Bolivia: sognare ad alta quota

Con 4 punti nel gruppo A, la Bolivia è praticamente certa del passaggio del turno. La Verde, nonostante le condizioni difficili per fare calcio, non smette mai di sognare.

Bolivia: sognare ad alta quota
Bolivia: sognare ad alta quota

La Bolivia è a un passo dalla qualificazione ai quarti di finale di Copa America, dopo un pareggio contro il Messico, grande prova di solidità, e una sorprendente vittoria contro l'Ecuador, Per la selezione di questo paese è un grande traguardo: la Verde è tradizionalmente una delle Nazionali più deboli del contintente del fútbol, anche se ha vinto una Copa America nel 1963. Quello boliviano è un mondo a parte, diversissimo dagli agglomerati urbani come Buenos Aires e Sao Paulo, che si possono trovare nel Subcontinente: le Ande dominano la parte ovest di questo territorio situato nel cuore dell'America del Sud. La capitale è Sucre, ma il centro economico è La Paz, a circa 3600 metri sopra il livello del mare, nel cuore dell'Altiplano. Dalla città si può scorgere il Monte Illimani, la perla della Cordigliera Reale delle Ande, chiamato affettuosamente dagli indios "Abuelo de poncho blanco" (il nonno dal poncho bianco), che veglia la metropoli boliviana dall'alto dei suoi 6402 metri. Un contesto geografico pittoresco, assolutamente suggestivo ed estremamente affascinante, alle cui porte le influenze europee sembrano essersi fermate: la presenza di popolazioni indigene è ancora forte e radicata, quasi il 50% dei boliviani appartiene a uno dei quaranta gruppi etnici amerindi. Quechua e aymara sono solo le due etnie indigene più diffuse, che vivono tuttora di agricoltura e pastorizia, e parlano la propri lingua tradizionale.

In un contesto del genere, fare calcio a grandi livelli non è semplice: le risorse fondamentalmente sono carenti, come le strutture, e la tradizione calcistica non è delle migliori (ultimo posto nel ranking tra le sudamericane). La Bolivia ha dato alla luce un movimento calcistico totalmente figlio del territorio: i giocatori della Verde non sono mai stati particolarmente dotati tecnicamente, ma l'abitudine di praticare il fútbol alle grandi altitudini boliviane ha sviluppato in loro una resistenza fisica fuori dal comune, che storicamente si è sempre fatta sentire. Ai 2500 metri di Cochabamba, 2800 di Sucre, o addirittura 4000 di El Alto, l'aria è rarefatta, la lucidità viene meno, le gambe pesano e i giocatori sono presto in debito di ossigeno. Federico Buffa riferirà ciò che el Valdanito Hernan Crespo, grande centravanti dell'Albiceleste, gli disse riguardo una partita di calcio disputata in Bolivia: è come se qualcuno ti seguisse per il campo e suonasse per tutti i 90 minuti un tamburo belle tue orecchie. L'esperienza è fisicamente provante per tutti i calciatori abituati a un altro tipo di altura, ma per i boliviani, è normale amministrazione, e questo ha spesso mischiato le carte in tavola in molti match.

L'esperienza calcistica della Nazionale Boliviana inizia nel 1926, e non nel modo più morbido: in una sfida valida per il campionato Sudamericano de fútbol, la Verde incassa una scoppola piuttosto pesante, un 7-1 contro il Cile. Quattro anni più tardi, il primo Mondiale: la selezione dell'Altiplano partecipa alla neonata competizione in Uruguay facendovi una mera apparizione, il cui momento saliente è stato l'omaggio alla Nazione ospitante, con i titolari che indossarono 11 maglie per comporre la scritta "Viva Uruguay". Vent'anni dopo, il ritorno in Coppa del Mondo, ancora più sfortunato: Brasile '50 era strutturato in diversi gironi, le cui vincenti avrebbero preso parte a un girone finale per stabilire il vincitore. A causa di alcuni ritiri, la Bolivia si ritrovò nel girone contro il solo Uruguay, che infierì con un 8-0, passando al girone finale. Tutto il resto è storia. Con il tempo la Verde inizia ad accumulare esperienza internazionale, e nel 1963 arriva addirittura ad ospitare la ventottesima edizione dellla Copa America. Gli impianti adibiti allo svolgimento delle gare sono l'Estadio Hernando Siles di La Paz e il Félix Caprile di Cochabamba. Delle dieci partecipanti, Cile, Venezuela e i campioni in carica dell'Uruguay rinunciano, mentre le due regine del calcio sudamericano, Argentina e Brasile, inviano le rispettive selezioni prive dei migliori giocatori. Il risultato è un torneo a girone unico tra sette squadre, senza punti di riferimento o grandi favorite, e con altissimo tasso di imprevedibilità. I padroni di casa arrivano alla competizione con una squadra interessante e tendenzialmente giovane, guidata dal vero condottiero della Verde, il brasiliano Danilo Alvim Faria. Il tecnico, strappato da poco al calcio giocato, in carriera ha vestito la maglia di Vasco da Gama e Botafogo, ma anche la pesante casacca bianco-blu della Selecao sconfitta durante il Maracanazo, in seguito al quale la Nazionale brasiliana inizierà a vestire il leggendario verdeoro. In campo, una squadra schierata col sistema: tre difensori di ruolo, Espinoza, Vargas e Cainzo, a difendere la porta di Lopez. Due mediani, Torres Vargas e Camacho, dotati di fisico e personalità, alle spalle del quintetto offensivo, in cui spiccavano Alcocer (4 gol nel torneo), Castillo e Garcia (entrambi a quota 3). In più, l'asso nella manica di Danilo: Ramiro Blacut, attaccante neanche diciannovenne, che a competizione in corso verrà acquistato dagli argentini del Ferro Carril. Il 10 marzo 1963 la Bolivia esordisce a La Paz in un pirotecnico 4-4 contro l'Ecuador, selezione ancora modesta ma sicuramente più avvezza ad alture importanti. Dopo il primo punto, la Verde inizia a ingranare, sfruttando il fattore campo, mai come ora in grado di indirizzare delle partite: 2-1 contro la Bolivia, 2-0 contro il Paraguay, 3-2 contro il Perù e uno storico 3-2 contro l'Argentina, in cui si metterà in luce proprio il giovane Blacut, segnando una rete. A una giornata dal termine, la Bolivia si trova in testa, con un punto di vantaggio sul Paraguay: per la Verde, lo scontro finale sarà contro un Brasile a 7 punti, che nella migliore delle ipotesi potrà piazzarsi secondo, mentre i Guaranì sono attesi dall'Argentina, a 6 punti. In caso di vittoria della Bolivia contro i Verdeoro, i padroni di casa sarebbero campioni. La gara del Félix Capriles è spumeggiante, ricca di colpi di scena e inseguimenti a colpi di gol: la Bolivia riesce a passare in vataggio per ben tre volte, con una doppietta di Ugarte, esperto attaccante alla soglia dei quarant'anni, e con un gol di Camacho. Sul 3-2 Garcia allunga con una rete, ma il Brasile risponde e nei cinque minuti successivi trova il pareggio con una doppietta di Flavio Minuano. All'86', però, Alcocer trova la rete del definitivo 5-4, che manda in estasi i 25.000 presenti quel giorno a Cochabamba: la Bolivia è campione del Sudamerica.

L'impresa compiuta dai ragazzi del '63 è rimasta tutt'ora ineguagliata, e splende ancora nella storia di un fútbol, quello boliviano, che vive nel proprio mondo scosceso, impervio, ma affascinante come pochi. La Copa America è stata assegnata nuovamente alla Bolivia, nel 1997, e per poco lo scherzo riusciva per la seconda volta: dopo una grande manifestazione, i ragazzi della Verde hanno dovuto capitolare in finale di fronte a un Brasile troppo superiore, che a distanza di tanto tempo restituisce il colpo subito nel '63. I quattro punti ottenuti finora a Cile 2015 sono un grande bottino, il pass della Verde per giocarsi le proprie carte nella fase a eliminazione diretta. Perchè la Bolivia ci dimostra da sempre che ad alta quota si sogna meglio.