alternativa di lusso, dell'uomo cui affidarsi nei momenti di stanca di partita e serie. Ma l'ex Thunder ha cambiato la scenografia di Golden State anche dall'altra parte del campo, ritagliandosi un ruolo fondamentale in difesa, sia in uno contro uno che a rimbalzo. Il tassello mancante è andato al suo posto, come in un mosaico perfetto, dalla giusta varietà di colori e tonalità. La stagione NBA si conclude così con il trionfo di Golden State, un vero e proprio stato dell'animo della pallacanestro americana, un mix di emozione (joy and passion, direbbe lo stesso  Kerr) e di organizzazione. Depurato dagli opposti estremismi di Popovich e D'Antoni, Kerr ha costruito uno spartito con delle linee precise, su cui poter però improvvisare a seconda delle circostanze, e di ciò che la difesa avversaria concedeva. Hanno vinto i Warriors, per mentalità e capacità di esecuzione, nell'ambito di una pallacanestro clamorosamente unselfish, considerando status e qualità dei suoi interpreti.

Steph Curry. Fonte: Jesse D. Garrabrant/NBAE via Getty Images

E' il riscatto di Steph Curry, evolutosi in un giocatore diverso, forse migliore, rispetto a quello che aveva conquistato due titoli consecutivi di MVP della regular season. Sempre letale come tiratore, sia dal palleggio che sugli scarichi, ma maggiormente coinvolto rispetto al passato con la palla in mano. Più playmaker forse, per certi versi più difensore, più responsabile, meno propenso a rubare l'occhio (e la scena a Durant). E' la vittoria di Draymond Green, il discusso orso ballerino su cui si fonda la difesa messa a punto da Ron Adams, stavolta in grado di mantenere i nervi sotto controllo, giocatore in aiuto formidabile, probabile difensore dell'anno. Riconoscimento che andrebbe spedito ogni stagione (quantomeno nei momenti che contano) anche ad Andre Iguodala, veterano di lungo corso, prima opzione nella Philadelphia del post Allen Iverson, ora giocatore di ruolo a Golden State. All'occorrenza anche tiratore, ha fatto saltare il banco in gara-5, spazzando via la pressione che attanagliava i Warriors, divenendo imprescindibile sui due lati del campo. Un po' come Klay Thompson, arrangiatosi nella marcatura su un fenomeno come Kyrie Irving e comunque in grado di chiudere con il 43% al tiro dall'arco in una serie in cui si sono visti con minor frequenza i suoi proverbiali tagli a canestro dal lato debole. Un anno dopo, l'interrogativo sulla consistenza della profondità del roster dei Warriors è stato superato dagli eventi: Pachulia, West e McGee hanno colmato cumulativamente il vuoto lasciato da Bogut e Speights, il rookie Patrick McCaw e il piccolo Ian Clark hanno fatto le veci di Barbosa, mentre Shaun Livingston ha continuato a seminare sapienza cestistica, per una squadra che si è concessa il lusso di poter varare il quintetto con Durant da lungo (e Draymond Green), più tre esterni. Dal Death Lineup al Coma Lineup, come acutamente osservato oltreoceano, il risultato è cambiato relativamente.

Andre Iguodala. Fonte: Andrew D. Bernstein/NBAE via Getty Images

Nel 2015 i Warriors hanno assaporato il dolce sapore della vittoria, nel 2016 l'acre odore della rimonta beffarda, nel 2017 il gusto della "vendetta". Ora l'interrogativo riguarda la possibilità di tenere insieme questo gruppo: rebus che da domani dovrà risolvere il general manager Bob Myers, insieme a Kerr architetto di una straordinaria macchina di pallacanestro, in grado di frapporsi tra il miglior giocatore al mondo e una serie di titoli NBA consecutivi.