Slaven Bilic, il carismatico intellettuale che fa sognare Boleyn Ground e volare il West Ham

Tra le sorprese della stagione di Premier League ci sono certamente gli Irons, che volano in zona Europa. L'impronta del tecnico croato è forte e paga alti dividendi.

Slaven Bilic, il carismatico intellettuale che fa sognare Boleyn Ground e volare il West Ham
Slaven Bilic, il carismatico intellettuale che fa sognare Boleyn Ground e volare il West Ham

Quando, a giugno, Slaven Bilic rilevò il posto di Sam Allardyce sulla panchina del West Ham, fu più rammarico per l'addio che gioia per il nuovo arrivo. Se ne andava una certezza, un tecnico che ha sempre portato la squadra a metà classifica, spesso con partenze sprint, regalando comunque gioie. Soprattutto si è chiuso un cammino, iniziato in Championship dopo la brutta esperienza di Avraam Grant, manager numero tredici (TREDICI!) negli oltre 100 anni di storia di una società che è poco abituata a cambiare in panchina. L'israeliano ha raccolto 47 panchine, peggio di lui ha fatto solo Macari (38 nella stagione 1989/90), senza contare i tre ad interim Boyce, Brooking e Keen. Slaven Bilic è il quindicesimo allenatore a sedersi sulla panchina degli Hammers, una panchina preziosa, specialmente essendo questo l'ultimo anno a Boleyn Ground (o Upton Park, che dir si voglia).

Dal prossimo giugno il West Ham giocherà infatti nello stadio Olimpico, il quale garantisce più introiti (20mila posti in più) e di conseguenza più possibilità di agire sul mercato. La scelta di Bilic è stata comunque piuttosto curiosa: certo, ha fatto benissimo sulla panchina della Nazionale Croata, ma le seguenti esperienze con la Lokomotiv Mosca e il Besiktas non hanno certamente portato grandi risultati. In Russia un disastroso nono posto, mentre in turchia due terzi posti, con esperienze europee non soddisfacenti nonostante l'ottima prestazione ai preliminari di Champions con l'Arsenal e nei sedicesimi di Europa League col Liverpool. Bene, ma non benissimo. Il West Ham però è convinto, Bilic va in scadenza con il Besiktas che lo lascia andare senza troppi rancori, così l'avventura a Boleyn Ground può cominciare.

Pronti-via ed è subito spettacolo: vittoria per 2-0 sul campo dell'Arsenal, fresco vincitore del Community Shield. Effimera illusione, viste le due sconfitte interne che seguono, segnali negativi. La ripresa arriva eccome, Payet, punta di diamante della campagna acquisti, sale in cattedra e comincia a dettare i tempi alla squadra, regalando assist e segnando, diventando a tutti gli effetti il giocatore decisivo e leader della squadra. La serie di 7 risultati utili consecutivi con 17 punti raccolti testimonia come la squadra possa far sentire la propria voce nella stagione. Arrivano anche le prime difficoltà, perchè conclusa la serie positiva se ne apre una negativa, 8 gare senza vittorie, ma con sole due sconfitte. Ora il West Ham corre di nuovo con le ultime due vittorie interne contro Southampton e Liverpool.

Lo score dei primi 6 mesi di Bilic sulla panchina di Boleyn Ground è più che positivo. Il sesto posto che attualmente occupa il West Ham, in piena zona Europa, è un ottimo risultato, ma va rapportato alla situazione, ovvero la classifica cortissima, visto che tra la quinta e la dodicesima posizione ci sono solamente 7 punti (dai 33 dello United ai 26 del West Bromwich). Eppure in tutta la Premier League solamente due squadre hanno perso meno partite, ovvero il Leicester e il Tottenham, mentre l'Arsenal è alla pari dei concittadini in questione, con solamente 4 sconfitte (due in casa e due in trasferta). Le prime due, interne contro Leicester e Bournemouth, possono essere giustificate da un assetto non ancora trovato, mentre le due successive, nei derby sui campi di Watford e Tottenham, sono state mal giocate. Nelle altre sedici contiamo 8 vittorie e 8 pareggi.

I risultati ovviamente danno ragione al tecnico croato, uno che conosce la Premier League, avendo vestito le maglie dell'Everton e proprio del West Ham negli anni '90, nella sua carriera da centrale difensivo nella quale si annovera anche la partecipazione al mondiale del 1998 con la Croazia dei miracoli. Personaggio interessante: socialista convinto, laureato in legge, che parla correttamente inglese, tedesco e italiano oltre al croato, con la passione per il rock e per la chitarra, coltivata con il gruppo Rawbau, con il quale ha anche scritto una canzone dedicata alla sua nazionale Croata, impegnata agli europei del 2008. Sua in tutti i sensi, essendo lui anche l'allenatore.

"Non posso lavorare senza musica, ho bisogno di rilassarmi", dice lui, che ha spesso invitato i suoi giocatori a trovare nella musica la fiducia e la carica prima delle partite, così come dopo.

Torniamo al campo però. Bilic si presenta con un classico 4-2-3-1, anche con la sfortuna che gli sta costantemente a fianco, sotto forma di vari infortuni, da Valencia a Payet, da Lanzini a Reid. Per non citare il solito Carroll. Già dall'inizio dimostra di avere la personalità per stare in Premier League, quando alla terza gara dopo 35 minuti toglie dal campo Ogbonna per mettere Tomkins. L'ex Juve stava offrendo una prestazione piuttosto indcente, ma raramente si è visto un cambio nel primo tempo dettato solo ed esclusivamente dalla prestazione. Il rischio? Ammazzare il morale del giocatore. Scongiurato, perchè oggi Ogbonna è quasi una sicurezza.

Ha dosato Lanzini, senza rischiarlo da subito gettandolo nella mischia, ma inserendolo lasciando tempo al tempo, fino a quando il giocatore ha dimostrato di poter essere pronto per giocare da titolare. Si è affidato alle certezze, al cervello di Nolan e Kouyatè in mezzo, aspettando Song. Riuscire a recuperare un giocatore come Zarate, scaricato ripetutamente da chi l'ha avuto alle proprie dipendenze, non era un'impresa facile, ma ci è riuscito dandogli fiducia e libertà di azione, lasciandogli esprimere le proprie caratteristiche. Il sopracitato Payet ha mostrato subito la propria personalità, gli attaccanti hanno segnato, le garanzie dell'anno scorso sono rimaste tali e i nuovi innesti hanno tutti dato il loro contributo.

L'impressione è principalmente che ad oggi non si sia però ancora vista la miglior versione del West Ham, causa i troppi infortuni che stanno tormentando i ragazzi di Bilic. Al completo potrebbe essere tutt'altra storia. Intanto, chi gioca dimostra di credere nel progetto Bilic, dando il massimo. L'esempio più classico e immediato è quello di Michail Antonio, giocatore ai margini della rosa nonostante i quasi 10 milioni pagati in estate. Con il forcing delle feste, c'è stato bisogno anche di lui, che prima aveva avuto a disposizione solo scampoli, ed è stato decisivo, nonostante si sentisse messo ai margini all'inizio.

Chi gioca, rende al meglio. Chi non gioca, attende il suo momento e lo sfrutta. Il periodo di crisi in cui era precipitato il West Hame con le 8 gare senza vittorie potevano tagliare le gambe a chiunque, anche perchè non possiamo parlare di calendario sfavorevole (solo United e Tottenham, tra le squadre affrontate in quel periodo, sono più avanti degli Hammers ad oggi). Le ultime due gare, il 2-1 interno con il Southampton in rimonta e il 2-0, sempre interno, sul Liverpool, sono invece la testimonianza di una squadra che non molla, che tiene la testa in partita così come il suo allenatore, raramente seduto e rilassato durante i 90 minuti. Contro i Reds ha anche sfoderato un cappellino invernale nero insieme al classico completo grigio, senza alcun giaccone o impermeabile sopra, nonostante la pioggia battente. Cravatta, giacca, cappellino e tanta grinta.

Nella East London Bilic ha conquistato tutti, anche con la sua eccentricità e i suoi modi di fare, l'aficion verso la maglia, la stessa che gli avevano trasmesso i tifosi: "So che rischio di rovinare la mia reputazione qui nel West Ham tornando da allenatore, ma per questo club ne vale la pena", ha detto recentemente, lui che da giocatore ha lasciato un grande ricordo. Personalità, carisma, intelligenza calcistica e nella vita. A Boleyn Ground sognano un saluto in grande stile al teatro della storia degli Irons. Con Bilic si può.