Il mondo del pallone che la FIFA non riconosce

Sono tantissime le squadre e le competizioni internazionali tra Nazionali non riconosciute dai vertici del calcio. Un panorama ben lontano dai grandi palcoscenici televisivi, ma ricchissimo nella sua diversità.

Il mondo del pallone che la FIFA non riconosce
La Nazionale palestinese è diventato membro della FIFA nel '98, dopo aver giocato per anni come "Etnia senza Stato"

Questo nuovo anno, per gli amanti del calcio, rappresenta l'ennesimo appuntamento degli Europei. E il prossimo sarà l'anno della Confederations Cup, mentre nel 2018 si scenderà in campo per i Mondiali (in Russia o chissà dove è un altro paio di maniche…). Tutti appuntamenti attesissimi, che hanno un comune denominatore: la FIFA, la federazione internazionale più grande al mondo e oggi più che mai immersa negli scandali.

Non tutto l'universo del pallone ruota attorno a questa, però: lontani dalla grande attenzione dei media mondiali, infatti, esistono un'infinità di federazioni, squadre ed eventi indipendenti. Rientrano praticamenti tutti sotto la grande etichetta dell'amatoriale, ma ciò non toglie che a giocare siano persone provenienti da ogni angolo del Pianeta. Anche se i loro nomi non compaiono sulle prime pagine dei giornali.

A gestire queste competizioni sono tutta una serie di sigle che ben difficilmente si conosce: come la NF-Board (New Federations Board), federazione nata 2003 costituita da squadre che rappresentano nazioni non riconosciute come Stati sovrani e quindi non eleggibili come membri della FIFA; la UNPO (Unrepresented Nations And Peoples Organization), organizzazione non governativa nata nel 1991 i cui membri sono popoli indigeni, nazioni occupate, minoranze e Stati o territori indipendenti a cui manca una rappresentazione diplomatica internazionale; e la ConIFA (Confederation of Independent Football Associations), analoga della NF-Board sorta 10 anni dopo.

Queste tre sono solo degli esempi del vasto panorama calcistico, sempre però con un legame fortissimo che le unisce: dare la possibilità a Paesi e popoli di scendere in campo con i propri colori, anche se quelle bandiere non compaiono tra quelle riconosciute dalle Nazioni Unite o se quella gente lotta da secoli per un proprio pezzo di terra, senza successo. “Oasi nel deserto” in questo senso è la Palestina, che dapprima rientrava nella categoria “Etnie senza Stato” e dal 1998, ancora prima che dai governi, è stata riconosciuta dalla FIFA e dall'AFC.

Tra le competizioni più celebri che non rientrano sotto il controllo della FIFA ci sono le Olimpiadi estive e i Giochi del Mediterraneo, disputate comunque da selezioni giovanili per non coincidere con la già esistente World Cup. Fuori dagli schemi è invece la VIVA World Cup, creata dalla NF-Board nel 2006 e dal 2014 sostituita dalla Coppa del mondo ConIFA, gestita dall'omonima federazione: nell'almanacco dei vincitori compare la Padania per tre volte, mentre la prossima edizione si disputerà ad Abcasia, puntino del Caucaso non riconosciuto dall'ONU, proprio quest'anno.

Va quindi ricordata anche la UEFA Regions' Cup, che come si capisce dal nome fa capo alla UEFA: è comunque riservato alle rappresentative amatoriali delle regioni delle nazioni europee, che si scontrano ogni due anni in un torneo. Ci sono anche le qualificazioni e a trionfare per l'Italia è stato nel 2013 il Veneto, replicando il successo del 1999, e il Piemonte nel 2003. A detenere il titolo dal 2015 è l'Eastern Region (Irlanda), mentre la prossima edizione si giocherà proprio sull'isola nel 2017.

Sono così tante le competizioni internazionali che non rientrano negli schemi classici degli appasionati di calcio che citarle tutte è impossibile. Anche perché diverse vedono come avversari le isole dei tantissimi arcipelaghi dispersi per il mondo, che a loro volta sono rivendicati da uno o più Stati e da decenni, se non secoli, capire sotto quale bandiera siano è difficile. Chissà che con l'avanzare degli scandali che attanagliano il gotha del football “che conta” non ci sarà un emergere di queste piccole realtà: in fondo, lo sport non è sponsor o sfarzo, ma la semplicità del talento. Che si nasconde dove meno te lo aspetti.