Gary Medel, professione: leader

Il centrocampista cileno dell’Inter, spesso criticato in Italia, nel suo Paese è l’idolo assoluto di una nazionale che sogna la sua prima Copa America, nell’edizione casalinga.

Gary Medel, professione: leader
Gary Medel, professione: leader

Nella Copa America delle stelle Neymar e Messi, James Rodriguez e Vidal, Cavani e Aguero, c’è un uomo inatteso che si è guadagnato le copertine nella prima fase del più antico torneo per Nazionali. Stiamo parlando di Gary Medel, El pitbull, reduce dalla sua prima stagione italiana, una stagione costellata di delusioni nel centrocampo dell’Inter. Gary Medel, nella disastrata stagione nerazzurra, non è stato in realtà un flop assoluto: il centrocampista cileno, immediatamente arrivato, ha inizialmente conquistato i tifosi nerazzurri, con una serie di prestazioni piene di grinta e combattività. Non il classico medianaccio tutto corsa e tackle, ma anche un giocatore capace di giocare il pallone, nei limiti del possibile. Sembrava un colpo assoluto quello dell’Inter, finalmente uno affamato e col carattere giusto per guidare la squadra verso la risalita. Poi l’oblio, in coincidenza con i problemi e i limiti della squadra.

Sia chiaro, Medel non ha mai giocato malissimo, ma le sue prestazioni sono state un susseguirsi di sufficienze stiracchiate, spesso tra i pochi a salvarsi nelle serate più brutte, ma mai ad aggiungere quel qualcosa in più che sarebbe servito alla squadra. Un onesto mestierante, uno da 6 in pagella, che non ti tradirà mai, ma che difficilmente giocherà la partita da 8. Un classico buon ricambio, ma mica un giocatore buono per fare il salto di qualità. “Come fai ad andare in Champions se in mezzo schieri Medel?”: quante volte sui social non si è letta una frase di questo tipo? Medel, per qualcuno, è diventato la panacea dei mali del centrocampo dell’Inter. Valutazione impietosa e forse esagerata, ma tant’è. Provate, comunque, a dire una frase del genere a un tifoso della Roja: sgranerà gli occhi e rimarrà stupito, visto che in Cile, nella nazionale di talenti come Valdivia, Sanchez e Vidal, il Pitbull è considerato il vero leader, il capopopolo che in campo incarna il cuore del popolo cileno, il lottatore pronto a dare il sangue per la maglia della sua Nazionale. Provate a dare un’occhiata ai quotidiani cileni e non crederete ai vostri occhi: c’è stato persino chi ha proposto di intitolare una tribuna dello stadio a Medel, ieri nella capitale Santiago è comparso un gigantesco murales che ritrae Gary con la maglia della Nazionale con accanto un pitbull, e il ghigno del centrocampista dell’Inter fa più paura di quello del cane; dalle tribune, durante le partite del Cile si leva il coro “Medel, Medel, Medel”, un privilegio che non tocca neanche alle stelle della squadra. Potremmo andare avanti all’infinito.

Gli organizzatori della Copa l’hanno inserito nell’11 ideale della prima fase, a dimostrazione di un inizio torneo folgorante per il guerriero di Santiago. D’altronde tutti erano rimasti colpiti dal lottatore che dalla retroguardia guidava la Roja durante lo splendido mondiale in Brasile, uno che giocò un Brasile-Cile praticamente su una gamba sola, annullando i fantasisti carioca e uscendo in barella nei tempi supplementari, solo quando non si reggeva più in piedi. Generosità, garra e umiltà: come fai a non eleggere a idolo uno così? Ma l’interrogativo che si pongono gli appassionati italiani è un altro: ok, Medel non è sicuramente scarso, ma perché quel leader quando veste la maglia nerazzurra diventa un onesto mestierante da 6 in pagella? Difficile rispondere con certezza a questo interrogativo, ma proviamo a farlo: le insicurezze e le paure dell’ultima Inter certamente non aiutano ad emergere un calciatore che è comunque umano e alla prima esperienza in un campionato come quello italiano, ma è soprattutto il contesto tattico che, probabilmente, ha limitato il pitbull, quasi sempre schierato davanti alla difesa, nel cuore del campo, a dare il via all’azione, facendo un lavoro a cui non è abituato e che forse non dovrebbe fare. Ecco perché Mancini, oltre a Kondogbia, ha chiesto anche un regista che sappia giocare la palla, anche per mettere Medel dove deve stare e per chiedergli di dare ciò che può realmente dare. In molti non ci avranno pensato, ma il nuovo disegno tattico manciniano può consegnare all’Inter un altro Medel, il vero Medel, magari quello del murales di Santiago. E chissà, quel Medel, insieme al possente Kondogbia, potrebbe dedicarsi a un’attività che potrebbe essere determinante: quella di bodyguard di Mateo Kovacic, lasciando l’avvio dell’azione al croato e coprendogli le spalle, aiutandolo finalmente a consacrarsi e completando una mediana fatta di chili, dinamismo e qualità. Chissà, magari Mancini ci avrà pensato davvero.