Vince Ancelotti

A Madrid, l'apoteosi di Carletto. Vincere, senza elevarsi al di sopra del club. Convincere Florentino, adattarsi alle sue manie di grandezza. E ora il Real pare una macchina perfetta.

"Ha vinto il collettivo Real". Ancelotti abbraccia così l'ennesimo trofeo, il Mondiale per Club, dopo le vittorie, senza patemi, con Cruz Azul e San Lorenzo. Poi lascia la gloria ai suoi, a stelle attirate dalle sirene dello spettacolo. C'è Cristiano, dietro di lui una parata senza precedenti, Bale, Benzema, Sergio Ramos, una trafila infinita, un album che non conosce ultima pagina. Ancelotti resta in disparte, col volto pacioso e tranquillo. Il Real incamera l'ennesimo successo, in una striscia che comincia ad assumere contorni leggendari, eppure non c'è nel tecnico nessuna manifestazione esasperata, nessun accenno a imprese eroiche. La filosofia di Ancelotti resta la medesima. Il profilo di chi viene dal basso, il carattere di chi non ama la polemica, ma sa fare tremendamente bene un mestiere più difficile di quanto si pensi. A Madrid, soprattutto, sedersi in panchina non è uno scherzo. Florentino Perez non ama Ancelotti, ma ne ammira l'operato, non può che inchinarsi ai risultati, pur appoggiando un diverso stile, alla Mourinho per intenderci.

Il patto col diavolo Josè fallisce e anche Florentino deve cedere alla piazza. Serve al Real un profilo opposto a quello del portoghese, perché di grande c'è già il Madrid, mas que un club. La storia del Real viene prima, sempre. Entri e ammiri le gigantografie di Di Stefano, Puskas, Raul, solchi il Bernabeu e hai un attimo di mancamento, quello che si deve alla leggenda. 

In uno scenario con questi contorni serve un grande allenatore, un grande uomo, che capisca, dall'alto di un'indiscussa grandezza, di non poter elevarsi novello Icaro troppo vicino al sole blanco. Un'immagine positiva, ma controllata. Nessun eccesso, far valere le proprie ragioni, con garbo. Carlo Ancelotti si siede a Madrid nel periodo più indiavolato, quando la Decima non è un sogno, ma un'ossessione. Vince, contro tutto e tutti. Respinge la minaccia spagnola del Cholo e conquista anche l'esigente pubblico.

Non finisce lì, perché Perez è l'esempio del Presidente senza freni e dopo Bale si regala James. Ancelotti scuote il capo, ma accetta. Vede salutare Alonso, un leader, e Di Maria, un fuoriclasse. Il Real si forgia di nuova linfa, cambia. Niente incontristi, segnare e divertire, sacrificarsi, insieme. Sulla carta un'utopia, in campo realtà. Modric e Kroos prendono la mediana - ora addirittura Isco, con il croato ai box - James, Ronaldo e Bale la trequarti, Benzema l'attacco. Dietro? Anche lì si offende, perché Marcelo e Carvajal sono ali a tutti gli effetti. Il miracolo aspirato da Perez diventa realtà e il Real vince, sempre.

Le copertine si popolano di eroi, tutti in maglia bianca. Sullo sfondo un italiano, in disparte. Carlo Ancelotti, il Real è lui.