NBA, Doc Rivers: "Gallinari importante nel nostro nuovo sistema offensivo"

L'allenatore dei Clippers si racconta a The Undefeated, tra l'addio di Paul, la squadra che sta nascendo, il rinnovo di Griffin, e i Boston Celtics degli anni ruggenti.

NBA, Doc Rivers: "Gallinari importante nel nostro nuovo sistema offensivo"
Doc Rivers. Fonte: Rick Bowmer/Associated Press

A quasi due settimane di distanza dalla trade che ha portato via da Los Angeles, sponda Lob City, Chris Paul, i Clippers continuano a interrogarsi sulla free agency in corso, sulle loro prospettive e sulla reale competitività del roster a disposizione di Doc Rivers, head coach e presidente delle operazioni cestistiche della franchigia di proprietà di Steve Ballmer. 

Chris Paul. Fonte: Jonathan Bachman/NBAE via Getty Images

CP3 rimane al centro di ogni discussione riguardante i Clips. Troppo importante il prodotto da Wake Forest per essere salutato con una semplice alzata di spalle. L'uomo che ha cambiato la storia recente della Los Angeles non chiamata Lakers ora è volato verso Houston, reputando non più credibile il progetto tecnico della franchigia abbracciata nel 2011. Prova però a tenere vivo l'entusiasmo Doc Rivers, intervistato in esclusiva da Marc J. Spears di The Undefeated: "Non penso che abbiamo fatto un passo indietro nelle ultime settimane - le sue parole - anzi, abbiamo aggiunto talento. Chris non ci ha detto personalmente che sarebbe andato via, lo ha fatto il suo agente dopo che ci eravamo già incontrati. Il motivo principale per cui ci ha lasciato si chiama James Harden. Chris ha fatto il suo percorso con questa squadra, ma non ha funzionato. Voleva provare una nuova esperienza con un'altra squadra. Dal punto di vista contrattuale, per lui non cambierà molto. Perderlo è difficile, è un grande giocatore, ma ne abbiamo altri, che ci possono far giocare in modi diversi. Ecco perchè Danilo Gallinari è così importante per noi, perchè ora che non abbiamo più una point guard che domina il nostro attacco, possiamo varare un sistema offensivo più versatile, con un diverso movimento di palla. Al momento siamo una buona squadra, ci sono dieci nuovi giocatori, nessuno può sapere come andrà a finire. A occhio, mi piace quel che vedo. Il prossimo passo sarà metterli sul campo e vedere come si integrano. Avevamo bisogno di miscelare un po' il nostro roster, l'avevo detto già alla fine della scorsa stagione. Non saremmo potuti essere la squadra degli ultimi anni. Con il vecchio nucleo di giocatori (Paul, Griffin e Jordan), abbiamo avuto il quarto miglior record della lega nello scorso quadriennio e tante grandi opportunità. Penso al fallimento contro Oklahoma City, nel 2014, un k.o. brutale: eravamo a un passo dalle Finali di Conference. L'anno successivo, il 3-1 contro i Rockets, vantaggio sprecato. Ci siamo autoinflitti delle ferite, ma siamo rimasti una buona e solida squadra di pallacanestro. Non abbiamo nulla di che vergognarci, se non per il fatto di non essere riusciti a vincere. Perchè era quello il vero obiettivo".

Doc Rivers. Fonte: Andrew D. Bernstein/NBAE via Getty Images

Rivers torna poi sui suoi - discussi - rapporti con Paul: "Erano buoni. Insieme abbiamo vissuto più giorni positivi che negativi. I suoi numeri sono stati i migliori in carriera con me allenatore. L'ho continuato ad allenare giorno dopo giorno, e lui ha gestito bene la cosa. Ci saranno stati momenti in cui non mi avrà amato, ma fa parte del gioco, il mio ruolo è rendere i giocatori migliori e motivarli sempre di più". Dopo l'addio di CP3, la prima mossa di Rivers è stata trattenere Blake Griffin: "Dovevamo fare in modo che rimanesse con noi. Eravamo preparati alla partenza di Chris, così abbiamo prospettato a Blake due scenari, uno con Paul e uno senza. Gli sono piaciuti entrambi. E' per questo che ha firmato: ha iniziato con i Clippers ed è rimasto qui. Vuole chiudere la carriera ai Clippers. E' il segnale che in questi anni la franchigia ha fatto qualcosa di buono: quando è stata l'ultima volta che un giocatore ha voluto essere un Clipper?" Sono trascorsi invece quasi dieci anni dall'unico titolo vinto da allenatore (nel 2008) da Rivers, alla guida dei Boston Celtics. Il tecnico lo ricorda così: "Con Danny Ainge costruimmo una grande squadra: riuscimmo a prendere Kevin Garnett e Ray Allen, affiancarli a Paul Pierce. Giocatori fenomenali, ma in panchina c'erano tanti ragazzi tosti, come Tony Allen, Leon Powe, Glen Davis, James Posey, senza dimenticare Kendrick Perkins. Una squadra costruita per vincere. L'unico errore fu quello di lasciar andar via troppi giocatori del roster, facendo troppi cambiamenti. Non dimenticherò mai la serie del 2010 contro i Lakers. In gara-6 Perkins si fa male, e gara-7 fu davvero dura per noi. E' stata la sconfitta peggiore della mia carriera, eravamo arrivati a un passo dalla vittoria quando nessuna credeva in noi. Ci dicevano che eravamo vecchi, finiti, partimmo con la quarta moneta a Est, fino alla Finale. Ma è il 2009 l'anno che ancora non riesco a dimenticare: fino all'infortunio di Garnett stavamo giocando il nostro miglior basket, poi niente fu come prima. Senza quell'infortunio avremmo potuto vincere due titoli consecutivi, forse tre".

Kevin Garnett e Doc Rivers. Fonte: Grant Halverson/Getty Images

"Era un gruppo estremamente unito, ecco perchè quando Ray Allen è andato via, alcuni hanno sofferto. Io stesso ho provato a far sì che i rapporti tra i giocatori tornassero quelli di un tempo, ma penso che il tempo aiuterà a superare ogni cosa. Quantomeno, è ciò che spero. L'esperienza a Boston mi ha insegnato quanto sia difficile vincere. Bisogna essere fortunati, essere sani, avere i tuoi migliori giocatori in ottime condizioni, segnare i tiri importanti. Tutto deve andare nel verso giusto. Guardate i Warriors. Sembra che abbiano vinto in scioltezza, ma loro sanno che non è così. Io ho vinto un titolo e sono stato in Finale due volte. Senza quell'anello del 2008, probabilmente non sarei più allenatore, mi sarei fermato. L'unico motivo per cui alleno ancora è perchè ho capito quanto questa corsa sia difficile. Amo questo tipo di sfida, voglio tornare in finale. E' una questione di orgoglio".