Rummenigge tra Bayern, Italia ed Europa: il futuro tra le sue mani

L'amministratore delegato del Bayern Monaco si racconta in una lunga intervista alla Gazzetta dello Sport, durante la quale analizza i problemi del calcio italiano legati a quella che è la nostra presenza in Champions ed Europa League. Ecco i rimedi proposti dall'ex attaccante dell'Inter.

Rummenigge tra Bayern, Italia ed Europa: il futuro tra le sue mani
Rummenigge tra Bayern, Italia ed Europa: il futuro tra le sue mani

Classe, saggezza, politica e, non ultimo per importanza, futuro. Le parole mai banali, profonde e sentite di un ex del calcio italiano riecheggiano fragorose e sostanziose: "l'Europa ha bisogno di Inter e Milan: le aiuti a rialzarsi". Un messaggio, di contorno ma non solo. Karl Heinz Rummenigge da leader carismatico qual era in campo, lo è anche oggi dai suoi uffici bavaresi, dai quali scruta la sua creatura crescere ed assumere sempre più magnificenza. Il "suo" Bayern di oggi potrebbe fotografare l'immagine di un giovane Karl che stupiva l'Europa intera con le sue magie. 

A margine del suo lavoro come amministratore delegato del Bayern Monaco, si occupa anche di politica, non proprio con tutta la voglia del mondo: "Purtroppo mi devo spesso occupare anche della politica, ma la cosa più emozionante per me rimane il calcio giocato". Il suo secondo ruolo, non meno importante e prestigioso del primo, è quello di presidente dell'Eca, l'associazione dei club europei, ed a tal proposito è stato intervistato dalla Gazzetta dello Sport riguardo la situazione del calcio italiano in generale ed anche, nello specifico, delle squadre di club che ne fanno parte. 

I primi temi riguardano la situazione della Juventus, storica rivale ma anche Signora che si sta riprendendo dopo anni di buio, ma anche quella meno positiva di Milan, acerrima nemica di antiche stracittadine, ed Inter, ovviamente: "Auguri alla Juve ed Agnelli? No, non lo ha ancora vinto, quindi non si devono fare. L'ho visto alla riunione a Stoccolma, mi sono complimentato soltanto per la Champions: ha eliminato il Borussia, non era facile. La Juve ha giocato bene, è passata con merito. Ora ha avuto un sorteggio buono. Da non sottovalutare ma buono. Speriamo di vederci in semifinale o più avanti, significa che passiamo tutte e due. Con Agnelli ho un buon rapporto: è leale, professionale, grazie a lui la società è rinata dopo quattro anni di buio. Sono risaliti". 

"Milan ed Inter senza coppe. Sì, certo che mi dispiace. Se va così è un peccato non solo per i club ma anche per il calcio italiano e quello europeo. Squadre come il Milan e l'Inter hanno grossi nomi che servono alla competizione. Ma lamentarsi non serve, ho visto l'altro ieri anche Marco Fassone, oltre a Umberto Gandini, e subito ho pensato che cinque anni fa l'Inter aveva la Champions League in mano. Il calcio è così, a volte strano, ma qualcosa negli ultimi cinque anni è andato male".

La ricetta di Rummenigge - "Per risalire bisogna avere un piano chiaro con tutte le possibilità finanziarie a disposizione, ma senza andare contro il fair play finanziario. Dobbiamo ricordare che l'Inter è sotto inchiesta per le regole non rispettate. Anche noi come associazione dei club dobbiamo pensare come si potrebbero aiutare nel financial fair play certe squadre come Inter e Milan, perché sono danneggiate in questo senso. Se hai un buco, difficilmente ne puoi uscire senza denaro fresco. Leggo che il Milan può essere venduto, ma il proprietario nuovo non può mettere troppo capitale senza andare contro le limitazioni Uefa. Quindi tocca anche a noi nomi grossi scovare una soluzione per non penalizzarle di più. Ci sono gli statuti chiari, rigidi ma dobbiamo rifletterci, per non danneggiare troppo. Quasi tutte le società dell'Est soffrono perché non hanno troppi ricavi da televisioni, sponsor, merchandising. Quindi dobbiamo studiare come si potrebbe dare una mano a questi club, ma pure ad alcuni big dell'Ovest che adesso si trovano in difficoltà".

L'analisi di Rummenigge passa, inevitabilmente, dal trattare un aspetto fondamentale che raffigura perfettamente la crisi attuale del calcio in Italia: l'esempio lampante è Shaqiri. Un tempo i migliori giocatori dei campionati stranieri approdavano in Italia per gloria ed affermazione, oggi invece, oltre ad essere l'opposto siamo costretti ad ingaggiare, dalle migliori squadre straniere (Bayern in questo caso), alcune delle loro riserve. "Shaqiri doveva giocare per forza, gli ho consigliato di andare all'Inter anche se molte inglesi lo volevano. Con le difficoltà interiste è un acquisto azzeccato, ha qualità, è giovane, è in grado di fare la differenza. E diventerà ancor più stabile con il tempo perché deve sentirsi bene, sentirsi a casa. Uno sconto all'Inter a fine stagione? Il contratto è questo. Potevamo guadagnare di più cedendolo in Inghilterra, quindi abbiamo già fatto uno sconto. Podolski? Mi spiace. So che le prestazioni non sono granché, mentre in nazionale rende. Forse soffre il fatto che lui ha bisogno di spazio in campo e in Italia non esiste. L'arrivo di Shaqiri ed il dualismo hanno influito? Non credo, prendere Shaqiri era solo il tentativo di rafforzare ancor di più l'attacco. A 29 anni e con quello che ha vinto, uno dovrebbe essere stabile".

Rapporto Bundesliga-Serie A. Uno degli italiani che ha fatto fortuna in Germania è stato Luca Toni. Altri invece, non siete riusciti a valorizzarli al meglio, come mai? "Soriano? Magari l'abbiamo sottovalutato. Succede che certi giovani cambino crescendo. Forse abbiamo sbagliato noi del Bayern a farlo partire. Non è detto che siamo meglio in tutto. Toni è venuto qui la settimana scorsa, abbiamo bevuto un caffè. Gli ho consigliato di continuare, segna tanto, mi dà la sensazione di stare bene in tutto. Luca: vai avanti finché le tue gambe ti portano. La storia della tassa sulla religione? Il giudice non ha fatto una bella cosa a pubblicare il contratto, ora vedremo alla sentenza. Però nell'affare Toni il cartellino era a buon mercato: 11 milioni di euro, ma ne valeva 25-30. Noi siamo rimasti contenti, abbiamo vinto, lui ha segnato tanti gol ed è ancora benvoluto a Monaco".

Tornando al "piccolo orto" Bayern, Rummenigge viene chiamato ad analizzare il lavoro di Pep Guardiola, con il quale inizialmente non aveva avuto grande feeling, prima di ricredersi (forse) ed esaltarne qualità e metodi di allenamento, che dal suo ufficio studia in maniera meticolosa: "Se Pep resta? Spero di sì. Ne abbiamo parlato a gennaio, ci vediamo a fine stagione per un rinnovo dell'accordo oltre il 2016. Ma lo lascio in pace, perché è speciale e si concentra sull'ultima tappa dell'annata. Noi ci fidiamo di lui e lui di noi. Non abbiamo fretta. Manchester City? Sento le voci, ma non credo che lui sia adatto per una società tipo il City, non fa parte della sua cultura. La partita è più emozionante, ma più interessante è l'allenamento. Pep gestisce il gruppo in modo totalmente diverso da prima. Anche Lahm, il capitano, mi dice che grazie ai suoi metodi la squadra è sempre tirata al massimo. Propone sempre novità. Esempio? In estate alcuni allenatori dicevano di avere capito il sistema di Guardiola. E lui allora iniziava con la difesa a 4, poi dopo 10 minuti passava a 3 e sulla panchina avversaria erano in confusione. Come nelle dichiarazioni dopo".

Il colosso Bayern sembra pronto a monopolizzare l'Europa, oltre che la Germania e la Bundesliga per i prossimi anni, ma l'amministratore delegato non si sbottona riguardo gli obiettivi di questa stagione del club bavarese: "Il titolo nazionale è il più onesto, mentre la Champions dipende da una giornata nera, infortuni, arbitri. Dopo il Mondiale vincere il campionato è significativo. Ci accontentiamo? No, come nessuno di noi. Per Guardiola la Champions è come il ballo di Vienna, una sera speciale, si veste anche in modo diverso per farlo capire ai giocatori".

Uno degli annosi problemi che in questi anni, colmi di impegni nazionali ed internazionali, hanno condizionato i rapporti tra squadre di club e Nazionali sono gli infortuni. La risposta a questo quesito, secondo Rummenigge si ricava così: "Credo che dobbiamo cercare di vivere in armonia con le nazionali: Uefa, Fifa e alcune federazioni l'hanno capito. Anch'io mi sono arrabbiato per le sette settimane di stop. Ma non vale la pena. Per i giocatori la nazionale è la squadra più importante: è così in Germania, in Italia, nel mondo. Anche se il Bayern o il Real Madrid o altri sono i club più importanti nel loro paese, la nazionale è santa e sana".

Infine, uno dei tanti successi di Rummenigge fuori dal campo, è stata la crescita del monte "ingaggi" che la Uefa elargirà alle squadre che parteciperanno alle coppe: 1,64 miliardi. Tuttavia il dirigente tedesco analizza, ancora una volta, con lucidità ed estrema ratio la questione: "Più dei soldi, che contano, è importante aver ottenuto la governance con due rappresentanti Eca nell'esecutivo Uefa e la distribuzione. Cioè distribuire a più società i proventi delle coppe, aumentando la quota anche in Europa League, trovando una misura tra solidarietà e prestazioni. Perché il calcio è come la vita sociale: chi ha di più deve dare a chi ne ha bisogno. Siamo riusciti ad anticipare il mondo. La Champions guadagna ma abbiamo trasferito tanti soldi anche all'Europa League. Per disputare le coppe servono rose più ampie, quindi più costi. Ma anche chi resta fuori, un Friburgo o un Chievo, può avere dei benefici dal sistema centralizzato dei diritti tv".