Harakiri-Italia, adesso si fa davvero dura

L'Italia di Di Biagio perde partita e, forse, semifinali dell'Europeo di categoria. Gli azzurrini, complice qualche scelta non encomiabile dal punto di vista tattico, sono crollati sotto i colpi di una Repubblica Ceca esuberante, ma tecnicamente povera. Questa partita, e questo risultato, sanciscono uno snodo delicatissimo: tornare a casa o compiere l'impresa e cambiare volto a questo Europeo.

Harakiri-Italia, adesso si fa davvero dura
Harakiri-Italia (Fonte: Fox Sports)

Stanca, sporca, pigra. L'Italia, vista ieri a Tychy, sembra una lontana discendente della Nazionale che ostentava sicurezza e boria da tutte le fessure, prima dell'inizio della kermesse di categoria. La squadra di Di Biagio ha sbattuto contro il muro eretto da una Repubblica Ceca stoica, mai doma e meritatamente vittoriosa, alla luce dell'impegno profuso per la ricerca della vittoria. Gli azzurrini sono scesi in campo senza mordente, lasciandosi sopraffare dalla prestanza fisica dei cechi e dalla loro voglia di arrivare. Probabilmente è stato proprio questo il punto decisivo per il match di ieri. Due nazionali, incomparabili a livello tecnico, che hanno visto invertirsi clamorosamente i favori del pronostico, dimostrando (per l'ennesima volta) come nel calcio cuore e testa riescano ad arrivare molto più lontano delle gambe. 

Durante i novanta minuti, la sensazione percepita era molto strana e insolita. Un'aria di diffidenza e quasi impotenza aleggiava sulle teste dei ragazzi di Di Biagio, finendo per limitarli sia a livello fisico che a livello tecnico. La sconfitta di ieri non è altro che un vaso di Pandora aperto gradualmente, all'interno del quale ogni componente della spedizione ha scaricato la propria dose di responsabilità. Dai ragazzi, forse eccessivamente caricati di aspettative, al mister, che ha finito per soccombere sull'altare di prerogative tattiche inconsistenti. Alcune scelte gestionali, oltre all'atteggiamento dei singoli, hanno fatto storcere il naso, collocando sul banco degli imputati anche la figura di Gigi Di Biagio. Anzitutto i cambi. Complice la volontà di gestire le energie in vista del big match con la Germania, il tecnico azzurro ha optato per una rivoluzione in sede di disposizione tattica. I reparti stravolti, come centrocampo e difesa, sono apparsi entrambi come anelli deboli di una catena di per sé poco resistente. Alex Ferrari assieme a Rugani, al centro del reparto difensivo, con Davide Calabria a presidio della fascia mancina. In mezzo al campo, un terzetto inedito: Pellegrini-Grassi-Cataldi. Il reparto avanzato, l'unico in cui forse era plausibile un cambio, è rimasto inalterato. Da premettere che anche la partita contro la Danimarca, per quanto il risultato possa negare, è stata vinta tra mille difficoltà, al cospetto di un avversario tutt'altro che irreprensibile. Detto che era la partita d'esordio, detto che 8-9 undicesimi dei titolari hanno tirato la carretta per tutto l'anno nelle rispettive squadre, entrambe le prestazioni in queste due partite del girone sono apparse inaccettabili. L'Italia, stanca e impotente, dovrà ora sperare nel miracolo per passare il turno.

Il reparto più in difficoltà è apparso senza dubbio il centrocampo, in cui il terzetto di mediana ha fatto davvero fatica ad incastrarsi con i colleghi avversari e a prendere in mano il pallino del gioco. L'assenza di Gagliardini (subentrato) e capitan Benassi, al netto di problemi fisici, è pesata parecchio e il solo Pellegrini non è bastato a gestire correttamente le varie fasi della partita, complice anche il passaggio al 4-2-4 nel corso del match. A questa Nazionale, probabilmente, manca un regista di ruolo, poiché tutti i centrocampisti schierati finora da Di Biagio sono mezz'ali pure o mediani, che non hanno la capacità né l'intelligenza tattica per dettare i tempi della manovra. Tuttavia, la ricerca disperata del metodista appare solamente come un pelo nell'uovo di una confusione che regna nella disposizione in campo. Poche idee, poca partecipazione collettiva alla fase d'attacco, scarso movimento e ancor meno voglia di sacrificarsi. In questo frangente, l'inserimento di Chiesa (magari da titolare) poteva fare la differenza, magari in un 4-2-3-1 con Bernardeschi finalmente spostato dall'esilio sulla fascia. Lo stesso Petagna, nonostante la grande mole di lavoro che lo contraddistingue, è apparso poco lucido nella fase clou dell'azione, che avrebbe potuto invertire tendenza psicologica e risultato. Il reparto difensivo non è di certo esente da colpe. Nonostante gli avversari abbiano tirato in porta quasi esclusivamente trovando il gol, la difesa azzurra è apparsa in difficoltà sin dall'inizio del match, con i movimenti di Schick e gli inserimenti di Jankto e compagni che mandavano fuori giri i baluardi della nostra retroguardia. L'assenza del lungodegente Romagnoli, del risparmiato Caldara e la prestazione di Ferrari (per la verità finita in crescendo) hanno fatto da spartiacque  alla vittoria dei cechi, assieme a qualche disattenzione di Donnarumma, non impeccabile in almeno due gol su tre. 

In questo calderone di "se e di ma", la mano ferma del condottiero-allenatore non ha saputo amalgamare per bene l'indubbio talento a disposizione. Quella che era stata definita come la Nazionale under-21 più forte di tutti i tempi, rischia di arenarsi clamorosamente al cospetto delle prime difficoltà, con la Germania di Stefan Kuntz pronta a darle il colpo di grazia. La scelta del modulo, così come la collocazione tattica di alcuni giocatori chiave, ha gettato ombra sul tecnico Di Biagio, che adesso dovrà affidarsi a tutte le risorse a disposizione per centrare la qualificazione, ed evitare quella che sarebbe considerata una clamorosa disfatta.