Storie Mondiali, l'Olanda di Cruijff: troppo bella per essere vincente

Un nuovo modo di intendere il calcio, un gioco elevato ad arte. L'Olanda cambia, nel Mondiale del '74, la fisionomia di uno sport, ma si infrange nei suoi limiti, consegnando la finale alla Germania Ovest.

Il calcio è segnato da cambiamenti epocali, storici. Momenti che sanciscono fratture nette col passato. Ti accorgi, mentre scorre il flusso del tempo, che qualcosa di grande sta accadendo. Questa è la sensazione al Mondiale del '74. L'Olanda rappresenta uno spettacolo irripetibile, un'oasi di sogni. Mai nessuna Nazionale, in una competizione iridata, aveva osato tanto. In panchina un fine architetto, Rinus Michels, in campo il Profeta del gol, Johan Cruijff. Il calcio totale si palesa al mondo. 

La nascita di questo sistema di gioco avviene anni prima, nella terra dei tulipani. L'artefice è Jack Reynolds. Alla guida dell'Ajax dal 1915 al 1925 e poi ancora tra il '45 e il '47 affina un pensiero rivoluzionario. Cancellata ogni fase di attesa, pressing perpetuo, asfissiante. Difesa alta, fuorigioco, nessun punto di riferimento. In quell'Ajax gioca Michels, futura guida dei lancieri, del Barcellona e appunto della Nazionale. 

Quel che rende quel modulo, quel sistema, irripetibile è il continuo frullare degli interpreti, in grado ripetutamente di variare posizione e ruolo, senza creare con ciò preoccupanti squilibri. A convogliare il tutto la qualità suprema di quel gruppo. Nel '74 attorno a Cruijff, Krol, Neeskens e un manipolo di talenti poco considerati. Un'Olanda spaccata dal dualismo in patria tra Ajax e Feyenoord. Due blocchi trasportati al Mondiale, col pensiero unico di conquistare la Coppa, dominarla. Non solo vincere, stravincere.

Storie e uomini in quel gruppo. Come Jongbloed, portiere non professionista, che la divisa oranje l'aveva conosciuta solo una volta, un decennio prima. Ora è di nuovo lì, statuario, quasi fuori luogo. Tra i pali mai, perché nel sistema di Michels non esistono ruoli, ma compiti. L'estremo difensore è perennemente al limite dell'area, guida di una difesa altissima, spesso chiamato a impostare il gioco.

L'Olanda splende, dipinge, orchestra. Musica, poesia, arte. Si superano le barriere del difensivismo, si sale a un livello superiore, quello del bello. Bella l'Olanda, totale appunto. Passaggi infiniti, scatti, spazi, idee. L'Argentina, il Brasile, la Germania Est, non c'è niente da fare. Emozionante vedere Cruijff come su un palco recitare un'aria incantevole, ammaliante e ricevere l'applauso della folla.

Un sistema di questo tipo può avere un unico difetto, tipico degli esteti. Piacersi troppo. E quell'Olanda si piace, molto. In finale c'è la Germania Ovest, squadra opposta all'Olanda. Sono brutti, duri, esperti, anti-estetici, sì. Sono abituati alle partite vere, alle finali, ma l'Olanda è un'altra cosa. La Germania non tocca palla fino al vantaggio dei tulipani dal dischetto. C'è una sola Nazionale in campo, la più forte, la più all'avanguardia, quella che deve per gli astri entrare nella storia. I tedeschi sono sul baratro, vedi che non riescono a capire quel modo di intendere il calcio così diverso. Sbandano, tremano, ma non crollano. Loro non crollano mai. L'Olanda prova a umiliare la Germania. Interminabili scambi, artifizi, schizzi. E piano piano escono gli altri. Breitner pareggia dal dischetto per il secondo penalty di giornata. Il 2-1 è di Mueller. Un gol sporco, alla Mueller. Lui è il simbolo della Germania, come Cruijff dell'Olanda. Uno è bello, elegante, principesco nel portamento. L'altro basso, tarchiato, non ha nulla del calciatore, eppure è sempre nel posto giusto. Mueller è il gol, semplicemente. In ogni sua forma. Di ginocchio, di stinco, di tallone, di testa. Il gol. 

Dirà Brera di quel giorno "Il presuntuoso calcio totale ha mostrato le sue pecche, il calcio difensivista i suoi pregi". 

Troppo belli per essere vincenti.