Donadoni: "A Bologna ho portato me stesso"

Il tecnico riceve il Premio Facchetti e commenta i fatti recenti, tra Parigi e la A.

Donadoni: "A Bologna ho portato me stesso"
Bologna, Donadoni

Gioie e dolori. Le soddisfazioni di campo che vanno a cozzare contro le miserie societarie, la sensazione di un raggiro, uno schiaffo al lavoro e al sacrificio. Donadoni ripercorre la caduta ducale e motiva il suo percorso sulla panchina del Parma. L'occasione per raccontare passato e presente è l'assegnazione del Premio Giacinto Facchetti al tecnico del Bologna. 10° edizione, "Il Bello del Calcio", Roberto Donadoni sugli scudi.  

"Tutte le esperienze arricchiscono: ho preso le cose positive, quella di rimanere in panchina è stata una scelta che ho voluto fare insieme anche al mio entourage".

Un accostamento che riempie d'orgoglio. Da Facchetti a Donadoni, il primo esempio di attaccamento alla maglia, professionista esemplare, figura di riferimento del calcio che piace, il secondo uomo di parola, preparato, giocatore di talento, allenatore di rango. Ad unire i due, un carattere franco, il senso della misura. 

"Io bergamasco come Facchetti? Questi sono valori che non dipendano da noi, ma dai nostri genitori: forse a Bergamo certi valori sono accentuati. Di Giacinto ho un bellissimo ricordo, mi colpiva il suo modo di essere e di apparire, trasmetteva valori importanti".

Non può mancare un commento ai fatti di Parigi. Il terrorismo si insinua nello sport, stravolge l'ordine delle cose e costringe a una riflessione. Donadoni si schiera però a favore dell'Europeo francese, di scarsa utilità un cambiamento in nome dei recenti avvenimenti. 

"La cosa che dispiace di più è il fatto che siano state sacrificate tante vite umane, tanti giovani che rappresentano il nostro futuro: credo che bisogna riflettere a monte, la via che abbiamo imboccato non è semplice per nessuno, ma dobbiamo fare in modo che queste cose non accadano più. La sicurezza in Francia in vista all'Europeo? In questo momento è controproducente pensare a soluzioni differenti, se la Francia è la sede preposta è giusto che si giochi lì".

Parola al campionato. Nel prossimo week-end, la super-sfida tra nobili in difficoltà. La Juventus del nuovo corso - innesti in attesa di decollo - insegue contro il Milan di Mihajlovic una conferma verso il ritorno ad alto livello. Il tecnico non nega la sua fede ed evidenzia l'importanza del gruppo. Coesione in nome del successo. 

"Juventus-Milan è una partita che rappresenta l'essenza del calcio, sono due squadre che hanno una tradizione importante: tutti vorrebbero giocarla, ha risvolti importanti legati al passato, anche per quanto mi riguarda, ma la vivrò da spettatore. Non nascondo la mia fede rossonera, sono stato protagonista con quella maglia e ancora sono legato a quei colori. Spero che venga fuori un bel match. Credo che l'uomo decisivo non sia uno solo, ma quei giocatori che sono più rappresentativi. Chi più riuscirà a essere squadra vincerà".

Chiusura dedicata all'avventura intrapresa da poche settimane. Due affermazioni - al Dall'Ara con l'Atalanta e a Verona con l'Hellas - sei punti, balzo in avanti in classifica. Non solo una questione di campo, l'apporto è soprattutto in fattori che trascendono il mero aspetto tecnico. La squadra segue Donadoni e si fida ciecamente della guida attuale. Differenza importante rispetto agli scricchiolii avvertiti con Rossi. Nell'anticipo, a Bologna arriva la Roma, match proibitivo, ma si respira aria fresca in terra felsinea. 

"Cosa ho portato a Bologna? Ho portato me stesso, tutto quello che ho vissuto. Sono situazioni in cui dobbiamo subentrare con tranquillità, non è un cammino semplice, abbiamo fatto solo due partite, c'è ancora tanto da soffrire, ma potremo centrare l'obiettivo che è alla nostra portata".