NBA, Adam Silver mantiene la divisione tra Conference per i playoff

Il commissioner NBA spiega che "non avrebbe senso far viaggiare squadre da una costa all'altra per un primo turno di playoff. Per ora rimarrà in vigore il sistema delle Conference". Poi uno sguardo ai rapporti tra NCAA e NBA e al tanking.

NBA, Adam Silver mantiene la divisione tra Conference per i playoff
Adam Silver. Fonte: Dan Mullan/Getty Images

Una sorta di discorso sullo stato dell'Unione. E' stato questo il senso dell'intervento, davanti ai giornalisti presenti alla Summer League di Las Vegas, del commissioner NBA Adam Silver, dopo la riunione dell'NBA Board of Governors, che ha introdotto alcune novità, in vigore dalla prossima stagione, come la riduzione del numero dei time-out a gara (da diciotto a quattordici) e lo spostamento in anticipo della trade deadline (da dopo a prima del week-end dell'All-Star Game). Nessuna modifica invece alla compilazione del tabellone dei playoffs, che continueranno a svolgersi intra-Conference, senza la creazione di un seeding di sedici squadre che tenga conto del solo record della regular season. 

"Due anni fa - le parole di Silver a Las Vegas, riportate da Ohm Youngmisuk di Espn - siamo arrivati alla conclusione che un tabellone a sedici squadre non avrebbe senso, a causa dell'impatto dei viaggi da costa a costa sulla salute dei giocatori. Per il momento non ci saranno dunque modifiche al calendario e al seeding. Un cambiamento del genere significherebbe molti più viaggi per le nostre squadre, specialmente per i team che giocano sulle due coste. Quindi la conclusione è stata che, considerati i dati scientifici sull'impatto dei viaggi, l'NBA continuerà a rimanere all'interno del sistema delle Conference, con tutto ciò che questo comporta per quanto riguarda i playoffs. Ribadisco, avere squadre che fanno avanti e indietro da una costa a un'altra per un primo turno di playoff ci sembra priva di senso. Quando abbiamo esaminato la questione, due anni fa, in molti erano favorevoli a un cambiamento, ma credo che torneremo sull'argomento in futuro. All'interno della lega, in tanti pensano che un tabellone dall'uno al sedici sarebbe più logico, ma comunque poi sarebbe necessario chiedersi cosa fare dopo ogni turno. Compilare un nuovo seeding, come succede anche in altre leghe? E' un discorso diverso, ma che si lega a quello precedente, sono tutte cose che continueremo a valutare, ma nessuna di queste al momento fa parte delle priorità della nostra agenda". Altro argomento caldo riguarda l'età - sempre più bassa - dei giocatori che passano dall'NCAA all'NBA: "Il sistema attuale non sta funzionando bene per nessuno - prosegue Silver - se pensiamo ai giocatori che sbarcano in NBA dopo un solo anno al college, è qualcosa a cui dovremo guardare con nuovi occhi". 

"Sotto l'aspetto dello sviluppo della nostra lega, la domanda è se i giocatori che arrivano in NBA a diciannove anni siano fisicamente attrezzati, con alle spalle il miglior carico di allenamenti possibile, per fare il grande salto. In alcuni casi lo sono, in altri no. E' questo il vero problema, non quello relativo alla sola età, che siano diciotto, diciannove o vent'anni. Una delle cose di cui vogliamo parlare con l'NCAA riguarda il fatto che storicamente l'NBA è rimasta lontana da alcuni di questi giovani giocatori, perchè loro stessi non volevano abbandonare il college e rendersi eleggibili per il Draft. Ora abbiamo bisogno di dare uno sguardo completo alla questione, per capire se mettere da parte o meno un limite minimo di età per l'accesso all'NBA. L'obiettivo sarà quello di garantire a questi giovani giocatori uno sviluppo adeguato in relazione all'età e al contesto. Da questo punto di vista, avvertiamo quasi un obbligo nei confronti del gioco, quello di essere più coinvolti nel basket giovanile. Ci sono stati tempi in cui non eravamo i benvenuti nella pallacanestro giovane, ma penso che ora la comunità ci stia chiedendo di intervenire maggiormente: troveremo un modo per farlo". In chiusura, una risposta a chi riporta le parole di Mark Cuban, proprietario dei Dallas Mavericks, che recentemente ha dichiarato di voler far parte della Eastern Conference e di aver "fatto tutto il possibile" per perdere nel finale della scorsa stagione, una volta svanito l'obiettivo playoff: "Non è ciò che un commissioner vorrebbe ascoltare, ma direi che Mark ha alle spalle una carriera di dichiarazioni provocatorie. Gli ho già parlato direttamente, si è reso conto di non aver usato termini appropriati. Ma se guardiamo a ciò che è successo sul campo, che è poi la cosa più importante, non abbiamo avuto indicazioni a conferma del fatto che i suoi giocatori abbiano perso di proposito. Siamo soddisfatti di tutto ciò, ora non ci resta che guardare avanti".