NBA, anche i Los Angeles Lakers su Derrick Rose

Cleveland insiste sul playmaker nativo di Chicago, ma ieri sera Rose ha incontrato i Lakers, che lo vorrebbero come mentore di Lonzo Ball.

NBA, anche i Los Angeles Lakers su Derrick Rose
Derrick Rose. Fonte: Carlos Osorio/Associated Press

E' rimasto lui il prezzo pregiato della free agency NBA 2017. Derrick Rose, MVP della regular season 2011, è al momento contesto da Cleveland Cavaliers e Los Angeles Lakers. Due destinazioni diverse, due squadre che lottano per obiettivi quasi opposti, accomunate da un unico fattore, il poco spazio che l'ex giocatore dei Bulls troverebbe sul parquet di Quicken Loans Arena e Staples Center, data la titolarità indiscussa di Kyrie Irving ai Cavs, e l'esplosione incipiente di Lonzo Ball in gialloviola. 

Derrick Rose. Fonte: Nathaniel S. Butler/Getty Images

Dopo aver trascorso una settimana a riflettere sull'ipotesi Milwaukee Bucks, comunque non ancora tramontata, Rose, unrestricted free agent - secondo quanto riportato da Brian Windhorst e Adrian Wojnarowski di Espn - ha iniziato una trattativa con il frontoffice di Cleveland. Discussioni definite "serie" dai reports di Espn, che ruoterebbero intorno alla firma di un contratto annuale da 2.1 milioni di dollari, aumentando ulteriormente il salary cap della franchigia dell'Ohio, per una tassa di lusso stimata in 78.2 milioni. Accasandosi a Cleveland, Rose si avvicinerebbe a casa (Chicago), ma il minutaggio in campo sarebbe limitato a quello di un backup di una delle migliori point guard della lega, vale a dire Kyrie Irving. Ecco perchè per l'ex Bulls si sono fatti avanti anche i Los Angeles Lakers, desiderosi di affiancare un playmaker esperto all'astro nascente Lonzo Ball, fresco MVP della Summer League. Secondo quanto reso noto da Ramona Shelburne e Chris Haynes di Espn, nella serata di ieri Rose ha dunque incontrato i gialloviola, in un meeting durato tre ore, per poi allenarsi nella facility di L.A. Difficile stabilire quale sarà la scelta dell'MVP del 2011: da una parte i Cavs, che garantiscono una superiore competitività di squadra e rappresentano un avvicinamento alla famiglia e a Chicago, dall'altra i Lakers, nei quali gli sarebbe assicurato il ruolo di mentore di Ball, con qualche minuto più in campo e un progetto nuovo di zecca, firmato Magic Johnson e Rob Pelinka, attuato dalla panchina da Luke Walton. Giocare o andare a caccia di un titolo NBA? Anche per Rose si ripropone dunque il dilemma che accompagna i grandi giocatori sul viale del tramonto.

Derrick Rose. Fonte: Darren Abate/Associated Press

Eppure il figlio di Chicago ha solo 28 anni, e sta provando a ricostruire la sua carriera dopo gli innumerevoli infortuni alle ginocchia. Scambiato dai Bulls con i Knicks la scorsa estate, Rose ha disputato una stagione per certi versi positiva a New York. Lontano dal giocatore esplosivo di un tempo, ha comunque messo insieme numeri interessanti, 18 punti di media e 4.4 assist in una squadra scossa dai venti di burrasca ambientali della Grande Mela. Una linea tecnica tutt'altro che chiara (il triangolo o no?), i dubbi sul futuro di Phil Jackson e Carmelo Anthony, le difficoltà nella gestione dello spogliatoio di coach Jeff Hornacek, non hanno certo agevolato la vita a un Rose di ritorno, comunque tra i più positivi nel naufragio Knickerbockers, finiti ancora una volta lontanissimi dai playoffs. In scadenza di contratto, Rose si è visto infine dare il benservito da New York che, in attesa di risolvere il caso Anthony, ha ingaggiato un giocatore di medio livello come Tim Hardaway jr, garantendogli un quadriennale da 71 milioni di dollari. I margini di manovra salariale dei Knicks si sono così dissolti, costringendo l'ex Chicago a cercarsi una nuova destinazione. Primi incontri con Los Angeles Clippers (che poi ha virato sul serbo Milos Teodosic) e con i Milwaukee Bucks, fino agli sviluppi delle ultime ore, con Cleveland aggressiva sul giocatore e i Lakers pronti a rispondere. Dopo anni travagliati, è possibile che Rose sia alla ricerca di un minimo di tranquillità, nella consapevolezza di non poter più essere il giocatore che dominava le partite e che conduceva, quasi da solo, un'onesta squadra NBA (i Bulls di Tom Thibodeau) alle Finali di Conference.