Hamsik a cuore aperto: "Giocare a Napoli l'onore più grande della mia vita"

Sulle pagine di 'The Players' Tribune' il capitano del Napoli si è raccontato parlando della sua avventura all'ombra del Vesuvio.

Hamsik a cuore aperto: "Giocare a Napoli l'onore più grande della mia vita"
Hamsik a cuore aperto: "Giocare a Napoli l'onore più grande della mia vita"

A cuore aperto, Marek Hamsik si racconta al termine di una stagione interminabile, lunghissima quanto soddisfacente, personalmente e soprattutto di squadra per il suo Napoli, che nonostante il terzo posto in classifica in stagione, l'eliminazione in semifinale della Coppa Italia rimediata per mano della Juventus e quella di Champions League dal Real Madrid, festeggia una cavalcata clamorosa, fatta di una crescita esponenziale che ha portato la squadra di Sarri a macinare vittorie su vittorie, record su record. Il passato alle spalle, il futuro, sempre più roseo, davanti, con i partenopei finalmente pronti a tentare l'assalto al campionato. 

Il capitano slovacco che ha scollinato oltre il decennio di militanza in maglia azzurra, si è raccontato tramite le pagine di "The Players Tribune", guardando alla sua avventura all'ombra del Vesuvio e rivolgendosi apertamente al suo popolo, che lo ha accudito nell'estate del 2007 prima di vederlo crescere e maturare fino a diventare la bandiera del club campano. Una lettera a cuore aperto, che rappresenta il viaggio del giovane slovacco di Banska Bystrica, diventato uno dei centrocampisti più forti del panorama del calcio Mondiale. 

"A Napoli, non abbiamo un solo allenatore. Ne abbiamo tre milioni. Ogni uomo, donna e bambino sa cos'è meglio per il Napoli. Ogni bimbo di quattro anni sa come potremmo segnare più gol. Ogni donna novantenne che si occupa del suo orticello ti sa dire come e perché’ dobbiamo cambiare la formazione in campo. Quel sentimento, quella passione, è nel loro sangue. 

A Napoli, il calcio è come una religione e lo Stadio San Paolo è la sua chiesa. Il Napoli è l’unica società calcistica della zona e i napoletani se ne sentono parte – perché’ lo sono. Il calcio è ciò a cui pensano quando si svegliano, quello di cui parlano tutto il giorno, è quello che sognano di notte. Spesso si ha l’impressione che il calcio sia l’unica cosa che conta. Io ci sono abituato. Il calcio è la mia vita da ventinove anni. Perciò, quelle sensazioni che scorrono nelle vene dei napoletani, beh, scorrono anche nel mio sangue. Le ho da quando in Slovacchia a sette anni ho guardato due brasiliani correre come dei matti in California.

Nel 1994 i mondiali si giocarono negli Stati Uniti e a Banská Bystrica, la città in cui vivevo le partite erano trasmesse alle undici di sera. I miei genitori troppo stanchi dopo una giornata di lavoro mi lasciavano solo davanti al televisore in salotto. La televisione slovacca trasmetteva tante partite del Brasile. Quella squadra era velocissima. Non avevo mai visto niente di simile. Il Brasile aveva due attaccanti, Romario e Bebeto. Io ero incantato da loro. Quando cominciai a giocare l’allenatore mi mise a centrocampo. Mi disse che voleva che attaccassi spesso. Da allora non ho mai cambiato posizione. Ho amato il ruolo del numero 10 da subito. Mi permetteva di essere creative e potevo vedere l’intero campo.

A quindici anni mi sono trasferito a Bratislava, due anni dopo mi sono spostato di 800 kilometri, a una nuova squadra, un nuovo paese, un nuovo stile di vita: in Italia. Ero lontano da casa ma vicino al mio obiettivo: essere un calciatore professionista. ol tempo lo stile di vita italiano è diventato il mio stile di vita. E in campo il mio stile di gioco ha avuto un’evoluzione. Ho cominciato a giocare per la prima squadra e il livello di gioco era il migliore che abbia conosciuto. Tre anni dopo ero di nuovo in marcia. Questa volta il cambiamento non era drammatico, almeno all’inizio perché’ sono rimasto in Italia. Il Brescia mi aveva venduto al Napoli nel 2007.

Il mio primo giorno a Napoli cominciò insieme ad Ezequiel Lavezzi. I funzionari della squadra ci portarono a vedere lo stadio e ci presentarono alla stampa. Dalle prime ore avevo capito che lo Stadio San Paolo era diverso da qualsiasi altro posto del mio passato e futuro. Vidi le foto dei grandi giocatori del Napoli sui muri dello stadio. Leggende come Maradona, Ferrara e Bruscolotti. Vidi i trofei della serie A e delle Coppe Italia – era evidente che Napoli era una città speciale e il Napoli una organizzazione speciale. Quando cominciai la ricerca della prima casa in città mi sono accorto che tutte le persone che incontravo conoscevano il mio nome e la mia storia. Ero incredulo. Tifoso napoletano è ridondante. Se sei di Napoli sei un tifoso napoletano.

Quando abbiamo vinto la Coppa Italia nel 2012, ho capito che cosa era veramente Napoli. La città non aveva vinto un trofeo da venticinque anni e dopo la nostra vittoria a Roma ho visto una nuova Napoli. Sembrava una città impazzita. Credo di poterla descrivere come una follia bellissima, la migliore delle pazzie. Quando vinci a Napoli, è la vittoria più bella del mondo perché’ non sono solo i giocatori a vincere, ma è la città e la sua gente che vince. E’ questo che la rende speciale. Non avremo lo stadio più grande d’Europa – o dell’Italia, ma i nostri sostenitori lo fanno sembrare enorme. Per me l’eco dell’inno della Champions League allo Stadio San Paolo è la melodia della perfezione.

Napoli e l’Italia mi hanno dato tutto quello di cui ho bisogno. Il calcio è importante per me e aver giocato per il Napoli per dieci anni è stato l’onore più grande della mia vita ma la ragione per cui sono rimasto a Napoli va oltre il calcio. A Napoli mi sento parte di una comunità, di una famiglia che ha un posto speciale nel mio cuore. Nella vita ho bisogno non solo di uno stipendio e di trofei, ho anche bisogno di sentire profondamente nella mia anima. Napoli mi ha dato questo ed io le sarò grato in eterno.

Grazie".