Napoli, difesa colabrodo. I motivi del crollo azzurro

I numeri del reparto arretrato del Napoli hanno condannato, assieme ad un lassismo generale da parte dei giocatori, la squadra partenopea allo scarso rendimento di questa stagione. Ma quali sono i motivi della regressione? Tecnici, tattici o mentali? O forse tutti e tre?

Napoli, difesa colabrodo. I motivi del crollo azzurro
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"La miglior difesa è l'attacco". Vero, ma non sempre questo assunto combacia con la realtà dei risultati sul campo, soprattutto quando gli equilibri, mentali e tecnici, sono legati da un sottilissimo filo che, nel caso del Napoli, si è spezzato molto tempo fa. Riavvolgendo il nastro, già da Bilbao c'erano i sentori che qualcosa, tra le fila degli azzurri, non andasse: nell'approccio mentale, nella condizione fisica dei giocatori, nel baricentro di una squadra fin troppo votata all'attacco per difendersi in maniera ordinata e senza esporsi a sbavature. 

Il Napoli di Benitez si ritrova, dopo settecento giorni di gestione dell'ex Liverpool, destinato a cambiare aria di qui a poco con un pugno di mosche in mano. Squadra sfaldata (lo ha dimostrato a Torino), ambiente in subbuglio, che accusa pesantemente l'operato dell'allenatore e della società e, dulcis in fundo, la possibilità legata alla Lazio di restare senza la qualificazione alla prossima Champions League per il secondo anno di seguito. Un risultato sportivo inaspettato, che potrebbe condizionare notevolmente la stagione 2015/2016 del Napoli, influendo in primis sul mercato che la società azzurra sarà costretta a fare. 

Ma quali sono i motivi di questo risultato? Tecnicamente il Napoli, da centrocampo in su, ha confermato i numeri della scorsa stagione, dimostrando spesso di poter andare in rete in qualsivoglia occasione, fatta eccezione per le ultime gare stagionali dove i buoi erano oramai scappati e la testa era ovviamente altrove. 104 le marcature della prima stagione di Benitez all'ombra del Vesuvio, 102 quelle attuali, con la gara contro la Lazio ancora da disputare. Il reparto maggiormente calato nel rendimento come nei numeri è la difesa: i problemi del Napoli, evidentissimi anche ai meno attenti, riguardano proprio il reparto arretrato.

Il dato più impietoso, chiaramente, è quello dei gol subiti: 50. Un numero di gran lunga superiore di quelli subiti da difese come Empoli e Chievo Verona che hanno lottato per la salvezza (48 per i toscani, 38 per i clivensi), ma soprattutto maggiore rispetto a tutte le squadre che si trovano nelle prime dieci posizioni della classifica. Un dato assurdo, che testimonia anche l'eccezionalità della quarta posizione con una retroguardia così scadente. 

Come spesso accade la verità, nel ricercare gli aspetti che hanno condotto verso questo risultato, sta nel mezzo, non tra due cose, bensì tra una molteplicità di fattori che hanno minato le certezze di una squadra già non di suo impenetrabile lo scorso anno. Il reparto difensivo, al contrario di quello d'attacco, soffre maggiormente di condizionamenti esterni che possono ledere le sicurezze mentali (già pochissime quelle tecniche individuali) dei giocatori che scendono in campo. Andiamo ad analizzare i motivi principali che hanno portato il Napoli ad essere una delle peggiori difese del campionato di Serie A. 

GLI UOMINI - Non bastano le partenze di Reina e Fernandez a spiegare l'insuccesso, anche se possono parzialmente giustificare la mancanza di compattezza del reparto arretrato azzurro. Reina, uomo di grande esperienza e soprattutto fiducia, infondeva non solo tranquillità al reparto arretrato, ma comandava a bacchetta i centrali, richiamandone posizione e movimenti oltre a tenerli sempre sulla corda, costantemente. Non che Andujar e Rafael non siano in grado di ricoprire tale ruolo, ma il primo non ha la sufficiente esperienza per guidare il reparto, il secondo pecca di carisma e personalità. Quanto al Flaco Fernandez, che dopo due anni di purgatorio era riuscito ad imporsi al pubblico partenopeo, aveva oramai fatto il callo alle critiche ed alle pressioni di una piazza che mette in costante discussione i propri beniamini: cosa che hanno invece pagato a caro prezzo sia Kouliblay, complice la giovane età, sia Albiol, abbandonato alla mercè di una critica feroce a partire dalla notte di Bilbao. 

CAPITOLO TECNICO - Il Napoli, così come ha sempre ostentato Benitez, ha sempre puntato tutto sul gioco offensivo, spumeggiante, arioso, senza tuttavia dare notevole importanza, o quanta forse ne necessitava vista la carenza di materiale di cui sopra, alla fase difensiva. I sei uomini a copertura dell'estremo difensore (molte volte erano cinque con uno dei due centrocampisti al di là della linea della palla avversaria), si sono spesso trovati fuori equilibrio lasciando ampi spazi e praterie alle offensive avversarie. L'allenatore spagnolo non ha mai fatto segreto della necessità di un uomo squadra in mediana (Mascherano nelle sue idee) che incollasse i reparti ed anche i cocci che eventualmente si sarebbero rotti nello spogliatoio.

Tuttavia, all'indomani del risultato tecnico ottenuto dal Napoli, sorgono spontanee le domande su quello che avrebbe portato l'inserimento del Jefecito nel contesto Napoli. Avrebbe potuto sollevare da solo le sorti della squadra? Probabilmente no, non tanto per le sue immense qualità, ma perché risulta difficile con un uomo sopperire alle mancanze di un reparto e di un movimento intero di gruppo. La mancanza di arrangiamenti tattici, ha fatto il resto: ciò che viene maggiormente imputato all'ex Liverpool è l'ostinata ricerca di un modulo che spesso in Italia ha trovato di fronte validissime alternative che ne smascherassero limiti e debolezze, mettendo a nudo la fragilità di una squadra priva di leader emotivi più che tecnici. 

L'ASPETTO PSICOLOGICO - Non di minore importanza, anzi, forse l'aspetto che maggiormente condiziona le prestazioni di un calciatore, ma di un professionista in generale è l'aspetto mentale con il quale si scende in campo e si fa il proprio mestiere. Il Napoli, impersonificato dal portiere e dai quattro difensori che a turno scendevano sul terreno di gioco, ha sempre dato l'impressione, a partire da Bilbao (Albiol e Rafael), per finire allo Juventus Stadium (sempre Albiol in occasione del 2-1 e Britos con la testata zidaniana a Morata), di non essere tranquillo, di avere sempre i nervi a fior di pelle pronti a scattare ed impazzire. Il reparto che più ne subisce gli effetti è la retroguardia, soprattutto quando di fondo c'è una mancanza di fiducia reciproca tra i protagonisti, dal portiere ai difensori, passando anche per i centrocampisti e l'allenatore.  

Ad accentuare questa difficoltà mentale, che sfocia in cali di concentrazione e soprattutto errori tecnici (Albiol di sicuro non è scarso come ha fatto vedere), si è messa, da gennaio in poi, anche la spada di Damocle del futuro di Rafa Benitez, che ha innescato una sorta di reazione a catena che ha smantellato le residue certezze dei calciatori. Professionisti sì, che però avevano accettato la sfida Napoli proprio per un motivo: la presenza di Benitez. L'indecisione dello spagnolo e le resistenze a rinnovare il contratto, confermatesi con l'addio di questi giorni, hanno infuso nel subconscio dei calciatori (questo però in tutta la rosa) un'ulteriore dose di insicurezza, tendendo ancor di più ad accentuarne i problemi e le possibilità di lasciarsi alle spalle tutto ciò quando poi si sarebbe scesi in campo. 

Ecco, il minestrone è pronto, e come tutte le zuppe che si rispettino, c'è bisogno che tutti gli ingredienti facciano la loro parte, contribuendo in egual maniera al risultato finale. Le colpe, tante, troppe, da parte dei singoli e del gruppo, sono sotto gli occhi di tutti. Alla fine è sempre la somma che fa il totale.