Ribaltone Mancini, è vetta

Il tecnico rivolta la squadra e doma la Roma. Medel porta l'Inter in alto, Garcia sbatte su Handanovic

Ribaltone Mancini, è vetta
Ribaltone Mancini, è vetta

Vince Mancini. Vince, perché con coraggio rinuncia all'Inter dei sei successi e ne disegna una a misura di Roma. Riconosce la forza altrui e prepara la gara per disinnescare le armi giallorosse. Si sporca le mani l'Inter, chiede ai tenori di indossare abiti da gregari, nel "fango" di San Siro si esalta Medel, viso "sporco", cuore pulsante. La sorte, non a caso, elegge Gary, il ragazzo di strada, come uomo della partita. Mezzora circa per spaccare la partita, un fendente che brucia l'erba e trova il suo termine all'angolo destro di un compassato Szczesny.

Diventa ancor più la gara dell'Inter, di rincorsa. Mancini cancella Icardi, sveste l'argentino dei panni di intoccabile. Mauro, cuffia e giubbotto, siede in panchina, col broncio di chi non può essere dell'incontro, rughe che raccontano di pensieri e forse ripensamenti. In campo, l'Inter è senza punte, o meglio ne ha, più d'una. Fumo che si addensa sulla trequarti giallorossa, Jovetic da una stoccata e si ritrae più indietro, Ljajic e Perisic, esterni, accendono solo in determinate occasioni, strappi che mettono paura ai califfi di marmo Manolas e Rudiger.

Dietro, l'Inter granitica. Murillo è esplosivo, anticipa, recupera, molla che si avventa su ogni pala vagante, che domina ogni spazio neutro. Miranda è meno prepotente fisicamente, ha movenze più cadenzate, ma è un professore del gioco. Esce meno di Murillo, legge a distanza e chiude qua e là sulle proposte di marca ospite.

Novità di fascia. Nagatomo e D'Ambrosio, le carte del Mancio per inibire Salah e Gervinho. Ripescati, nella notte di gala. Passo rapido, martellante, nell'uno contro uno una opposizione vincente, perchè quando le frecce di Garcia sprintano, vedono spalla a spalla maglie nerazzurre. Nella ripresa, Nagatomo rinviene e ripulisce per Handanovic, precedendo l'ivoriano, San Siro esplode. Azzardo e colpo grosso.

La Roma, a tratti, è un'onda impetuosa. Sbatte spesso sull'invisibile cortina che l'Inter eleva sulla trequarti, quando il giro-palla lento non trova aperture e Dzeko appare un colosso d'argilla, quasi goffo nei movimenti. Spaventa, invece, quando può spingere e colpire con rapidità le due linee di casa. Lì, Handanovic diventa gigante. Quando la Roma produce il massimo sforzo, lo sloveno è bombardato. Su e giù, parata e risposta, un balzo a terra e un rimbalzo in piedi, quattro volte. No, la Roma non passa. Mancini, senza Medel, fuori per infortunio, si affida a Kondogbia, chiede minuti a Palacio, prova a sfruttare la superiorità numerica - doppio giallo a Pjanic - ma non cambia l'interpretazione della sfida.

Palla alla Roma, concentrazione massima, e furente ripresa. Perisic, Guarin, l'Inter abbandona raramente il fortino, lo fa con pochi effettivi, vietato distrarsi, aprire il fianco alla Roma. Fischia Rizzoli, Mancini stringe un pugno, poi ripone le mani nel cappotto. L'Inter è in testa. 1-0 consueto, piace a pochi, ma vince.