The dark side of the moon

Dal calcio spettacolo alla macchina inceppata: il Napoli fa conoscenza con una nuova difficoltà, tattica, che gli preclude di essere cinico e spietato in zona gol, nonostante la produzione offensiva sia (quasi) sempre la stessa.

The dark side of the moon
The dark side of the moon

Il lato oscuro della luna, per i Pink Floyd, è quello della follia, ma anche quello di un luogo sconosciuto nel quale si celano tutte le instabilità e le paure. Il Napoli di Maurizio Sarri sembra aver fatto conoscenza con queste ansie, con la difficoltà - questa sconosciuta finora - di fare gol. Eppure, fino a qualche mese fa, la giostra partenopea era florida e raramente si inceppava. Un imbuto dal quale gli azzurri non riescono da uscire, un vortice negativo nel quale Hamsik e compagni sembrano essere diventati vittime e non più protagonisti del proprio destino. La mancanza di un riferimento, di un appiglio, qualsiasi esso sia. La necessità fisiologica di ossigeno, di una valvola di sfogo tattica che da quando manca sembra aver ottuso tutte le altre vie respiratorie.

Boccheggia il Napoli. Si fa prendere dalla frenesia e dalle paure di un risultato che puntualmente fanno crollare il castello di carta. Già, di carta. Perché quel che costruisce la squadra di Sarri non è più quel calcio di un tempo, bensì una copia sbiadita, bella soltanto in parte, nell'idea e - purtroppo penseranno i napoletani - nel ricordo di quel che fu. Annaspano i partenopei, laddove sembravano essersi ritrovati, nel fraseggio e nelle geometrie, inGabbiati da un insolito destino, oramai dimenticato, che puntuale ha presentato il conto alla dirigenza delle mancanze estive e che ha messo davanti alla società il fatale errore di sottovalutare il problema a monte, quando lo si poteva risolvere con maggiore minuzia. Nella barca, in balia delle onde, sembra esserci ovviamente anche il condottiero Sarri, non esente da colpe, dentro e fuori dal campo. 

Il copione è oramai il solito, con le squadre che conoscono a menadito lo spartito: comanda il Napoli, col Sassuolo come contro il Besiktas, con la Dinamo Kiev come contro la Roma, ma non riesce mai ad essere prolifico come nei giorni migliori. Il tutto prima dell'oramai consueto arrivo del lupo e del suo mortifero soffio, che al primo tentativo fa vacillare le crepe strutturali di una squadra che ha perso certezze. Un pareggio, una sconfitta, ancora un pareggio. La delusione che affiora, i fantasmi che tornano ad aleggiare nella mente, la sfiducia che pian piano prende corpo fino a condizionare ogni mossa, anche quella più semplice, la frustrazione che incombe per non riuscire ad arrivare al grappolo d'uva. Dal ritorno nella massima serie fino ad oggi il Napoli non aveva quasi mai incontrato tutte queste difficoltà offensive, scoprendosi improvvisamente vulnerabile al suo interno, laddove si sentiva maggiormente capace. 

Oggi come oggi quello degli azzurri non è un problema di mentalità o altresì di crescita di un gruppo sostanzialmente giovane, rimpolpato da bellissime promesse in estate, bensì di testa, oltre che tattico. L'assenza di Milik non è soltanto una banale scusa da sbandierare al vento, ma una gravissima mancanza quasi mai colmata dalle scelte sarriane post infortunio del polacco. Allo stesso modo, unita all'oggettiva impossibilità di mettere a referto più di una singola marcatura, i problemi di una difesa quasi mai perfetta ed impeccabile condizionano i risultati della squadra, inserendosi in un circolo vizioso dal quale si stenta ad uscire. Alla vigilia delle due gare probabilmente più importanti - Inter prima e Benfica poi - di questo scorcio di stagione, i partenopei si guardano allo specchio, sperando che il riflesso stavolta illumini il lato meno buio della luna.