Andare a Roma e non vedere il papa

La sconfitta della Juventus, in finale di Champions League, riporta alla mente un detto famoso, che trova piena concretizzazione in una miriade di altre sconfitte sportive. Il caso è il padre di ogni impresa, buona o cattiva che sia. L'esito finale, plasmato al netto di innumerevoli variabili, non cancella il percorso, né tanto meno il valore degli uomini che si sono prodigati per costruirlo.

Andare a Roma e non vedere il papa
Andare a Roma e non vedere il papa (Fonte: Fox Sports)

La vittoria e la sconfitta sono due variabili in antitesi. I poli opposti verso i quali propende ogni impresa. La preparazione, l’organizzazione, la concentrazione sono tutte componenti indispensabili per raggiungere l’obiettivo, ma di fronte alla fatalità del caso, anche il tentativo più arduo si sbriciola come polvere al vento. Il lancio di una moneta, un semplice cambio di traiettoria o la vendetta inaspettata di un protagonista inedito. La vita segue regole imponderabili e, per fortuna, anche il gioco del calcio.

Nessuno ha il potere di anticipare una vittoria o una disfatta, ci basiamo sulle nostre sensazioni, su analisi di ogni tipo, gesti scaramantici o propiziatori generati e coltivati nel nostro piccolo microuniverso. Ma la sconfitta e la vittoria si incastrano, vanno a braccetto. Si tengono per mano dandosi pacche sulle spalle. Perché non c’è l’una senza l’altra: la sconfitta è condizione necessaria e sufficiente per il raggiungimento di una gioia futura. L’hanno sperimentato tutti, la storia dello sport è piena di mezze imprese o vittorie inaspettate, è tutto legato al lancio di una moneta, sul filo di un rasoio, o al rimbalzo irregolare di una sfera.

Sarebbe interessante capire anticipatamente da che parte tira il vento. O forse no. Toglierebbe gran parte del fascino nelle cose che facciamo. Nulla avrebbe più senso. Ed è per questo, che anche la più dolorosa delle sconfitte è un tesoro inestimabile da custodire gelosamente. L’ha imparato la Juventus di Allegri, l’ha imparato l’Inter di Ronaldo, la Francia di Deschamps, l’Ajax di De Boer e molti altri (solo per citarne alcuni). Tante facce che corrispondono a modi di perdere inaspettati, diversi, perché la sconfitta si fa attendere meno della vittoria, ma al momento del suo arrivo sai già a cosa andrai incontro. La finale di Champions, persa meritatamente contro un Real stratosferico, ha gettato nel baratro il popolo bianconero, nonostante la loro stagione fosse stata esaltante e il triplete apparisse come una semplice formalità. Non sono in ballo peccati di presunzione, non sarebbe giusto fare un processo simile ad una squadra giustamente consapevole dei propri mezzi e giustamente consapevole di poter combattere ad armi pari. L’attesa, questa volta, era molto diversa rispetto al 2013, dove una Juventus forse più completa nei singoli fu costretta a cedere il passo ad un Barcellona divino. Ancora una volta, le sensazioni si sono sciolte. A mente fredda sembra facile dirlo, nessuno avrebbe pronosticato una così larga vittoria dei blancos, ma la resa bianconera non cancella una stagione (e un percorso) che in ogni caso dovrebbero risultare appaganti. Il cammino europeo è stato epico e probabilmente condito dalla giusta dose di fortuna, tutte componenti che hanno attizzato il fuoco delle sensazioni. Queste sensazioni, impressioni, hanno finito per tirare giù una squadra dal piedistallo che si era costruita con le proprie mani, e l’hanno scaraventata a terra, esanime, come l’ultima degli schiavi di un’antica villa romana. Il triplete avrebbe avuto un senso se le sensazioni fossero state placate, ma in questo modo ogni cosa ha perso il suo senso e il suo valore, per il microuniverso di ogni tifoso. Tutta Italia si era creata il proprio ventaglio di aspettative, puntualmente disattese al momento del triplice fischio. Sta tutta lì la differenza tra una vittoria attesa e una sconfitta disattesa. Vengono meno tutte le certezze, e si mette in dubbio anche chi, fino a qualche giorno prima, aveva portato sulle spalle il peso di un’intera stagione, per non dire di un’intera storia. Funziona così, nel calcio come nella vita. Il lato su cui cade la moneta, decreta chi siamo, dove andiamo e cosa ne sarà del nostro futuro. Una vittoria della Champions League allungherebbe la carriera di Gianluigi Buffon di un altro anno, e magari sarà proprio quella vittoria a regalargli l’ambito Pallone d’Oro. Ma la moneta potrebbe anche cadere dal lato sbagliato, e Buffon verrebbe ricordato come il portiere più grande della storia del calcio, non avendo mai vinto un “Ballon d’Or” e avendo perso ben due finali di Champions League in tre anni. La storia, generata e coltivata dagli uomini, sa essere crudele, come coloro che la venerano.