Cile, la fine di un sogno

Nessun ricambio generazionale in vista per una squadra che sembra essersi messa alle spalle i propri anni migliori. Le Copa America sono un lontano ricordo, come lontano sarà il Mondiale.

Cile, la fine di un sogno
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Dopo un triennio da urlo, con il sogno Mondiale in Brasile - c'è una traversa che ancora trema - e due Copa America vinte in finale contro l'Argentina, il viaggio del Cile tra le grandi del calcio mondiale volge al termine. Come un cerchio che si chiude, a sbarrare la strada che porta in Russia sono proprio quei verdeoro incrociati agli ottavi nel 2014, in casa loro, usciti vincenti dalla contesa solo ai rigori e dopo il clamoroso montante colto da Pinilla. Ieri notte, invece, all'Allianz Parque, non c'è davvero mai stata storia: equilibrio nella prima frazione, ma con la sensazione che gli uomini di Tite potessero dilagare da un momento all'altro, dopo aver sbloccato. E infatti: Paulinho ha infilato, Gabriel Jesus raddoppiato e triplicato.

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Il Cile ha lottato con i denti, più che con il cuore. C'era un nervosismo ormai diffuso nella squadra di Pizzi, un tecnico mai troppo ben visto, ma che si è portato a casa la Copa America del Centenario e che, fino all'estate, stava svolgendo un buon lavoro: la squadra era oggettivamente in una situazione tranquilla. Poi, però, qualcosa è repentinamente cambiato ed ai primi di settembre sono arrivate due sconfitte di un peso specifico incalcolabile: un secco 0-3 casalingo incassato dal Paraguay (sì, lo stesso Paraguay che ieri si è divorato la chance di qualificazione mondiale perdendo in casa con il Venezuela) e una sconfitta per 1-0 in Bolivia, dove vale sì l'attenuante dell'altitudine, ma soltanto in parte, visto che la squadra di Soria è tecnicamente molto poco fornita.

La situazione si era fatta insostenibile, la squadra rispondeva male e sembrava soprattutto aver perso i leader: Vidal irriconoscibile, forse anche per questione di condizione fisica, visto che nel Bayern non ha di certo sfavillato in queste settimane; ancora peggio Alexis Sanchez, scottato probabilmente dal mancato trasferimento al Manchester City, una ferita ancora aperta. Claudio Bravo ha perso il posto nel City e la fiducia - ieri l'ennesima papera di un 2017 da cancellare alla svelta. Il corso degli eventi ha fatto il resto, la soffertissima vittoria casalinga con l'Ecuador è stata cancellata dal crollo di San Paolo. Nel secondo tempo il Cile non è riuscito a canalizzare tutta l'energia nervosa nelle pieghe della partita, ma l'ha dispersa in contrasti duri, faccia a faccia inutili, una condotta violenta su cui il Brasile ha banchettato, risolvendo la pratica con un netto 3-0, senza appello.

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Il Cile si è guardato indietro, ha visto arrivare di corsa l'Argentina, il Perù e la Colombia, si è trovato d'improvviso fuori dal Mondiale, sciupando la chance per l'ultimo ballo della generazione d'oro. Il futuro della Roja, però, non può dirsi in buone mani: manca del tutto un ricambio generazionale, serve che si formino nuovi leader entro il 2019, per poter passare il testimone. Oppure, serve un ultimo colpo di coda, d'orgoglio, da parte di un gruppo che forse era stato fin troppo spremuto negli anni passati e ha visto crollare ogni tipo di motivazione. Anche quelle di poter scrivere un'altra pagina di storia mondiale della Roja.