Mourinho a 360°: famiglia, lavoro, religione, lo special one si confessa

Josè Mourinho si racconta al Daily Telegraph in un'intervista che ci fa scoprire ancora meglio la personalità del tecnico portoghese.

Mourinho a 360°: famiglia, lavoro, religione, lo special one si confessa
Mourinho a 360°: famiglia, lavoro, religione, parla lo special one

José Mário dos Santos Mourinho Félix, semplicemente noto come Josè Mourinho è un allenatore che ovunque ha allenato, ha vinto. Il paradigma della personalità di Mou sembra non conoscere parole come sconfitta o fallimento, la vittoria, più volte assaporata, è il risultato del gruppo, "Per me il calcio è collettivo. L'individualità è la benvenuta, se si mette al servizio del gruppo. Tu devi lavorare per noi, non noi per te. Se vieni nella mia squadra, devi lavorare per il bene di tutti. E l'allenatore deve far passare questo messaggio ogni giorno." Sono una serie di credenze che lo hanno portato ad ottenere grandi risultati, una è l'essere empatici con gli altri, e lo dice pensando al passato, "Il mio primo lavoro è stato allenare ragazzi affetti da sindrome di Down, è stata una grande sfida. Non ero tecnicamente pronto per quei ragazzi, ma ho avuto successo solamente grazie ad una cosa: il rapporto emotivo che instauravo con loro. Ho fatto piccoli miracoli solo grazie al rapporto che avevo con loro: affetto, tatto, empatia, solo per questo." Poi continua, lasciando andare la mente, ricordando le esperienze che lo rendono ora uno dei personaggi più influenti nel mondo del calcio, "dopo ho allenato bambini di 16 anni. Adesso alleno i migliori giocatori al mondo. La cosa più importante non è essere preparati dal punto di vista tecnico, ma la relazione che hai con gli altri. Certamente conoscenza, capacità di analizzare le situazioni, sono importanti, ma l'empatia è alla base di tutto, sopratutto con il team, prima che con le singole persone. Non è il singolo che vince, è il collettivo."

Non è riuscito ad avere successo come giocatore (ha fatto il difensore centrale fino ai 24 anni), allora ha deciso di allenare, così si è laureato all'Università Tecnica di Lisbona, esperienza che lo ha aiutato a capire bene il valore del denaro e la capacità di gestirlo, cosa non del tutto scontata nei giovani calciatori d'oggi, "Di calciatore ne esce uno su migliaglia di ragazzi che provano. E per diventarlo si ha bisogno di un gran supporto familiare, una giusta dose di fortuna, e dell'educazione. Ho avuto un ragazzo - per esempio - a cui ho dato la possibilità di esordire in prima squadra. Dopo qualche giorno che aveva esordito, il padre ha lasciato il lavoro, la madre pure; sono andati a vivere con lui. Vivono con lui, decidono per lui. E' difficile. Al Chelsea abbiamo un dipartimento che si occupa della cura dei ragazzi, li aiutano a gestire tutto. Li aiutano a trovare casa e gli fanno capire il valore del denaro."Il mondo del calcio è un'isola felice, un mondo a sè, che viene eccessivamente enfatizzato e che così perde ogni razionale misura di valutazione. Riferendosi alla classifica stilata da Forbes sulle persone più influenti nel mondo, nella quale fanno parte Messi e Cristiano Ronaldo, Josè commenta così: "È assurdo. Noi non salviamo vite! Lo so che le persone si buttano dal quinto piano se la loro squadra perde, ma quelle persone hanno dei problemi. Come si può paragonare un giocatore di calcio, un allenatore, ad uno scienziato, ad un medico? Non si può...".
La questione si sposta poi sul personale...: "Penso di essere una brava persona. Non ho problemi con la famiglia o con gli amici. Sono un bravo uomo di famiglia e un buon amico. Ovviamente commetto degli errori"... e sul piano religioso: "Credo totalmente in Dio. Ogni giorno prego, ogni giorno parlo con Lui. Non vado in Chiesa tutti i giorni, quando ne sento il bisogno e se sono in Portogallo ci vado tutti i giorni. Prego per la mia famiglia, per la felicitè e per la salute, non certo per il calcio!" Che il calcio in Inghilterra, dopo la riforma Thatcher, sia cambiato fuori e dentro il  perimetro del rettangolo verde, non è una novità. Ma in Inghilterra sono cresciuti anche culturalmente, un esempio è come Josè vive il rapporto con il pubblico di Londra, del suo Chelsea, "qui in città capiscono cosa sia il disturbo. Certo mi chiedono autografi e selfie, ma aspettano sempre che finisca quel che sto facendo, sono sempre gentili. Se vengo disturbato, si tratta sempre di un non-inglese." Il paragone con le altre città che lo hanno visto protagonista, viene spontaneo, "E' anche impossibile che a Londra ti disturbino per un risultato negativo, quando stai camminando in strada con la famiglia, impossibile! A Madrid e a Milano, sempre."

Il campione è colui che sa trovare le strade che portano al miglioramento, che sa trarre il meglio da sè, in ogni occasione. Mourinho nel suo campo è un campione e senza peli sulla lingua non ha paura a confessarlo, "Penso di avere un problema, ovvero, sto diventando sempre più bravo in ogni aspetto del mio lavoro, che ha avuto un’evoluzione in molte aree differenti: nel modo in cui leggo la partita, nel modo in cui la preparo, nel modo in cui alleno…. Mi sento sempre meglio. In una cosa però non sono cambiato: quando affronto la stampa, non sono mai un ipocrita". Lui è, e sa di essere, lo special one.