Un calcio alla violenza

Gli episodi del derby di Torino non hanno certo smosso le coscienze dei due presidenti Agnelli e Cairo. Seguendo un vecchio mal costume, a pagare sono sempre gli altri.

Un calcio alla violenza
Un calcio alla violenza

Violenza. Fisica o verbale, comunque una cosa orrenda. Non parliamo di scuole, bambini, giochi e divertimenti. Il mondo del calcio sta vivendo anni complicati, per colpa di tanti problemi oggettivi che colpiscono la società, ma anche per virus di coscienza.

Gli attori, i protagonisti dello spettacolo, sono spesso coloro che sbagliano, ma non a telecamere spente, bensì in mondo visione. Il post Calciopoli ha assunto nei toni delle sfumature di nostalgia e di odio inammissibili. Il giochino sul numero di scudetti della Juve, una politica che premia i disonesti e che non aiuta chi fa il proprio dovere, hanno fatto il resto. Quanti esempi negativi. Dove è finito il gioco?

L'arrivo a Milano di un tale Mr. Bee, ai più semisconosciuto, sta facendo più clamore di un Carpi che va in Serie A. Soldi, interessi, accordi, speculazioni. Tutti aspetti che alimentano un flusso negativo che sfocerà tra la gente, tra tante persone normali e tra un 30% di imbecilli. Gli stessi che poi prendono un sasso in mano, ma nel 2015, non nella preistoria, e lo scagliano contro i giocatori della squadra avversaria.

La tessera del tifoso, la sicurezza allo stadio, i prezzi dei biglietti, le pay per view, la meritocrazia che non esiste. Tutto in un gigantesco calderone, per ripeterci ancora in coro, che lo Sport è ferito e sta morendo.

Esistono esempi positivi, da far crescere con orgoglio. Sono i settori scolastici e giovanili. Qui nasce l'esempio, la ricetta, il modello. Proprio il premier Renzi aveva parlato di priorità all'istruzione, alla salvaguardia di un patrimonio inestimabile, che sta crescendo tra le macerie del malgoverno. Il Presidente è sparito, ha fatto un passo indietro. L'Italia ha bisogno di fatti, non di parole. Ora o mai più.