Mancini, Sarri e quel retaggio da caserma

Le offese che il tecnico del Napoli ha rivolto al collega risollevano la questione dell'omofobia nel calcio.

Mancini, Sarri e quel retaggio da caserma
Roberto Mancini (di spalle) e Maurizio Sarri.

Chi si indigna per gli insulti di Sarri a Mancini ha già rimosso dalla propria memoria la boutade di Tavecchio, Presidente della Figc ancora ben saldo in sella, su “omosessuali ed ebreacci”? Il "Basta dare soldi a queste quattro lesbiche” rivolto alle calciatrici dall’ex-presidente della Lega Nazionale Dilettanti Belloli? La strigliata del tecnico dell’Arezzo Capuano a quegli smidollati dei suoi ragazzi “In campo devono andare gli uomini con le palle e non le checche”? E il liberatorio ‘contro-endorsement’ di Cassano ai gay nel calcio “Sono froci, problemi loro, speriamo che non ci siano veramente in nazionale”? 

Eppure sono fatti recenti. E frequenti. Così frequenti da suggerire una regola sottesa, più che l’eccezione. I folgorati sulla via del pallone fingono di ignorare che il calcio è diventato da anni (o forse è semplicemente rimasto, attraverso epoche e istanze diverse) l’ultimo avamposto di un retaggio becero, intriso di omofobia, machismo e omertà da caserma. Di cui il recidivo Sarri, primus inter pares in divisa, pardon, tuta d’ordinanza, parrebbe essere uno dei fieri luogotenenti. Le sue scuse smozzicate ai microfoni della tv non hanno convinto appieno, anzi son parse figlie di una confessione estorta nello sdegno generale più che di un sincero pentimento con annessa presa di coscienza. 

Credo di non sbagliare affermando che il “Sarri pensiero”, lungi dall’essere un reflusso isolato dettato dall’enfasi del momento, sia piuttosto il manifesto di una maggioranza tacita e tenace. La quale insiste, per ignoranza o opportunità, a sminuire certe offese derubricandole come “cose da campo”, che in campo e, appunto, nel silenzio complice dello spogliatoio dovrebbero morire. 

Un codice ‘militaresco’ trasversale e condiviso teso a umiliare i diversi (e reprimere chi magari vorrebbe dichiararsi tale), che sottende il retro-pensiero ‘celodurista’ di quanti vedono nel maschio-bianco-etero l’unica forma umana degna del primato e del rispetto altrui. E innaffia un seme che, inesorabile, germoglia nelle curve e nella pancia di telespettatori frustrati e sprovvisti di adeguati filtri culturali, con derive che la cronaca, sportiva e non, continua imperterrita a rammentarci.

Bene, dunque, ha fatto Mancini a denunciare l’accaduto, aprendo una breccia - auguriamoci risolutiva, ma ho forti dubbi - nel sistema. Con buona pace di chi lo ha subito ribattezzato “spione”; o dei dietrologi di parte, convinti che l’azzimato mister nerazzurro abbia calcato la mano solo nell’intento di destabilizzare una diretta rivale. 

Se anche fosse? Il gesto di Mancini, calcolato o meno, non fornirebbe l’assist ideale per perorare una causa che appartiene, dovrebbe appartenere a tutti, indipendentemente dal proprio credo (e tornaconto) calcistico e al netto dei perbenismi di maniera? Dovrebbe, certo. A meno di ritenere la lotta all’omofobia un trastullo da vecchie checche isteriche.